domenica 1 marzo 2026

Hamnet ( Chloe Zhao , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 8/10

Con Hamnet, la regista cinese naturalizzata statunitense Chloé Zhao affronta uno dei miti più affascinanti e allo stesso tempo più enigmatici della storia della letteratura occidentale: il legame tra la morte del figlio di William Shakespeare e la nascita di Hamlet, probabilmente l’opera teatrale più celebre del grande drammaturgo e poeta inglese.
Il film, ispirato al romanzo di Maggie O'Farrell, non si limita però a trasformare una suggestione critica in racconto cinematografico, ma costruisce una meditazione profonda sul lutto, sulla memoria e sulla possibilità che l’arte diventi un luogo di trasformazione del dolore. Ne nasce un’opera intensa, emotivamente potente, e al tempo stesso sorprendentemente coerente con il percorso autoriale della regista, che dopo Nomadland torna a interrogarsi sul rapporto tra perdita, identità e sopravvivenza e che come quest'ultimo si avvia a percorrere lo stesso sentiero di gloria fino alla serata degli Oscar.
Il film racconta gli anni giovanili di Shakespeare, quando ancora non è il drammaturgo universale che conosciamo, ma un uomo che vive tra Stratford e Londra, diviso tra il lavoro teatrale e la vita familiare.
Il cuore della vicenda è la scomparsa del figlio Hamnet, evento realmente documentato ma sul quale la storiografia non ha mai fornito certezze assolute riguardo al suo rapporto con la scrittura di Hamlet.
Il film assume apertamente una posizione interpretativa: il dramma diventa la matrice emotiva dell’opera, il trauma personale si trasforma in materia artistica, e la scrittura diventa un processo di elaborazione del lutto.
Al centro del racconto non c’è però tanto lui quanto la moglie, Agnes (Anne Hathaway nella realtà storica), qui raffigurata come una figura quasi arcaica, sospesa tra conoscenza erboristica, sensibilità medianica e profondo legame con la natura. 
Zhao costruisce attorno a lei una dimensione quasi antropologica, mostrando un mondo in cui la scienza convive con la superstizione, la religione con la magia popolare, e la vita quotidiana è costantemente attraversata dalla presenza della morte.
Non si tratta di una ricostruzione storica in senso accademico, ma di una ipotesi poetica, e Zhao la affronta con grande libertà, privilegiando la verità emotiva rispetto a quella documentaria.
Zhao suggerisce che l’opera non nasce da un gesto intellettuale, ma da una necessità emotiva.
Scrivere significa dare forma a ciò che non può essere accettato.
Il tema centrale del film è la trasformazione del dolore in arte; la morte del bambino non è raccontata come un evento isolato, ma come una frattura che modifica l’equilibrio dell’intera famiglia.
Shakespeare reagisce con la fuga nel lavoro, nella scrittura, nella distanza, Agnes, invece, resta immersa nella perdita, incapace di trovare un senso che possa giustificare ciò che è accaduto.
Il film costruisce lentamente il parallelo tra la tragedia familiare e la nascita di Hamlet in cui il figlio morto diventa il fantasma, il padre diventa il figlio e il dolore diventa parola.
In questo senso Hamnet è un film sulla funzione antropologica dell’arte: l’opera non consola, ma permette di attraversare il trauma.


Uno degli aspetti più originali del film è il modo in cui la regista rappresenta l’Inghilterra del XVI secolo,
non come una scenografia storica, ma come una comunità viva, fragile, esposta alle epidemie, alla fame, alla superstizione e alla religione.
Agnes è il personaggio chiave di questa dimensione,non è semplicemente la moglie del poeta, ma una figura liminale, a metà tra sciamana e naturalista, custode di saperi antichi e intuitivi; la sua relazione con la natura, con gli animali, con le erbe e con i presagi dà al film una tonalità quasi rituale, come se la tragedia fosse parte di un ciclo più grande, inevitabile e incomprensibile, e su questo aspetto la regista indugia spesso, sin dalla scena iniziale in cui si vede Agnes dormire tra le radici enormi di un albero maestoso, o l'inquietanto buco del terreno che sembra essere l'andito ad una nuova dimensione; in questo grande importanza ha la bellissima fotografia di Lukasz Zal, già apprezzatissimo in La zona di interesse che sa ben rendere l'atmosfera quasi incantata che emana il contatto tra Agnes e la natura.
Zhao osserva questi personaggi con uno sguardo che ricorda l’etnografia:i gesti quotidiani, il lavoro, la malattia, i riti religiosi, i silenzi, tutto contribuisce a creare la sensazione di un mondo in cui la vita e la morte sono continuamente intrecciate.

Dal punto di vista narrativo, Hamnet procede con un ritmo lento, quasi contemplativo, ma accumula progressivamente tensione emotiva, la regista costruisce il film come un lungo movimento verso la scena finale: la prima rappresentazione di Hamlet a Londra.

Qui il film raggiunge il suo momento più intenso: il teatro diventa lo spazio in cui il dolore privato si trasforma in esperienza collettiva, Agnes assiste alla tragedia e riconosce, dietro le parole del testo, la propria storia, il proprio figlio, la propria perdita che suscitano in lai un moito di rabbia come se qualcuno si fosse appropriato del suo dramma; il crescendo emotivo è di grande forza, ma non è mai retorico. perche Zhao evita la spettacolarizzazione e sceglie la semplicità: volti, silenzi, lacrime trattenute, sguardi, il flusso emotivo lasciato libero di diffondersi.

