giovedì 26 marzo 2026

What Does That Nature Say to You ( Hong Sangsoo , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 8/10

Con il suo trentatreesimo lungometraggio, il regista sudcoreano Hong Sangsoo conferma una volta di più di essere una figura del tutto singolare nel panorama del cinema mondiale contemporaneo. What Does That Nature Say to You , presentato in concorso alla Berlinale 2025 , abituale ormai passerella di anteprima, è un film che a prima vista sembra avere ben poco da raccontare, e che invece, con la discrezione e la precisione proprie del suo autore, finisce per dire moltissimo sulla condizione umana, sulla classe sociale, sull'amore, sulla menzogna a se stessi e sulla difficile scelta di vivere come artista in una società che chiede costantemente di giustificare tale scelta.
La trama, raccontata in otto capitoli senza titolo, è di una semplicità quasi provocatoria. Donghwa, un giovane poeta, accompagna in macchina la sua fidanzata Junhee a casa dei genitori, in una zona collinare fuori Incheon. Quando scende dall'auto per fumare una sigaretta, rimane colpito dalla grandezza e dallo splendore della casa di famiglia, e Junhee decide che potrebbe fargli dare una rapida occhiata all'interno. Da questo gesto casuale nasce un incontro imprevisto con il padre della ragazza che si estende per l'intera giornata, trasformandosi in un lungo pranzo, poi in una passeggiata, poi in una cena con il vino di troppo, e infine in un confronto che rivela molto più di quanto qualsiasi personaggio avesse intenzione di mostrare. 
È il classico Hong Sangsoo: l'ordinario come campo di battaglia, la conversazione come scavo: il film si inserisce in una filmografia smisuratamente prolifica — Hong ha girato quasi tutti i suoi film dal 2000 in poi, spesso a ritmo di due l'anno a volte persino tre — e tuttavia quando i pezzi si incastrano nel modo giusto, i suoi lavori raggiungono una soddisfazione unica, trovando sfumature nella semplicità e poesia nell'ordinario. 
What Does That Nature Say to You è uno di quei casi felici, è tra le sue opere più riuscite degli ultimi anni, e forse la più accessibile per chi si avvicina per la prima volta al suo universo.
Il nucleo del film è un confronto di classe mascherato da cortesia. Oryeong, il padre di Junhee, è accogliente e simpatico, ma la natura stessa del suo incontro con Donghwa ricopre anche lo scambio più genuino con la rigidità di un colloquio di lavoro, dove la posizione ambita è quella di futuro genero. Il film appare a lungo come una serie di conversazioni spensierate, quasi casuali, ma Hong dissemina indizi con la maestria di chi sa esattamente dove sta andando, anche quando finge di non saperlo. Quello che non viene detto sulla famiglia di Junhee, e sul padre benestante di Donghwa — un avvocato famoso verso cui il giovane sembra nutrire del risentimento — alimenta tensioni sotterranee intorno alla collocazione sociale di Donghwa, e a un privilegio economico che sembra riluttante ad accettare.
Donghwa è un personaggio ambiguo con la giusta misura, simpatico e cordiale all'inizio , ispira quasi tenerezza, salvo poi mostrare un lato di sè non molto brillante ed equilibrato: si è rifiutato di vivere a carico del padre, guida una macchina usata e sgangherata, porta la barba da bohémien. La sua freddezza iniziale comincia a sciogliersi via via che si trova a suo agio con il padre amicone di Junhee, aiutato da un pacchetto di sigarette e dal consumo di makgeolli, vino rosso, e altri super alcolici , una varietà alcolica non abituale nei film di Hong; ma quest'ultimo non è mai sentimentale nei confronti dei suoi personaggi artisti, e Donghwa non fa eccezione. L'intenzione dichiarata di Donghwa di vivere nel modo più minimalista possibile per massimizzare la sua ricerca della bellezza è la classica giustificazione dell'artista squattrinato e pure un po' presuntuoso e Hong la mette in scena con simpatia, ma non senza ironia.
La svolta arriva a cena, con quella che è diventata una delle firme stilistiche più riconoscibili del regista: la lunga scena al tavolo, con l'alcol che abbassa le difese e fa emergere ciò che era rimasto sommerso. 
