Giudizio: 6.5/10
Sinners è probabilmente il film più discusso del 2025, e le ragioni di tanto entusiasmo sono comprensibili: Ryan Coogler porta sul grande schermo un'opera certamente ambiziosa, tecnicamente di buona fattura, interpretata con grande efficacia e animata da una genuina urgenza politica e culturale; tutto ciò ha portato l'opera di Coogler a infrangere un record relativamente al numero di nominations avute per gli imminenti Oscar , ben 16 , e , possiamo starne certi che , in assenza di colpi di mano di Trump o di qualche suo sgherro, molte di queste si tramuteranno in statuette perchè Sinners è il classico film che mette in scena nella serata tanto attesa l'americanata perfetta, quella che con i premi assegnati pensa di lavare la coscienza a tutto il paese.
Eppure, a uno sguardo più attento, l'edificio mostra alcune crepe che vale la pena esaminare con onestà. Sinners è un buon film, ma non è il capolavoro rivoluzionario che parte della critica ha proclamato, anzi in alcuni aspetti è ben poco convincente, ma soprattutto lascia una sensazione che diviene ben presto convinzione , e cioè che questo Coogler senza Jordan Peele non sarebbe esistito.
Siamo nel Mississippi del 1932, certamente non il posto più accogliente per gli afroamericani; i gemelli Smoke e Stack (entrambi interpretati da un magistrale Michael B. Jordan in un doppio ruolo) tornano nella loro città natale dopo anni trascorsi nel crimine organizzato di Chicago che li ha portati ad accumulare un bel bottino. La loro ambizione è semplice quanto coraggiosa: aprire un juke joint, un locale dove la comunità afroamericana possa riunirsi, ballare, bere e dimenticare per qualche ora il peso dell'oppressione delle leggi Jim Crow e del Ku Klux Klan.
Ad accompagnarli c'è il giovane cugino Sammie Moore (l'esordiente Miles Caton, vera rivelazione del film), un chitarrista dal talento straordinario che porta con sé una chitarra tanto sacra quanto maledetta. La prima ora del film è un dramma storico lento e osservativo, quasi un western del Sud: Coogler costruisce con cura un mondo, una comunità, una serie di relazioni umane che si percepiscono come reali. Poi, con il calar del sole, i vampiri bussano alla porta e il film cambia registro e la qualità lentamente , ma inesorabilmente, tende a scemare nonostante sulla carta il film possieda una buona struttura narrativa
Il nodo più problematico di Sinners è anche quello più celebrato: l'utilizzo del vampirismo come metafora del razzismo sistemico. L'idea che i vampiri rappresentino una forza predatrice bianca che si nutre dell'identità e della vitalità della comunità nera è esposta da Coogler in maniera anche accettabile, il problema è che questa metafora non è certo quanto di più innovativo il panorama cinematografico possa proporre.
Eppure, a uno sguardo più attento, l'edificio mostra alcune crepe che vale la pena esaminare con onestà. Sinners è un buon film, ma non è il capolavoro rivoluzionario che parte della critica ha proclamato, anzi in alcuni aspetti è ben poco convincente, ma soprattutto lascia una sensazione che diviene ben presto convinzione , e cioè che questo Coogler senza Jordan Peele non sarebbe esistito.
Siamo nel Mississippi del 1932, certamente non il posto più accogliente per gli afroamericani; i gemelli Smoke e Stack (entrambi interpretati da un magistrale Michael B. Jordan in un doppio ruolo) tornano nella loro città natale dopo anni trascorsi nel crimine organizzato di Chicago che li ha portati ad accumulare un bel bottino. La loro ambizione è semplice quanto coraggiosa: aprire un juke joint, un locale dove la comunità afroamericana possa riunirsi, ballare, bere e dimenticare per qualche ora il peso dell'oppressione delle leggi Jim Crow e del Ku Klux Klan.
Ad accompagnarli c'è il giovane cugino Sammie Moore (l'esordiente Miles Caton, vera rivelazione del film), un chitarrista dal talento straordinario che porta con sé una chitarra tanto sacra quanto maledetta. La prima ora del film è un dramma storico lento e osservativo, quasi un western del Sud: Coogler costruisce con cura un mondo, una comunità, una serie di relazioni umane che si percepiscono come reali. Poi, con il calar del sole, i vampiri bussano alla porta e il film cambia registro e la qualità lentamente , ma inesorabilmente, tende a scemare nonostante sulla carta il film possieda una buona struttura narrativa
Il nodo più problematico di Sinners è anche quello più celebrato: l'utilizzo del vampirismo come metafora del razzismo sistemico. L'idea che i vampiri rappresentino una forza predatrice bianca che si nutre dell'identità e della vitalità della comunità nera è esposta da Coogler in maniera anche accettabile, il problema è che questa metafora non è certo quanto di più innovativo il panorama cinematografico possa proporre.
