sabato 4 settembre 2010

Woman on the beach ( Hong Sang-soo , 2006 )

Giudizio: 8/10
Microcosmi in conflitto


Più conosci Hong Song-soo e più pensi a Rohmer: non avrà quelll'ntellettualismo quasi ascetico del grande maestro francese , così come non raggiungerà le vette di profondo intimismo , ma il suo modo beffardo e indagatorio fatto di piccoli e laceranti affondi che vanno a portare alla luce quello che giace nel profondo dell'individuo, ricorda molto il regista della Nouvelle Vague scomparso di recente.
I suoi film possiedono una struttura quasi ossessivamente ripetitiva e uguale a se stessa, raccontano storie che quasi non esistono se non in forma di momenti di incontro e di situazioni, al punto che raccontarne la trama è quasi impossibile; ma nonostante queste premesse che potrebbero lecitamente far pensare a pellicole poco coinvolgenti, i lavori del coreano rifulgono di una descrizione dell'uomo spietata, pur rimanendo l'occhio del regista apparentemente molto lontano, in grado di raccontare microcosmi che interagiscono , quasi sempre con risultati catastrofici.

Anche in Woman on the beach lo spunto sembra avere qualche venatura autobiografica: Kim , regista coreano in profonda crisi di ispirazione decide di recarsi in una località marittima insieme allo sceneggiatore per provare a scrivere il soggetto di un film che nella sua mente dovrebbe parlare dei miracoli, la presenza della presunta fidanzata dello sceneggiatore creerà il tringolo che tanto ad Hong interessa: l'interazione fra questi tre personaggi, pieni di problematiche sopite (e neanche tanto), porterà la ragazza tra le braccia di Kim, il quale ottenuta la preda si tirerà subito indietro e la ragazza se ne riparte per la città.
Kim da bravo egoista e opportunista, tenterà di riannodare i fili ben presto, ma ai silenzi della ragazza, troverà modo di consolare la sua solitudine in riva al mare con un'altra donna conosciuta con un bieco trucchetto.
Finale dall'apparente retrogusto dolce amaro, in cui tutti ne escono sconfitti e nudi di fronte alla meschinità.
L'impressione che si prova guardando il film è quella di assistere a quei bussolotti all'interno dei quali si muovono frenetici i numeri della tombola: microcosmi impazziti, soli e disperati nel loro egocentrismo ed egoismo, che si avvicinano, si attraggono perchè la fisica prevede questo e poi dopo un cozzo demolitore, si allontanano per sempre, soli e disperati più di prima.
Così sono i personaggi che racconta Hong, al limte della detestabilità, sia nel loro ridicolo maschilismo che nel loro fastidoso opportunismo femminile, ritratti di individui che alla vita hanno da chiedere poco o nulla , così racchiusi nei loro gusci di incomunicabilità e di egoismo; e se il tema è ovviamnete universale, il regista non manca di condirlo con pizzico di sarcasmo rivolto ai suoi connazionali e al loro ossessivo senso dell'umiliazione subita.
Anche stavolta quindi la carrellata di personaggi porta alla luce tematiche drammatiche, raccontate sempre però con grande soavità , ma non per questo meno pesanti, facendo ricorso meno del solito al tono da commedia; in Woman on the beach lo squallore esistenziale dei protagonisti è completo, anche in quel loro sapere essere sinceramente se stessi solo se ubriachi.
Il lavoro risulta uno tra i più belli di Hong, anche grazie a una notevolmente più ridotta logorrea dei personaggi rispetto ad altri lavori; qui c'è tempo e modo di capire come le esistenze spesso siano entità inconciliabili tra loro.

2 commenti:

  1. me li sono guardati tutti e due, questo e "Giorno e notte", dopo che li ha trasmessi Raitre l'altra notte.
    Notevoli, oltre a Rohmer ho pensato a qualcosa di Amir Naderi in giro per Manhattan e al primo Atom Egoyan (Calendar, lo conosci?).
    La cosa curiosa è che sono personaggi tutto sommato sgradevoli, dicono un sacco di bugie, bevono e si ubriacano (le donne soprattutto), hanno scatti d'ira e di maleducazione, però gli si vuol bene, a tutti.
    Hong me lo tengo in memoria, d'ora in avanti.

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  2. No di Egoyan non ho visto nulla, ma rimedierò presto. Vero quanto dici, i personaggi sono al limite dello spregevole, ma sono al tempo stesso uno specchio in cui tutti noi troviamo qualcosa che ci appartiene e per questo alla fine li sentiamo vicini.

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