È in questo momento che il film mostra con maggiore chiarezza la sua idea centrale: l’arte non cancella il dolore, ma lo rende condivisibile

Hamnet è un film che richiede attenzione e partecipazione, ma che ripaga con una delle riflessioni più profonde degli ultimi anni sul rapporto tra vita e creazione artistica, non importa stabilire se Shakespeare abbia davvero scritto Hamlet per elaborare la morte del figlio, quello che conta è che il film rende credibile questa possibilità sul piano emotivo e lo fa attraverso un racconto che unisce rigore storico e libertà poetica , introspezione psicologica e osservazione antropologica ,dolore privato e dimensione universale, cinema contemplativo e grande forza emotiva.

Se la parte conclusiva di Hamnet rappresenta il momento di maggiore intensità emotiva del film, è anche quella in cui emergono con più evidenza alcune scelte stilistiche e teoriche che rendono l’opera di Chloé Zhao particolarmente affascinante ma anche, a tratti, ambigua.

La lunga sequenza della prima rappresentazione di Hamlet viene costruita come un vero e proprio rito di passaggio, non solo per il pubblico teatrale ma per i personaggi stessi, e soprattutto per Agnes, che assiste allo spettacolo come se si trovasse di fronte a una cerimonia capace di evocare i morti e di restituire loro una forma.

In questa scelta si coglie con grande chiarezza l’approccio quasi antropologico della regista, che interpreta il teatro elisabettiano non semplicemente come intrattenimento o arte letteraria, ma come spazio rituale popolare, luogo in cui la comunità si riunisce per dare un senso all’esperienza della perdita.
La tragedia, in questa prospettiva, assume una funzione simile a quella dei riti funebri delle società arcaiche: non serve a spiegare la morte, ma a renderla condivisibile, a trasformarla in narrazione, a inserirla in una struttura simbolica che permetta ai vivi di continuare a esistere.

Il percorso del film può allora essere letto come una lunga preparazione a questo momento.
La morte di Hamnet non è solo un trauma familiare, ma una frattura che spezza l’ordine naturale delle cose, e che richiede un gesto rituale per essere ricomposta.
La scrittura di Shakespeare diventa quel gesto, ma Zhao insiste nel mostrare come esso non appartenga soltanto al poeta: il lutto è anche, e forse soprattutto, quello di Agnes, figura che il film costruisce come custode di una sapienza antica, più vicina alla terra che alla parola, più legata ai cicli naturali che alla cultura scritta.
Proprio per questo il finale assume un significato profondamente simbolico.
Quando Agnes riconosce nella tragedia la propria storia, il film suggerisce che l’opera non è più soltanto di Shakespeare, ma diventa patrimonio di entrambi, quasi che la creazione artistica nascesse dall’incontro tra due forme diverse di conoscenza: quella razionale e quella intuitiva, quella letteraria e quella rituale.
È una scelta di grande forza, ma anche di grande ambizione, e non priva di rischi: nel tentativo di trasformare Hamlet in un atto di elaborazione del lutto, il film tende infatti a semplificare il mistero dell’opera shakespeariana, riducendone almeno in parte la complessità filosofica a una origine emotiva.
L’idea che la tragedia nasca direttamente dalla morte del figlio è suggestiva e cinematograficamente potente, ma resta, come è noto, una ipotesi discussa e mai dimostrata, e Zhao decide consapevolmente di privilegiare la verità poetica rispetto al rigore storico.
Questa scelta, pur legittima, può lasciare in alcuni momenti la sensazione di un eccesso di intenzionalità, come se il film volesse a tutti i costi trovare un senso al dolore, laddove proprio l’opera di Shakespeare è spesso attraversata dall’impossibilità di trovarne uno.
E tuttavia è proprio in questa tensione che Hamnet trova la sua forza; il film non dimostra davvero che l’arte guarisca, né che il lutto possa essere superato; mostra piuttosto il bisogno umano di costruire forme, racconti, rituali che rendano sopportabile ciò che altrimenti resterebbe incomprensibile.
Il teatro, nel finale, non è quindi soltanto il luogo della rappresentazione, ma diventa uno spazio quasi sacro, dove il dolore privato si trasforma in esperienza collettiva, e dove la memoria di un bambino morto può sopravvivere sotto forma di parola, di gesto, di scena.
È un esito di grande intensità, che conferma la sensibilità di Zhao per le storie di perdita e di sopravvivenza, ma che allo stesso tempo rivela anche la sua tendenza a cercare nella dimensione rituale e naturale una possibilità di riconciliazione che non sempre convince fino in fondo.
Ed è forse proprio questa lieve ambiguità, questa oscillazione tra emozione autentica e costruzione simbolica, a rendere il finale di Hamnet così coinvolgente e così discusso: un momento di forte impatto emotivo, ma anche uno dei più complessi e teoricamente ricchi dell’intero film.
Con Hamnet, Chloé Zhao conferma di essere una  autrice  sensibile e originale nel panorama del cinema contemporaneo, capace di raccontare il trauma senza spettacolarizzarlo, e di mostrare come, a volte, l’arte nasca proprio dal punto più oscuro dell’esperienza umana.

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