mercoledì 8 settembre 2010

Nuovomondo ( Emanuele Crialese , 2006 )

Giudizio: 8/10
Il vecchio mondo che approda nel nuovo


Dopo la Lampedusa selvaggia di Respiro, Crialese ci regala ancora immagini di una Sicilia arcigna, quasi inospitale, in cui la sopravvivenza è legata a pochi animali al pascolo e agli scarsi prodotti della terra. E' una terra fotografata agli inizi del 900 , in cui tra povertà e orgoglio, superstizione e sacralità, l'unica via di uscita sembra quella di emigrare nel nuovo mondo, quasi mitologica terra della felicità in cui i soldi crescono sugli alberi e la terra produce frutti enormi e fiumi di latte.
Ed è così che Salvatore raduna la sua famiglia , baratta asini e capre per vestiti e si imbarca alla volta della terra promessa, dove già è approdato il fratello gemello anni prima.
Durante il viaggio  si unirà a loro Luce, una donna inglese che veste bene e si comporta da signora, ma che nasconde un passato oscuro che le impedisce di poter raggiungere l'America; Salvatore è la sua ancora di salvezza: se lui la sposerà , potrà finalmente risiedere nella terra promessa. 
Lo sbarco ad Ellis Island farà conoscere agli emigrati il lato più ostico del nuovo mondo , tra visite corporali, test di intelligenza e selezione sulla base di principi arbitrari. Un finale onirico e surreale, che richiama prepotentemente quello di Respiro, ci offre una chiave di lettura tra l'ottimismo e la rassegnazione, in cui  il fiume bianco latte  avvolge i nuovi arrivati.
Confermandosi regista di una sensibilità rara, Crialese racconta una storia che, rifacendosi alla tematica dell'emigrazione italina dei primi del 900, vuole essere anche uno sguardo su quelli che sono oggi i flussi migratori, liberando il tutto però da facili interpretazioni sociologiche, ma soprattutto racconta una fuga ed un approdo da parte di una generazione di emigranti che portava con se l'essenza  del vecchio mondo.
Non è il sogno americano che giace al centro della narrazione, bensi è il dolore, la rassegnazione e la speranza degli abitanti del vecchio mondo che plasmano la storia; non c'è spazio per immagini della opulenta America se non attraverso le cartoline di propaganda, il regista non ci mostra nulla del nuovomondo e tanto meno l'abusata scena del bastimento che sfiora la statua della libertà, non ci sono grida di giubilo all'arrivo, solo stupore da parte degli emigrati, nello sbirciare dalle finestre semioscurate del centro di quarantena , alla vista dei palazzi alti cento piani.
E' la rassegnazione, quasi la sconfitta quella che regna, stupendamente rappresentata dalla partenza della nave che appare come un oggetto alla deriva che si distacca lacerandosi dalla terraferma e se è vero ciò che il regista ha dichiarato, affermando che il suo non è nè un film politico, nè un film sociale e tanto meno storico, possiamo allora affermare che è un film quasi antropologico, in cui l'animo umano viene sezionato minuziosamente nel suo intimo e mostrato nel momento della ricerca di una nuova vita in un nuovo mondo , arrichito da una visionarità che si traduce in bellissimi momenti onirici.
Praticamente mai avevavmo visto così da vicino in un film quello che era la cosiddetta quarantena ad Ellis Island, i metodi che contenevano quasi i prodromi della follia nazista sulla preservazione della razza, l'ignobile mercato umano in cui sconosciuti prendevano in spose le ragazze giunte dal vecchio continente, rappresentato con forza in uno dei più bei momenti del film: tutto visto sempre e soltanto dalla parte dell'emigrato, quasi il nuovomondo fosse un'entità ancora lontanissima.
E se il finale,con i nuovi arrivati immersi nel bianco del mitologico fiume di latte, sembra offrire una lettura positivista della storia, una sorta di immenso abbraccio da parte della terra promessa, quello che però rimane impresso maggiormente è il senso di sconfitta, di orgoglio calpestato che colora il volto dei protagonisti.
Un film tra i più belli degli utlimi anni nel panorama italiano che ci conforta con la certezza di sapere che esiste un regista come Crialese, capace di  far riecheggiare nuovamente le tradizioni del Grande Cinema italiano, quello dei grandissimi maestri, ahimè troppo spesso dimenticati.

4 commenti:

  1. E' vero sono d'accordissimo. Un film profondamente antropologico e ricco di immagini meravigliose. Ancora ricordo il momento in cui la nave si stacca dalla terraferma, straordinario.

    RispondiElimina
  2. Quella è la scena più bella e potente del film: niente cappelli sventolati, niente fazzoletti, niente lacrime, solo il volto attonito di chi lascia la propria terra e che crede che nel mare ci siano gli alberi e le case. La grandezza di questo film sta anche in questo, avere magnificamente evitato tutte quelle scene e situazioni che abbiamo visto tante volte in film simili.

    RispondiElimina
  3. molto bello, a me è piaciuto anche più di respiro.

    RispondiElimina
  4. D'accordissimo iosif, sono due belle opere, ma questo ha veramente l'alone del grande cinema.

    RispondiElimina

Condividi