lunedì 30 marzo 2026

La valle dei sorrisi ( Paolo Strippoli , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 7/10

Paolo Strippoli è un regista che non teme le domande scomode: lo aveva già dimostrato con A Classic Horror Story, co-diretto con Roberto De Feo, e con il successivo Piove, dove il meccanismo del genere serviva da involucro per qualcosa di più inquieto e radicato. Lo conferma con La valle dei sorrisi, opera che rappresenta un salto di maturità significativo e che si impone come uno dei film italiani più interessanti degli ultimi anni, non perché sia privo di difetti, ma perché ha qualcosa da dire e trova il coraggio di dirlo fino in fondo, a prescindere dal risultato finale.
La storia si svolge a Remis, un piccolo paese alpino che sembra vivere in una bolla di pace innaturale sebbene gravi sulla comunità il ricordo di una tragedia avvenuta circa 20 anni prima che ha profondamente provato gli abitanti del piccolo paese. 
Quando Sergio, un insegnante di educazione fisica segnato da un lutto devastante e da un rapporto ormai conflittuale con l'alcol, viene trasferito lì per lavoro, la distanza tra il suo mondo interiore e quello degli abitanti è abissale: lui porta il peso del dolore come una seconda pelle, quasi con una ostinazione che appare più come un cilicio metaforico che ricorda sempre la tragedia; i valligiano invece sembrano averlo dimenticato, o meglio, sembrano averlo esternalizzato. 
Il segreto di quella serenità si chiama Matteo, un ragazzo di quindici anni dotato di un potere straordinario: chiunque lo abbracci viene liberato dalla propria sofferenza emotiva. Ogni settimana la comunità si riunisce in un rituale collettivo, e Matteo assorbe su di sé il dolore di tutti. Un angelo laico, lo chiamano. Ma a quale prezzo?
Il primo grande merito del film è non risolvere questa domanda in modo manicheo. Strippoli non costruisce un villain chiaramente identificabile, non esiste un cattivo identificato da combattere, tutti gli abitanti sembrano avere nel loro sorriso sempre stampato in faccia un qualcosa di ambiguo e di angosciante, e per tale motivo non offre allo spettatore la comodità di un giudizio netto. 
I paesani non sono mostri: sono persone che hanno trovato un modo per non soffrire e vi si sono aggrappate con la disperazione di chi conosce bene il buio. Matteo stesso non è una vittima passiva né una figura puramente minacciosa: è un adolescente che ha interiorizzato un ruolo prima ancora di capire chi è, e questa condizione lo rende il personaggio più tragico e più vero dell'intero film: una sorta di santone? un poveraccio manovrato da un padre e da un prete senza scrupoli? semplicemente un ragazzo cui è stata derubata l'adolescenza in favore di una santità quasi pagana?. La sua storia è quella di una giovinezza che non ha mai avuto il permesso di essere tale, schiacciata com'è sotto il peso delle aspettative altrui.
Il tema del dolore è il centro gravitazionale attorno a cui tutto orbita e Strippoli ha il coraggio di trattarlo non come nemico da sconfiggere ma come dimensione necessaria dell'esistenza umana, insieme alla incapacità di superare la perdita ed il lutto; Remis è un paese che ha scelto di non soffrire, e quella scelta ha prodotto qualcosa di simile a una morte lenta: nessuna evoluzione, nessun confronto, nessuna crescita. Il dolore rimosso non scompare, si cristallizza. E una comunità che lo ha delegato a un singolo individuo si è liberata non solo della sofferenza ma anche della responsabilità, della capacità di elaborare, di andare avanti davvero. È un'osservazione acuta sulla psicologia collettiva, e il film la porta avanti con coerenza dall'inizio alla fine.