Nell'orizzonte dell'horror afroamericano contemporaneo — un genere che Jordan Peele ha sostanzialmente reinventato con Get Out nel 2017 — il mostro come proiezione del trauma razziale è diventato quasi un codice consolidato, un linguaggio condiviso che rischia di perdere la sua forza d'urto a forza di essere ripetuto.
Coogler, regista solitamente attratto dal mainstream tipo Marvel, padroneggia questo linguaggio con buon mestiere tecnico, ma arriva dopo inevitabilmente dopo e non si vede un grande impegno a rileggere il genere in maniera più personale.
Il vampiro come allegoria dell'oppressione è già stato talmente esplorato che il film deve fare uno sforzo supplementare per giustificarne l'utilizzo, uno sforzo che non sempre compie fino in fondo. Il risultato è che alcune sequenze, per quanto visivamente potenti, trasmettono la sensazione di muoversi su un binario già tracciato, quando non addirittura scontato.
La dimensione musicale è forse la più affascinante del film, e al tempo stesso la più irrisolta. Coogler costruisce attorno al blues una cosmologia ambiziosa: la musica come rito primordiale, come canale verso il soprannaturale, come memoria collettiva tramandata attraverso le generazioni. La sequenza centrale in cui Sammie esegue il suo brano, con il tempo che si dilata e si frantuma in un caleidoscopio di epoche e stili, è visivamente straordinaria, sicuramente il momento più bello e convincente dell'intero film.
Eppure l'opera di Ryan Coogler non riesce mai a decidere cosa voglia davvero dire sulla musica. Oscilla continuamente tra una lettura quasi antropologica , il blues come rito africano sopravvissuto alla diaspora , e una più romantica e occidentale, in cui l'arte è strumento di redenzione individuale e di affrancamento. Questa tensione non viene mai risolta, e quella che potrebbe sembrare profondità tematica è spesso, a uno sguardo più severo, semplicemente ambiguità non elaborata. Il film vuole dire tutto sulla musica e finisce per dire qualcosa di meno preciso di quanto la sua ambizione lasci presagire.
È impossibile parlare di Sinners senza nominare Jordan Peele, e non farlo sarebbe disonesto. Get Out, Us e Nope hanno fondato un nuovo linguaggio cinematografico per affrontare la questione razziale attraverso il genere horror, e senza quel precedente culturale, critico e industriale , è difficile immaginare che uno studio come Warner Bros. avrebbe finanziato un film con queste ambizioni. Coogler è quasi certamente un cineasta più "completo" di Peele sul piano tecnico: la sua regia sicura, il suo controllo dello spazio e del tempo appare persino sofisticato, ma arrivando dopo in un territorio che Peele ha esplorato per primo con risultati complessivamente migliori Questo non diminuisce il valore di Sinners, ma ridimensiona le pretese di originalità che parte della critica gli ha attribuito troppo generosamente.
Detto questo, sarebbe ingeneroso non riconoscere ciò che nel film funziona in modo eccellente: la regia di Coogler è, come detto, tecnicamente molto buona, la scelta del formato Ultra Panavision 70mm restituisce al Mississippi degli anni Trenta una presenza quasi fisica: i paesaggi, le luci, le texture degli ambienti hanno una profondità che il digitale difficilmente potrebbe eguagliare. Il montaggio nella prima parte è paziente e costruttivo; nella seconda, brutale e sincopato , spesso ad assecondare momenti di puro splatter. La macchina da presa non è mai distaccata, sempre in dialogo con i suoi personaggi.
Altro aspetto positivo è il cast: Michael B. Jordan offre la prova forse più complessa della sua carriera. Smoke e Stack sono distinguibili da ogni gesto, da ogni sguardo, da ogni pausa: due uomini nati dallo stesso sangue che hanno risposto in modo diverso alle stesse ferite. È un lavoro di dettaglio e di precisione raro. Ma la vera rivelazione è Miles Caton: al suo debutto sul grande schermo, porta una naturalezza e una presenza che molti attori non raggiungono dopo anni di carriera. La sua voce è il motore emotivo del film, e la sua interpretazione è probabilmente uno dei motivi principali per cui vale la pena vederlo.
Infine, la colonna sonora di Ludwig Göransson è un universo a sé: blues, gospel, jazz, percussioni africane e musica orchestrale si fondono in un flusso continuo e coerente che accompagna il film senza mai sopraffarlo.
Sinners è un'opera che merita comunque di essere vista e discussa, e il suo successo di critica e di pubblico non è totalmente immeritato, tuttavia, chi si avvicina a Sinners aspettandosi un'opera rivoluzionaria potrebbe uscire dalla sala con la sensazione di aver assistito a qualcosa di già visto, eseguito in maniera degna ma non reinventato.
È un film che parla di cose importanti con strumenti consolidati, che emoziona senza sorprendere davvero, che convince più per come racconta che per cosa racconta. In un panorama cinematografico spesso povero di ambizioni, questo è già molto. Ma tra il buon film e il capolavoro c'è ancora una distanza che Sinners, non riesce neppure minimamente a colmare.

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