Il giovane si ubriaca e, mettendo da parte le formalità, urla i suoi veri sentimenti in una scena di imbarazzo straziante; la madre di Junhee, anch'essa poetessa e stimata nel suo ambiente, ha già ascoltato la poesia che Donghwa ha declamato con orgoglio durante la giornata. 



Tardi nel film, la verità viene a galla e Donghwa viene rivelato come un poeta non particolarmente bravo. È una scena classica, quasi la scena madre per antonomasia nelle sue opere, ma Hong la consegna in modo così sobrio che si potrebbe quasi accusarlo di eccessiva plausibilità. La madre, lei stessa poetessa, lancia a marito uno sguardo che telegraficamente comunica tutto il suo scetticismo, senza bisogno di dire una sola parola. È uno dei momenti più raffinati del cinema di Hong degli ultimi tempi.
Hong ha sempre saputo sgonfiare le pretese dei suoi personaggi artisti, ma colpisce come l'accoglienza calorosa della famiglia impallidisca progressivamente davanti ai dubbi della madre al tavolo della cena. Hong impiega ancora i suoi lunghi piani sequenza attorno alla tavola, quelli che hanno già testimoniato la mortificazione di tanti personaggi ubriachi, questa volta rivolgendoli contro Donghwa. E nel farlo, ci fa capire che l'abbraccio iniziale del padre era una forma reale di fiducia, che può essere concessa ma anche ritirata.
Sul piano tematico, il film tocca almeno quattro grandi questioni che attraversano l'intera filmografia di Hong, qui declinate in forma particolarmente lucida e personale. La prima è quella dell'identità artistica e dei suoi costi sociali: Donghwa incarna il dilemma antico dell'artista che vuole restare puro rifiutando il compromesso, ma che nel farlo si condanna a un'esistenza precaria e a relazioni sempre un po' zoppicanti. È difficile non leggere questo scenario come una meditazione sulla difficile accettazione delle origini privilegiate di Hong stesso, come artista nato in una famiglia di cineasti e beneficiario di numerosi privilegi nella giovinezza. Il cinema del regista è da sempre autobiografico in filigrana, ma qui quella dimensione emerge con forza inusuale.
La seconda grande tematica è quella della classe sociale: la casa collinare, la macchina usata di Donghwa che non passa inosservata, il padre avvocato mai mostrato ma sempre presente nei discorsi: tutto costruisce un quadro preciso di tensioni economiche che il film non esplicita mai in modo didascalico, ma che informa ogni scambio. La casualità della messa in scena e il tono comico leggero giocano contro una tensione intrinseca di carattere generazionale e legata alla classe sociale; Hong conosce bene questo territorio, e lo esplora con la precisione di un entomologo.
La terza tematica è quella dell'amore come dialogo incompleto, Junhee e Donghwa stanno insieme da tre anni infatti, eppure lei non lo ha mai presentato alla famiglia. Il film costruisce un climax sorprendentemente pesante in un terzo atto che è più diretto sui comportamenti umani duplici rispetto alla maggior parte delle opere precedenti del regista. Il non detto tra i due fidanzati è tanto eloquente quanto le lunghe chiacchierate con i genitori. Hong suggerisce, con la sua consueta delicatezza, che le cose non andranno bene, e che forse entrambi lo sanno già.
La quarta tematica, quella forse più nuova nell'evoluzione recente del regista, è la morte. La casa collinare è stata costruita da Oryeong per la madre malata di cancro ai polmoni, nel tentativo di regalarle un ritiro sereno prima di morire. La nonna non appare mai, ma la sua assenza pesa sul film come un presagio. Pensieri di malattia e mortalità si insinuano nella narrazione, con quella finitezza che appare sempre più spesso nell'opera di Hong; il regista ha superato i sessantaquattro anni e il tema della morte si affaccia con crescente insistenza nel suo lavoro, mai in modo melodrammatico, ma come un dato di fatto che le sue storie si limitano ad accogliere.
