Giudizio: 8.5/10
Con The Secret Agent (O Agente Secreto), Kleber Mendonça Filho conferma con forza la propria centralità all’interno del panorama del cinema contemporaneo, firmando un’opera che si impone come uno dei titoli più significativi e discussi del 2025.
Il film, accolto con entusiasmo dalla critica internazionale, premiato a Cannes e coronato da quattro nomination agli Oscar, rappresenta un lavoro di straordinaria densità narrativa e tematica, capace di intrecciare riflessione storica, indagine politica e sperimentazione linguistica all’interno di un racconto complesso e profondamente suggestivo.
Ambientato nel Brasile degli anni Settanta, durante uno dei momenti più duri della dittatura militare, il film costruisce una narrazione che, pur radicata nella ricostruzione storica, si rivolge costantemente al presente, interrogando lo spettatore sulle fragilità della memoria collettiva e sulle persistenti minacce che, anche nelle democrazie contemporanee, possono riaffiorare sotto forme più sottili ma non meno insidiose.
Il protagonista Armando (alias Marcello nella sua nuova identità) trona nella sua città natale nel nord del paese, Recife, per fuggire ad un passato misterioso, qui trova l'appoggio e la copwertura di un gruppo di avversari del regime e soprattutto può riunirsi al figlioletto che vive coi nonni materni dopo che la madre ( e moglie di Armando) è morta in giovane età.Nonostante questa fuga e le precauzioni da autentico agente segreto da film di genere, il protagonista si troverà ben presto braccato.
La prima cosa che colpisce in The Secret Agent è il neppure tanto celato citazionismo con elaborazione personale di Mendonça Filho: un inizio da western leoniano e con atmosfere coeniane, una sala di proiezione dentro il cinema dove lavora il suocero di Armando che non può non richiamare alla mente il Nuovo Cinema Paradiso, la lunga e geniale citazione de Lo Squalo di Steven Spielberg, gli appostamenti e gli inseguimenti da thriller da guerra fredda; quasi una dichiarazione all'essenza della settima arte che permette di scorrere negli anni ( c'è un importante piccolo brandello di film che si ambienta nei giorni nostri, quasi una narrazione che riporta indietro il tempo) , di saltare nel tempo , ma al contempo di tramandare eventi, grandi e piccoli , fatti, persone, amori e morti.
Il cuore tematico di The Secret Agent risiede nella capacità di trasformare il racconto storico in un dispositivo critico che parla direttamente all’oggi. Mendonça Filho non si limita a rappresentare la brutalità della dittatura brasiliana, ma costruisce un discorso più ampio sulla natura ciclica del potere autoritario e sulla fragilità delle conquiste democratiche.
Il film dialoga idealmente con Io sono ancora qui di Walter Salles, altra recente opera fondamentale del cinema brasiliano contemporaneo; entrambi i lavori condividono la volontà di interrogare il trauma storico non come capitolo chiuso, ma come presenza latente, pronta a riemergere attraverso derive politiche e sociali che si manifestano nel presente. Tuttavia, se Salles predilige un registro emotivo più intimo e memoriale, più convenzionale narrativamente, Mendonça Filho adotta un approccio più complesso, articolato e ambiguo, giocando costantemente sul confine tra realismo e allegoria.
Nel film, la memoria diventa un terreno instabile, popolato da rimozioni, distorsioni e narrazioni parziali. Il passato non appare mai come un blocco monolitico, ma come una materia viva, soggetta a reinterpretazioni e manipolazioni, un archivio emotivo e politico che continua a esercitare la propria influenza sul presente.
Uno degli elementi più affascinanti del film è il modo in cui Mendonça Filho affronta la complessa relazione tra nostalgia e violenza politica: The Secret Agent infatti restituisce l’immagine di un Brasile attraversato da profonde contraddizioni; da un lato un paese che vive una fase di sviluppo economico e di trasformazione sociale, dall’altro una società soffocata da un clima di repressione, censura e corruzione sistemica.
Il regista evita qualsiasi rappresentazione nostalgica univoca, la nostalgia che attraversa il film è ambivalente, quasi ingannevole, essa emerge come sentimento legato a un’idea di stabilità e prosperità, ma viene costantemente incrinata dalla presenza di un potere autoritario che controlla e manipola ogni aspetto della vita civile. Questo contrasto produce un senso di inquietudine permanente, una percezione di benessere apparente che nasconde una realtà fatta di paura e controllo.
La società descritta da Mendonça Filho appare come una costruzione fragile, nella quale la quotidianità convive con la minaccia costante della violenza istituzionale. È proprio in questa tensione tra normalità e terrore che il film trova la propria dimensione più potente e universale.
