venerdì 14 aprile 2017

Love and Other Cults ( Uchida Eiji , 2017 )



Giudizio: 7/10

Con Lowlife Love , presentato lo scorso anno al Far East Film Festival, il regista indipendente giapponese Uchida Eiji, aveva affrontato con un tono fra il serio e il faceto, il mondo della gioventù semiemarginata ed insoddisfatta sempre sull’orlo di un vortice creato dalla solitudine pronto ad inghiottirla. Questo Love and Other Cults non si discosta molto né dai temi né dalla struttura del racconto rispetto al precedente, dimostrando come il regista giapponese abbia a cuore raccontare storie non convenzionali.


La protagonista del racconto è Ai una ragazzina che vediamo in un prologo-flashback oppressa da una madre fanatica religiosa che decide di inviarla in un ritiro spirituale per fortificare la sua fede; qui la ragazzina trascorre sette anni fino a che la polizia non arresta il capo della setta; tornata a casa Ai vaga alla ricerca di qualcosa che le dia un minimo di certezza: prima la scuola, che non aveva mai frequentato, poi un gruppo di balordi da quattro soldi, quindi viene quasi adottata da una famiglia medio borghese e infine l’approdo ai locali notturni prima e al mondo del porno poi.
Un percorso di formazione verrebbe da dire, o più probabilmente ,un vagare in balia degli eventi alla ricerca di una sicurezza e di una identità difficili a trovare, perché ognuno degli ambienti cui Ai si lega mostra ben presto il suo lato più detestabile.
Unico compagno che spezza almeno in parte in questo peregrinare affannato la solitudine di Ai è Ryota, innamorato di lei sin dai tempi della scuola e sempre sulle sue tracce , come un grillo parlante che cerca di impedire la caduta definitiva negli inferi della ragazza.

“Andiamocene via, andiamo a Tokyo” è quello che ripetono ossessivamente un po’ tutti i personaggi di questa amara commedia dalle  tinte drammatiche: la città di provincia, nel suo squallido grigiore, intesa come una gigantesca trappola che diventa una prigione nella quale è difficile trovare vie d’uscita; è questo uno dei temi più forti del film di Uchida, insieme al ritratto di una gioventù sbandata e nichilista all’interno della quale però esiste ancora qualcuno con la purezza d’animo nascosta nel ciarpame: Ryota che sogna di andare a Tokyo a studiare e che per far ciò non disdegna di fare lo spacciatore pur di mettere da parte i soldi e Reika, la fotografa subacquea che con il suo amore cerca di sottrarre alle grinfie di una ambiente malsano il nero Kenta, picchiatore gigante dal cuore buono della banda, sono i due che cercano di spezzare il cerchio mefitico e grottesco che racchiude le esistenze nella città di provincia.
La recensione completa può essere letta su LinkinMovies.it

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