lunedì 28 dicembre 2015

Enclave [aka Enklava] ( Goran Radovanovic , 2015 )




Enclave (2015) on IMDb
Giudizio: 8/10

Nel Kossovo pacificato sotto il protettorato dell'Onu che ha restituito la regione alla sua maggioranza albanese-musulmana dopo il ritiro delle truppe serbe, vive l'undicenne Nenad, relegato in una delle tante piccolissime enclave che nel nord del paese sono abitate dalla minoranza serba, dopo che per una beffarda legge del contrappasso la diaspora ha allontanato decine di migliaia di serbi effettuando una pulizia etnica meno sanguinosa ma non per questo meno tragica.
Nenad vive in un minuscolo villaggio di poche case e tante rovine, risultato dell'ultimo conflitto che ha percorso la ex Jugoslavia, per andare a scuola viene prelevato da un blindato delle forze dell'ONU e accompagnato in una classe dove è l'unico alunno; anche nel suo villaggio è l'unico ragazzino e vive col padre e con l'anziano nonno dopo che la madre è andata a cercare fortuna a Belgrado.


Gli sguardi che si scambia coi coetanei albanesi nascondono a stento un  odio atavico represso in centinaia di anni e drammaticamente esploso con la guerra; lo stesso odio che percorre lo breve spazio che intercorre tra l'enclave e i villaggi vicini abitati da kossovari albanesi.
L'unico passatempo del ragazzino è il gioco del domino col nonno e le quattro chiacchiere col prete ortodosso della vicina chiesa.
La morte del nonno prima, cui risulta difficile persino dare i conforti religiosi e la sepoltura, e un gioco tra ragazzini finito male riaccendono la fiamma dell'odio interetnico che covava nascosta sotto le ceneri, come un eterno magma sotterraneo pronto ad esplodere alla minima scintilla.
Il finale nella periferia urbana di Belgrado dove Nenad si è trasferito per cercare di allontanare l'odio si tinge però di pessimismo solo in parte mitigato da uno spiraglio di speranza che solo le nuove generazioni possono cogliere e far crescere.

Il regista serbo Goran Radovanovic decide di raccontare con Enclave un piccolo capitolo oscuro della storia recente della ex Jugoslavia, la realtà della popolazione serba rimasta in Kossovo e costretta a vivere isolata e costantemente discriminata da quella albanese, il che in un periodo in cui anche il cinema si adagia sul politically correct è operazione degna di nota a prescindere.
Ma il concetto di base che anima Enclave è quello che nessuno si deve sentire libero da responsabilità per una situazione che prima di essere una conseguenza politica è soprattutto di tipo sociale,arcaica quasi tribale, nella quale l'odio tra le varie etnie è miscela inesauribile.
Radovanovic ha il merito di raccontare una storia piccola, se vogliamo insignificante, con grande lucidità, senza far cadere la mannaia del giudizio storico o politico, bensì mettendo al centro l'individuo come attore protagonista della storia di odio e di violenza che ci presenta.
Alcuni momenti del film sono carichi di una silenziosa ma agghiacciante drammaticità ( il prete che riporta il ragazzino albanese ferito a casa, l'assalto al bus diretto all'enclave) che fa da contraltare ad un paesaggio stupefacente nella sua selvaggia bellezza che a stento riesce a nascondere le profonde ferite inferte dalla guerra.
Nenad a Belgrado, ben lungi dal trovare una patria, vive la sua solitudine di apolide contrappuntata dalle continue ingiurie di essere "albanese" che subisce , e quando il tema in classe gli chiede di parlare del suo migliore amico, il ragazzino ha pensieri solo per i suoi coetanei albanesi.
Da qui nasce forse per il regista il percorso di speranza: le nuove generazioni liberate dal peso di una memoria che opprime e lacera potrebbero ritrovare la strada della convivenza al di là dell'etnia.
Enclave è opera di grande forza espressiva, priva di fastidiosi estremismi, che vuole cercare di abbracciare tutte le problematiche che la guerra in Kossovo ha lasciato dietro di sè, parzialmente sepolte dal manto apparentemente rassicurante dell'ONU, ma che in effetti covano pericolosamente sotto la calma apparente.

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