Dal punto di vista stilistico, The Secret Agent si distingue per una regia estremamente personale, capace di mescolare registri apparentemente inconciliabili: il regista costruisce un racconto che sfugge a qualsiasi categorizzazione rigida, alternando momenti di tensione politica a sequenze che sembrano appartenere a una commedia nera, fino a sconfinare in territori quasi surreali.
L’incipit del film, che richiama, come già accennato, esplicitamente le atmosfere del western contemporaneo, evoca per costruzione narrativa e per gestione dello spazio una sensibilità vicina al cinema dei fratelli Coen. Questa apertura non rappresenta soltanto una citazione stilistica, ma stabilisce fin dall’inizio il tono ambiguo dell’opera, in cui il genere diventa uno strumento per destabilizzare le aspettative dello spettatore.
Il regista utilizza con grande abilità il contrasto tra leggerezza apparente e tensione sotterranea, le sequenze che assumono toni quasi ironici o grotteschi non alleggeriscono il racconto, ma lo rendono più inquietante, sottolineando l’assurdità di un sistema politico che normalizza la violenza e la sorveglianza.
In questo contesto si inseriscono anche elementi riconducibili al realismo magico, cifra stilistica profondamente radicata nella tradizione culturale sudamericana. Mendonça Filho non utilizza il fantastico in modo esplicito, come invece faceva , seppur in forma sfumata in Bacurau, ma introduce una dimensione sospesa, fatta di percezioni alterate, presenze evanescenti e situazioni che sembrano oscillare tra realtà e immaginazione.
La riuscita del film deve moltissimo alla straordinaria interpretazione di Wagner Moura, che offre una delle prove più mature e complesse della propria carriera. L’attore costruisce un protagonista attraversato da ambiguità morali, tensioni interiori e fragilità emotive, evitando qualsiasi semplificazione eroica.
Il suo personaggio diventa il punto di osservazione privilegiato attraverso cui lo spettatore entra nel labirinto politico e umano del film. Moura riesce a restituire con grande finezza il conflitto tra sopravvivenza individuale e responsabilità etica, incarnando perfettamente il senso di smarrimento che caratterizza un’intera generazione costretta a confrontarsi con la brutalità del regime.
Accanto a lui, Mendonça Filho costruisce una galleria di personaggi secondari estremamente vividi, alcuni addirittura memorabili ( si pensi al commissario di polizia Euclides Cavalcanti, al cattivissimo Henrique Ghirotti o alla parata di killer brutti ceffi) ciascuno dei quali contribuisce a delineare un affresco sociale complesso e stratificato. Queste figure, mai ridotte a semplici funzioni narrative, ampliano il discorso del film, mostrando come la dittatura influenzi in modo diverso le traiettorie individuali.
The Secret Agent si inserisce coerentemente nel percorso artistico del regista, sviluppando e radicalizzando le tematiche già affrontate in Aquarius e Bacurau.
In Aquarius, Mendonça Filho esplorava il conflitto tra memoria personale e trasformazioni urbane, utilizzando la storia di una donna che resiste alla speculazione immobiliare come metafora della lotta contro la cancellazione del passato. Bacurau, invece, ampliava lo sguardo verso una dimensione collettiva, costruendo un racconto allegorico sulla resistenza di una comunità contro forze oppressive e neocoloniali.
Con The Secret Agent, il regista compie un ulteriore passo avanti, abbandonando in parte la dimensione metaforica più esplicita per costruire un racconto storico che, pur rimanendo radicato nella realtà, assume una portata simbolica ancora più ampia. Il film rappresenta probabilmente il punto di sintesi più maturo della sua poetica, nella quale memoria, identità e potere si intrecciano in modo sempre più complesso.
The Secret Agent si impone come un’opera di straordinaria ricchezza, capace di coniugare riflessione storica, sperimentazione formale e profondità emotiva. Mendonça Filho realizza un film che non si limita a raccontare un periodo oscuro della storia brasiliana, ma invita lo spettatore a interrogarsi sul rapporto tra memoria e responsabilità, tra passato e presente.
La forza del film risiede proprio nella sua ambiguità, nella capacità di costruire un racconto che rifiuta risposte semplici e che obbliga lo spettatore a confrontarsi con la complessità della storia e delle sue eredità.
Grazie a una regia visionaria e fatta di slanci e deviazioni di percorso, a una sceneggiatura di grande densità e a interpretazioni di altissimo livello, The Secret Agent si colloca senza dubbio tra le opere cinematografiche più importanti dell’anno, confermando Kleber Mendonça Filho come uno degli autori più lucidi e originali del cinema mondiale contemporaneo.

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