giovedì 26 febbraio 2026

Mirrors No.3 [aka Mirrors No3 - Il mistero di Laura] ( Christian Petzold , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 8/10

Con Mirrors No.3, Christian Petzold torna a esplorare i territori che da sempre gli sono più congeniali: la perdita, l’identità fratturata, il senso di colpa che si incista nell’esistenza fino a ridefinirne i contorni. Presentato al Festival di Cannes nella sezione di mezzanotte, il film conferma la straordinaria coerenza di un autore che, pur lavorando su variazioni minime e strutture narrative apparentemente semplici, riesce ogni volta a scavare più a fondo nell’inconscio dei suoi personaggi.
La storia si svolge ai nostri giorni: durante una gita Laura subisce un grave incidente stradale nel quale muore il suo fidanzato e lei rimane miracolosamente in denne; a soccorrerla è una donna che abita nelle vicinanze del luogo dell'incidente a cui Laura chiederà di poter passare qualche giorno nella sua casa invece di andare in ospedale, la donna accetta di ospitarla e si prende cura di lei con slancio e fra le due si crea una sintonia che lascia subito però intendere l'ambiguità del rapporto. Ben presto scopriremo che Betty , la donna che ha soccorso Laura ha perso da poco una figlia in circostanze drammatiche e l'episodio ha creato una profonda frattura nella famiglia di Betty composta anche dal marito e da un figlio, essi vivono in una sospensione emotiva che ha qualcosa di spettrale. Non si tratta solo di elaborare un lutto: è come se l’evento traumatico avesse scardinato la possibilità stessa di dare un senso al mondo.
Nel loro percorso si inserisce questa  giovane donna, che come la loro figlia suona il piano  e nella quale soprattutto Betty vede una sorta di surrogato filiale; anche Laura è segnata da una situazione di fragilità , tutt’altro che pacificata. L’incontro tra lei e la coppia non è casuale ma assume progressivamente la forma di un “transfer” emotivo pericoloso: la ragazza diventa, agli occhi dei genitori, un possibile sostituto, un simulacro attraverso cui ricreare  ciò che è stato irrimediabilmente perduto.
È qui che il film trova la sua tensione più profonda: nella rappresentazione di un desiderio comprensibile ma eticamente ambiguo. 

La modalità con cui la figlia di Betty muore introduce infatti una dimensione di colpa dal forte potere lacerante ; non c’è la fatalità cieca del caso, ma un interrogativo che diventa ossessione: cosa non abbiamo visto? cosa non abbiamo capito? cosa avremmo potuto fare? Il lutto, in questo senso, non è solo dolore per l’assenza, ma rovello continuo, autoaccusa silenziosa, ricerca retrospettiva di segnali mancati. La madre che resta da sola nella casa dopo la morte della figlia non è semplicemente una donna incapace di andarsene: è qualcuno che vive dentro un luogo trasformato in reliquia e tribunale insieme.
Per questo Mirrors No.3  appare coerente con la filmografia di Christian Petzold: il suo cinema è popolato da fantasmi, ma qui il fantasma non è solo memoria del passato, è senso di responsabilità non elaborato, è domanda senza risposta.



La casa diventa scena del crimine e santuario, spazio in cui ogni oggetto conserva un’eco della figlia perduta. Petzold, con la sua consueta asciuttezza,  evita ogni rappresentazione esplicita dell’evento, ma lascia che sia l’architettura domestica a parlare e ad infondere quel senso di reliquiario pagano, estremo e impossibile tentativo di tenere in vita la persona persa.
In questo contesto, il “transfer” sulla giovane donna assume una connotazione ancora più inquieta. Non si tratta soltanto di sostituire un’assenza, ma di tentare inconsciamente una riparazione simbolica: dare una seconda possibilità a sé stessi come genitori, rimettere in scena una maternità fallita, riabitare un ruolo spezzato. Ma il rischio è evidente: trasformare l’altra in funzione terapeutica, annullandone l’alterità, cosa che in qualche modo di fatto avviene portando all'esplosione nel sottofinale, cui però fa da contraltare un finale che sembra essere se non proprio consolatorio sicuramente meno pesante.
E qui emerge un tratto profondamente petzoldiano: già in Phoenix il desiderio di ricostruire il passato si traduceva in una messa in scena quasi necrofila dell’identità; in Afire la colpa e l’incapacità di assumersi responsabilità si muovevano sotto la superficie di rapporti apparentemente quotidiani; ma il suicidio, rispetto alla catastrofe naturale o storica, è un evento che incrina l’idea stessa di comunità familiare dall’interno, non arriva dall’esterno, nasce nel cuore del nucleo domestico.