Un capitolo a parte merita la scelta visiva del film, che ha fatto molto discutere. Mentre la sua recente produzione in video digitale è degna di nota soprattutto per la sua straordinaria chiarezza, Hong ha scelto di girare questo film in un formato a bassa risoluzione, con sfondi occasionalmente sovraesposti e alcune scene riprese fuori fuoco. Il film è stato girato in 480p, una scelta che all'inizio risulta straniante ma che acquista progressivamente una sua logica. Il risultato è una sensazione lo-fi, come musica IDM da camera registrata su un laptop, e le immagini che Hong produce sotto questi vincoli hanno una loro verità. Un albero trema leggermente in una brezza digitale; Donghwa punta la torcia del telefono su un fiore viola durante una passeggiata notturna; a pranzo, una patina plasticosa cattura quella sensazione di certi film incontrati per caso in TV, o sullo schermo di un vecchio monitor LCD, nel mezzo della notte.
La scelta non è solo un gioco formale Durante una conversazione con Oryeong, Donghwa ammette che spesso non indossa gli occhiali perché gli piace che le cose appaiano un po' sfocate. Questa ammissione può essere vista come la giustificazione per Hong — di nuovo nelle vesti del proprio operatore — di girare il film fuori fuoco in misura variabile, un espediente formale che aveva già impiegato per l'intera durata di In Water del 2023. La poetica dell'indistinto diventa così specchio della poetica del personaggio: Donghwa vede il mondo attraverso una lente volontariamente appannata, e il film assume la sua prospettiva come propria. La tecnica di Hong alterna l'abitare il punto di vista del protagonista allo starne fuori il che crea un equilibrio precario ma indubbiamente affascinante.
Sul piano della recitazione, il film si affida al consueto ensemble del regista con risultati eccellenti. Ha Seongguk compone un Donghwa credibile nella sua contraddittorietà, capace di passare dalla timidezza iniziale all'ebbrezza autodistruttiva con naturalezza assoluta; Kwon Haehyo, veterano del cinema di Hong, offre un ritratto di padre che è al tempo stesso genuino e sottilmente calcolatore; Cho Yunhee come madre riesce a comunicare con pochi gesti una complessità di sentimenti che un'attrice meno raffinata avrebbe richiesto pagine di dialogo per esprimere. 
Una delle qualità distintive dei film di Hong è la naturalezza prestidigitata che fa sembrare i dialoghi scritti come conversazioni del tutto spontanee, dando al pubblico la sensazione di origliare scambi che accadono nel momento stesso in cui li si guarda.
What Does That Nature Say to You è anche, nel bel mezzo delle sue malinconie, il film più "comico" che Hong abbia girato da anni. L'umorismo non è mai chiassoso: è quello sottile, quasi crudele, ma non abbandonando mai quella atmosfera di compassione di chi sa che la comicità nasce dall'imbarazzo, dalla distanza tra le aspirazioni e la realtà, dal modo in cui ci raccontiamo storie su noi stessi che gli altri leggono immediatamente per ciò che sono. 
La scena in cui Donghwa recita la sua poesia davanti alla famiglia, convinto di emozionare chi ascolta, è di una comicità tanto precisa da fare quasi male. In vino veritas, dice il proverbio, e nel film di Hong giungere alla verità è solo l'inizio.
Alla fine, ciò che rimane è un film che parla di quanto sia difficile essere onesti: con i propri cari, con se stessi, con il proprio passato. Si tratta di un racconto che un cineasta come Rohmer, ricponosciuto anfitrione artistico del regista coreano, avrebbe potuto concepire, ma Hong aggiunge un elemento cruciale del tutto estraneo all'universo rohmeriano: il dubbio; i personaggi di Hong non arrivano mai a una risoluzione pulita, restano sospesi tra ciò che vogliono essere e ciò che sono, tra le parole e il loro significato reale, tra la natura che li circonda e la natura umana che li abita. Il titolo del film — cosa ti dice la natura? — rimane volutamente aperto: la risposta, se c'è, è affidata alla sensibilità di chi guarda.
Con trentratré film all'attivo, Hong Sangsoo continua a fare un cinema che sembra fermo e invece si muove in continuazione, che sembra ripetitivo e invece si rinnova, che sembra piccolo e invece contiene tutto per chiunque sappia guardarlo: è lo specchio dell'essere umano, dei suoi dubbi, delle sue paure, delle sue difficoltà, delle sue meschinità, del suo mondo complessivo. What Does That Nature Say to You è uno dei suoi lavori più riusciti degli ultimi anni: personale, ironico, malinconico, capace di lasciare un segno duraturo con la leggerezza di chi sa che la profondità non ha bisogno di urlare per farsi sentire.

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