Giudizio: 7.5/10
C'è un momento, nella filmografia ancora giovane ma già sorprendentemente sfaccettata di Wei Shujun, in cui lo spettatore che lo ha seguito dai tempi dei primi film è portato a chiedersi dove stia realmente il centro di gravità di questo autore, e Mostly Sunny arriva proprio a complicare quella domanda invece di risolverla, perché dopo la intensa torbida deriva noir di Only the River Flows e dopo il gioco metacinematografico, venato di ironia brillante, dell'eccellente Ripples of Life, ci si aspettava forse un ulteriore sviluppo lungo la linea del cinema che riflette su se stesso o del genere piegato a una sensibilità d'autore, mentre il regista sceglie di voltare pagina in modo quasi disarmante, consegnandoci una commedia che si regge per gran parte del suo percorso su una luce intenzionalmente diffusa, quasi infantile, e che solo gradualmente lascia emergere sotto di sé la materia più scura e più irrimediabile dell'esistenza, ossia la malattia, la perdita imminente e la domanda su come si possa continuare a stare al mondo quando il mondo sta per toglierti la persona che lo teneva in piedi.
Il punto di partenza è di una semplicità volutamente favolistica: Wu You, interpretato da un Huang Xiaoming irriconoscibile, è un uomo ormai adulto la cui età anagrafica non coincide in alcun modo con la sua età cognitiva; una disabilità intellettiva lo ha lasciato in uno stato di perenne infanzia, e vive ancora con la madre, una donna di quasi settant'anni, luminosa e a sua volta tutt'altro che rassegnata, a cui Lu Xiaofen presta una grazia lieve e una dignità che non scivolano mai nel sentimentalismo.
Il loro è un equilibrio domestico fatto di gesti ripetuti, di una tenerezza quotidiana che il film non sottolinea mai con enfasi, e proprio per questo risulta credibile, fino a quando la scoperta della malattia terminale della madre non incrina quella bolla protettiva e costringe ciascun personaggio a scegliere con quali armi affrontare il tempo che resta. In questo senso la struttura narrativa è quella classica del dramma familiare davanti alla morte, ma ciò che la rende singolare è la presenza, accanto alla madre e al protagonista, di una figura speculare, quella del fratello medico, che incarna la risposta razionale, scientifica, quasi ostinatamente tecnica al problema, in opposizione alla risposta di Wu You, che invece si affida al credo ottimistico di una comunità che ha fatto del sole e della luce il proprio sacramento laico.
È qui che il film trova la sua tensione più feconda, perché il cosiddetto Sunshine Club non viene mai trattato con la semplice condanna che ci si potrebbe aspettare da un cinema ironico e scettico come quello di Wei, né viene accolto con l'adesione sentimentale di un film consolatorio, ma si colloca in uno spazio ambiguo, quasi di sospensione, in cui il carisma del suo leader, affidato a un Jia Zhangke ( uno dei principali mentori del giovane Wei) che compie una scelta di recitazione intelligente nel restare sempre un passo prima della caricatura, si mescola a una retorica motivazionale di stampo quasi aziendale, fatta di slogan, di rituali condivisi e di una promessa di guarigione che ha tutti i tratti del pensiero magico, sebbene , proprio attraverso la figura stramba del leader non si ha mai l'impressione di avere a che fare con un imbroglione.
Il regista sembra consapevole della natura potenzialmente predatoria di questo tipo di comunità, di quel linguaggio del self-help che nella Cina contemporanea, come altrove, intercetta la fragilità degli individui più soli e la trasforma in appartenenza, e tuttavia la sua intuizione più originale consiste nel mostrare come lo stesso meccanismo, applicato a un personaggio come Wu You, produca qualcosa di diverso da un inganno, perché la sua adesione è priva di calcolo, di cinismo, di quella difesa preventiva che gli adulti mettono tra sé e le parole degli altri, e dunque l'ottimismo che per tanti è una maschera o uno strumento diventa per lui un modo autentico, e proprio per questo disarmante, di stare nel mondo.
Si apre così uno dei nodi tematici più interessanti dell'opera, quello del rapporto tra innocenza e verità, perché il film pone con delicatezza, senza mai formulare tesi esplicite, la questione di che cosa valga di più davanti alla morte, la lucidità che sa nominare il male oppure la fede, anche irrazionale, in una luce che lo dissolve, e lo fa attraverso un personaggio la cui condizione sottrae ogni possibilità di ironia compiaciuta da parte dello spettatore.
Wu You non è un ingenuo da correggere né un santo da venerare, è un uomo che vive l'ottimismo non come dottrina ma come grammatica elementare dei propri giorni, e la forza del film sta nel lasciare che questo sguardo contamini progressivamente anche gli altri personaggi e la nostra stessa percezione, fino al punto in cui la domanda se il Sunshine Club sia una setta o una terapia diventa secondaria rispetto a quella, più radicale, su cosa significhi davvero guarire quando la guarigione fisica non è più possibile.
In questa prospettiva l'ottimismo che il film propone non è mai la negazione del dolore, ma una forma di resistenza ad esso, un modo di sottrarre alla malattia l'ultima parola sul significato del tempo che resta, e il titolo stesso, con quel suo «mostly» che in inglese introduce una riserva, una percentuale di nuvole dentro il sereno, racchiude con grande precisione l'intenzione dell'opera, che non promette il sole pieno ma una condizione di prevalente luminosità, consapevole della propria precarietà.