Petzold non sfrutta la morte della ragazza  come detonatore melodrammatico, ma lo trasforma in centro gravitazionale silenzioso attorno al quale ruotano i personaggi, la tragedia non esplode bensì si  sedimenta, e lo spettatore resta intrappolato in quella stessa casa, costretto a interrogarsi su quanto sia legittimo e quanto sia pericoloso cercare di rimpiazzare ciò che non può essere rimpiazzato.Petzold non giudica i suoi personaggi, li osserva. Mostra come il bisogno di rimettere insieme i frammenti possa trasformarsi in una forma di appropriazione, quasi di vampirismo emotivo. La giovane, a sua volta, non è una vittima passiva: anche lei cerca un rifugio, un luogo in cui sentirsi riconosciuta. Il rapporto che si instaura è dunque reciproco e per questo ancora più instabile.Oltre a rimandare all'opera di Ravel che sentiamo suonata durante il film, Mirrors No.3 allude  al tema del riflesso: non esiste identità che non sia mediata dallo sguardo dell’altro, ma qui lo specchio non restituisce un’immagine fedele: deforma, sostituisce, raddoppia. La famiglia tenta di vedere nella giovane il volto di ciò che ha perduto; la ragazza intravede in quella casa la possibilità di una nuova origine.

Come spesso accade nel cinema di Petzold, il trauma non è rappresentato con enfasi melodrammatica. Al contrario, la messa in scena è asciutta, controllata, quasi trattenuta. È proprio questa sottrazione a rendere il dolore insopportabile. I silenzi, le pause nei dialoghi, gli sguardi che sfuggono diventano il vero campo di battaglia emotivo.
Il rimorso, in particolare, è un elemento centrale: sappiamo solo in parte  quale sia la responsabilità diretta o indiretta della famiglia nella morte della ragazza, ma il senso di colpa è un fatto oggettivo, un peso che li immobilizza e la ricostruzione della famiglia attraverso un sostituto non è solo un atto d’amore disperato: è anche un tentativo di autoassoluzione.
Il film si inserisce con naturalezza nel percorso del regista, già in opere come Phoenix, Petzold metteva in scena un’identità ricostruita dopo una catastrofe – lì la Shoah – attraverso una donna che torna a confrontarsi con un uomo incapace di riconoscerla. Anche in Transit il tema della sostituzione e dell’identità sospesa era centrale: personaggi in fuga che assumono nomi e ruoli altrui in un tempo storico ambiguo, sospeso tra passato e presente.
Più recentemente, con Afire, il regista aveva raccontato l’incapacità di reagire alla catastrofe ( un incendio che incombeva sul paesaggio estivo) come metafora di una paralisi esistenziale e creativa. In Mirrors No.3 la catastrofe è già avvenuta, ma la paralisi resta. Se in Afire il pericolo bruciava ai margini dell’inquadratura, qui è interno ai personaggi: è una combustione lenta che consuma dall’interno.
Dal punto di vista formale, Mirrors No.3 conferma l’estetica rigorosa del regista: inquadrature precise, uso misurato della musica, attenzione quasi ossessiva agli spazi domestici. La casa diventa un luogo ambiguo: rifugio e trappola, spazio di cura e di manipolazione. Petzold filma gli interni come fossero paesaggi mentali, in cui ogni oggetto conserva la traccia di ciò che non c’è più.
Il film dimostra ancora una volta come il regista appartenga a quella linea del cinema tedesco contemporaneo capace di coniugare rigore teorico ed emozione trattenuta. Non c’è mai compiacimento nel dolore, ma neppure consolazione facile. L’eventuale possibilità di una rinascita , ove esista, passa attraverso il riconoscimento dell’alterità, non attraverso la sua cancellazione.
Il giudizio su Mirrors No.3 non può che essere molto positivo: Petzold firma un’opera matura, compatta, che lavora per sottrazione ma lascia un segno profondo, sulla quale lasciano un segno indelebile l'ormai fedelissima e bravissima Paula Beer e una austera e ricca di drammaticità Barbara Auer.  È un film che interroga lo spettatore senza offrirgli risposte rassicuranti, e proprio per questo resta addosso.
Rispetto ad, Afire e Transit, questo nuovo capitolo appare forse ancora più concentrato, meno aperto alla dimensione metaforica storica e più radicato nell’intimità del presente: se Transit giocava con il tempo e con la memoria europea, e Afire con la dimensione allegorica del disastro imminente, Mirrors No.3 si chiude in uno spazio quasi claustrofobico, scavando con precisione chirurgica nel nucleo familiare.
Nel complesso, l’opera di Christian Petzold si conferma come una delle più coerenti e raffinate del panorama europeo contemporaneo. Il suo cinema è fatto di fantasmi che camminano tra noi, di identità che si rispecchiano e si smarriscono, di amori impossibili o deformati dal trauma. 
Con Mirrors No.3, il regista aggiunge un tassello fondamentale a questa costellazione, dimostrando ancora una volta che il vero orrore non è la perdita in sé, ma il tentativo, disperato e umano, di negarla attraverso un’illusione.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.

Condividi