lunedì 5 gennaio 2015

The Light Shines Only There ( O Mipo , 2014 )

Giudizio: 8/10

Tatsuo è un giovane che si è trasferito in una città marittima del Giappone oppresso e sconvolto nella mente da un incidente di cui si ritiene responsabile avvenuto in una cava dove lavorava come posa mine; passa il suo tempo vagando per la città tra sale gioco e alcool e un giorno il destino gli presenta il primo snodo cruciale della sua vita: tra un Pachinko ed un altro incontra Takuji, un giovane dall'atteggiamento chiaramente disforico e disturbato che lo invita a pranzo presso la sua casa, una baracca sul mare dove vive con la sua famiglia composta da un padre allettato da un colpo apoplettico che ha lasciato come esito una patologica tendenza al sesso , una madre ridotta a larva umana e una sorella che lavora in una industria alimentare part time e che la sera si vende in uno squallido bordello.
Un quadro , come si intuisce, da autentico film maledetto: il magnetismo che si esplica subito tra Tetsuo e Chinatsu, la sorella di Takuji, è esplosivo, ma tra i due le cose non possono andare per il verso convenzionale, troppo incancreniti sono i loro animi sotto il peso di una vita misera: inoltre Chinatsu è l'amante del datore di lavoro di Takuji che ha consentito al giovane di uscire di galera sulla parola.

Ogni incrocio fatale che si pone sulla strada dei due amanti conduce inevitabilmente verso qualcosa che li fa ritrovare uno lontano dall'altra, quasi che il Fato abbia ormai disegnato per loro una esistenza squallida e priva di luce.
Il rimorso, il nichilismo, l'illusione e l'abbandono colorano il film di tinte cupe, quasi che il desiderio di una vita normale sia preclusa ai protagonisti, fino al momento in cui un drammatico gesto di ribellione comune sembra aprire un piccolo pertugio.
Lasciando da parte i toni da commedia che avevano contraddistinto i precedenti lavori di O Mipo, The Light Shines Only There è film duro, sporco, cattivo permeato di una violenza disperata che sembra ricordare quella del Kim Ki-duk prima maniera, lavoro tutto sommato atipico nel panorama giapponese in cui il proscenio è totalmente occupato da losers quando non da veri e propri freaks.
Ma in questo sta il grande valore dell'opera, designata a rappresentare il Giappone al prossimo Oscar e che naturalmente è rimasta fuori dalla short list da poco comunicata: al racconto buio fa da mirabile struttura una fotografia straordinaria, che asseconda il grigiore delle esistenze descritte, al punto di presentarci ambientazioni marittime in piena estate dove però non brilla mai il sole; inoltre certe situazioni cariche di dramma e di dolore vanno anche ben oltre il cosiddetto comune senso del pudore.
La lotta per oltrepassare il limite che la vita ha posto alle esistenze dei protagonisti pullula però di grande passione profonda e dolorosa, una sorta di spinta ancestrale che trova nell'istinto di sopravvivenza la sua più grande espressione; una ribellione eroica contro l'annientamento che solo nei fotogrammi finali lascerà un piccolo spiraglio di fuga, proprio là dove per la prima volta vediamo una sottile traccia di luce.
Le prove dei tre attori protagonisti sono in ugual modo convincenti e potenti: Ayano Go, Ikewaki Chizuru e Suda Masaki ben descrivono il tormento che attanaglia i loro personaggi.
Chiaro che un film simile ad Hollywood non entra neppure per la porta di servizio, quindi l'essere stato ignorato dall'Academy non deve stupire; in compenso O Mipo ha sicuramente confezionato uno dei film giapponesi più belli del 2014.

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