Sul piano del tono, che è forse l'aspetto che più lascia spiazzati e che più merita di essere discusso, Mostly Sunny conferma che Wei Shujun ha un talento non comune nel maneggiare registri contigui senza mai farli collidere in modo brutale, perché la commedia, che nella prima parte ha il sopravvento attraverso situazioni comiche, equivoci e una leggerezza quasi da fiaba urbana, non viene tradita quando il racconto si fa più grave, ma si trasforma lentamente, cambia di peso, lascia che il riso diventi più sommesso e più umano, fino a convivere con la commozione senza dover chiedere permesso.
È un passaggio che richiede una sapienza di ritmo notevole, e il film la possiede in larga misura, anche se non senza qualche rischio, perché la scelta di mantenere sempre accesa la fiamma dell'ottimismo, pur coerente con il disegno complessivo, può in alcuni momenti attenuare l'urto emotivo che la materia drammatica richiederebbe, lasciando la sensazione che certe zone d'ombra, soprattutto quelle legate al rapporto tra i due fratelli e al peso che ricade su chi accudisce, siano sfiorate più che attraversate fino in fondo.
Eppure è difficile fare di questo limite un vero capo d'accusa, perché a ben vedere il film dichiara fin dall'inizio la propria postura, e la dichiara con una coerenza che ne fa un'opera di rara compattezza morale, come se Wei avesse deciso, dopo i territori più scabri e inquieti dei lavori precedenti, di mettere alla prova il proprio cinema su un terreno apparentemente opposto, quello della gentilezza, per verificare se anche lì si potesse custodire la stessa attenzione agli esseri umani che attraversava i suoi noir.
E in effetti, a uno sguardo più ravvicinato, la continuità con i film precedenti emerge più di quanto la superficie lasci intendere, perché resta intatta la sua capacità di osservare comunità, gruppi, piccoli ecosistemi sociali nei quali gli individui cercano un senso, resta l'interesse per la distanza tra ciò che le persone dicono di sé e ciò che realmente sono, resta soprattutto quell'umorismo asciutto, leggermente straniato, che impedisce al film di cedere al ricatto lacrimevole, anche quando la materia sembrerebbe invitare a farlo.
Un discorso a parte merita il lavoro sugli attori, che costituisce senza dubbio uno dei pilastri dell'opera. Huang Xiaoming, noto per ruoli lontanissimi da questo, affronta una prova di trasformazione che avrebbe potuto facilmente scivolare nell'esibizione di bravura o nella caricatura compassionevole, e invece sceglie una strada di misura, di ascolto, di fisicità trattenuta, restituendo un personaggio che non chiede mai pietà e che anzi, proprio nel suo rifiuto di vedersi come vittima, rende ancora più acuta la nostra empatia, regalandoci probabilmente una delle interpretazioni di Huang più belle. Lu Xiaofen è il contrappeso ideale, con una presenza che sa essere insieme materna e ironica, mai prigioniera del ruolo della madre sofferente, mentre Zu Feng, nella parte del fratello razionale, ha il compito più ingrato e lo assolve con una sobrietà che dà spessore a un personaggio che, in mano a un altro attore, sarebbe potuto restare un semplice antagonista di buon senso. Quanto a Jia Zhangke, la sua presenza nel ruolo del leader ha anche un sapore metalinguistico che non può sfuggire a chi conosce il cinema cinese contemporaneo, perché vedere uno dei maggiori autori del paese farsi portavoce di una filosofia dell'ottimismo così apertamente ambigua aggiunge un ulteriore strato di lettura, senza però mai trasformare il suo personaggio in un'icona o in un cameo ammiccante.
Sul versante della messa in scena, la regia di Wei predilige una luce, è il caso di dirlo, che accompagna i personaggi con naturalezza, evitando gli effetti più marcati dei film precedenti a favore di uno stile che si dimostra funzionale al racconto e alla sua dimensione quasi fiabesca, con una cura per gli spazi domestici e per i gesti minimi che contribuisce a dare corpo al legame tra madre e figlio.
Anche la scelta di lasciare respirare le inquadrature, soprattutto nella parte conclusiva, dove il film sembra voler condividere con lo spettatore un tempo sospeso, quasi una comune respirazione, rivela una fiducia nel cinema come esperienza di presenza collettiva, e dunque una maturità di sguardo che nel panorama dei registi della sua generazione non è affatto scontata.
Resta da dire, a conti fatti, quale sia il posto di Mostly Sunny nel percorso del suo autore e quale sia il suo valore intrinseco, e la risposta che si può dare è che si tratta di un film più importante di quanto la sua apparente leggerezza lasci pensare, non perché risolva le questioni che solleva, ma perché le tiene aperte con un tatto e una generosità che il cinema d'autore contemporaneo, spesso incline al cinismo o alla durezza come garanzia di serietà, ha un po' disimparato. Non è l'opera più audace di Wei Shujun né la più spigolosa, e chi cerca in lui la tensione perturbante del noir potrà sentirsi in parte privato di qualcosa, ma è forse la più umana, quella in cui il regista accetta di esporsi di più, di rischiare la dolcezza, e di scommettere sul fatto che un'ostinata fiducia nella luce, anche quando il cielo è soltanto in prevalenza sereno, possa essere non un'ingenuità da deridere ma l'ultima, più fragile e più preziosa forma di dignità che ci sia concessa davanti alla fine.

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