C'è poi una riflessione sul lutto individuale che corre parallela a quella collettiva. Sergio non è a Remis per caso, anzi sembrerebbe che una mano sarcastica e crudele abbia portato in quella valle dei sorrisi un uomo abbrutito dalla sua condizione che deriva da un trauma insuperabile , sebbene poi alla fine Sergio accetta l'abbraccio di Matteo che diventa però un modo per cercare di entrare nel mondo del ragazzo che vede in lui forse l'unica persona che lo abbia capito anche nei suoi disorientamenti affettivi e sessuali il  trasferimento di Sergio è la conseguenza di un'esistenza che si è fermata ha perso un figlio e ha deciso, forse inconsapevolmente, di non riprendersi. Il dolore è diventato il modo in cui continua a sentire il legame con ciò che ha perduto, e lasciarlo andare significherebbe tradire quella memoria. 
Quando incontra Matteo, si trova di fronte a una versione distorta e ribaltata di sé stesso: se lui custodisce il dolore, il ragazzo è costretto a cancellarli, i dolori degli altri, senza che nessuno si preoccupi di cosa resta dentro di lui; è uno dei nodi drammatici più belli del film, e Strippoli lo tiene vivo senza mai forzarlo in direzione sentimentale.
Il film appartiene a pieno titolo al filone del folk horror, genere che ha conosciuto una notevole rinascita internazionale negli ultimi anni, anche se , forse per una connotazione geografica, l'autore che più ricorda è il friulano Lorenzo Bianchini, mentre tralascerei ispirazioni internazionali poco credibili.  Strippoli conosce bene quella tradizione e la rielabora con intelligenza, ambientando la storia in un contesto alpino che trasforma il paesaggio in elemento drammaturgico, le montagne del Friuli che ospitano le riprese del film non fanno da sfondo pittoresco: isolano, sorvegliano, opprimono amplificando il senso di comunità chiusa, di mondo autosufficiente e impermeabile allo sguardo esterno, è reso con grande efficacia visiva. La fotografia lavora su toni freddi e composizioni geometriche che sottolineano l'ordine apparente di Remis, quell'armonia di facciata che nasconde qualcosa di marcio sotto la superficie.
Il rituale collettivo è la sequenza più riuscita del film dal punto di vista registico, così come i ruderi della stazione ferroviaria, tragico mausoleo che ricorda la tragedia che sconvolse la valle infondono una atmosfera di inquietudine e di mistero;  Strippoli  costruisce la liturgia visiva che mescola sacro e perturbante, religioso e pagano, senza mai dichiarare esplicitamente da che parte stia. 
Lo spazio della cerimonia, una struttura architettonica che richiama la forma di una chiesa pur non essendolo, è un'idea scenografica potente: un luogo costruito appositamente per questa funzione, che rivela quanto il culto di Matteo non sia una degenerazione spontanea ma il frutto di una scelta collettiva e consapevole, perpetuata nel tempo con la cura riservata alle istituzioni.
Sul piano delle interpretazioni, il film regge bene: Michele Riondino è un attore capace di comunicare molto attraverso la sottrazione, e Sergio è un ruolo che richiede esattamente quella qualità; un uomo che ha imparato a non mostrare nulla, che si è blindato dentro la propria amarezza. La sua trasformazione nel corso del film è graduale e credibile, mai telefonata. 
Romana Maggiora Vergano porta al personaggio di Michela una complessità che va oltre la funzione narrativa che le è assegnata: c'è nella sua interpretazione una malinconia autentica, un senso di appartenenza a Remis che è anche prigione, anche rimpianto. 
Ma è Giulio Feltri, al suo debutto assoluto nel ruolo di Matteo, la vera sorpresa del film: riesce nell'impresa difficilissima di rendere credibile simultaneamente la fragilità di un adolescente qualunque e qualcosa di indefinibile che lo attraversa, una presenza che non si riesce del tutto a inquadrare. È una performance di rara intensità per un esordiente.
I limiti del film esistono e non sono neppure pochi in vero:  la sceneggiatura tende a imbastire più sottotrame di quante riesca a svilupparne pienamente, e alcuni personaggi secondari rimangono abbozzati in modo frustrante, figure che sembrano avere una storia propria ma a cui non viene mai concesso lo spazio per raccontarla. Il finale, pur coraggioso nell'ambiguità che mantiene, accusa una certa sovrabbondanza: ci sono troppe sequenze che avrebbero guadagnato in forza da un montaggio più asciutto, da una maggiore fiducia nel potere dell'ellissi laddove invece sembra subentrare un po' di confusione narrativa che sembra far perdere la giusta rotta al film. Sono comunque difetti che si perdonano a un cineasta che appare ancora in costruzione, ma che vale la pena seguire perché Strippoli ha il talento per fare meglio, e ci si aspetta che lo faccia.
Quello che resta, però, è comunque un film che non si dimentica facilmente; non per le sue scene di tensione, che pure funzionano, ma per la domanda che si porta dietro e che continua a lavorare dopo la fine della proiezione: e se la nostra ossessione contemporanea per il benessere, per la positività obbligatoria, per la rimozione sistematica di qualsiasi disagio, producesse esattamente il tipo di violenza silenziosa che vediamo a Remis? E se il sorriso fisso degli abitanti del villaggio fosse solo una versione estrema e allegorica di qualcosa che già conosciamo, che già pratichiamo? Strippoli non risponde. Fa di meglio quasi sadicamente: lascia che sia lo spettatore a farlo, con tutto il disagio che quella risposta comporta.
La valle dei sorrisi è un film imperfetto e coraggioso e in un cinema italiano che troppo spesso rinuncia al rischio in favore della formula precostituita, è un'opera che sceglie la via difficile e ne porta orgogliosamente i segni. Paolo Strippoli è un autore in cui vale la pena credere.

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