lunedì 2 febbraio 2026

It Was Just an Accident [aka Un semplice incidente] ( Jafar Panahi , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 8.5/10

Un evento marginale, apparentemente privo di conseguenze, innesca una serie di incontri imprevisti. It Was Just an Accident (Un semplice incidente) segue il percorso incerto di un piccolo gruppo di individui costretti a condividere uno spazio chiuso e un tempo sospeso, mentre il passato riemerge sotto forma di sospetto, memoria e rancore. Jafar Panahi costruisce un racconto mobile e ambiguo in cui il quotidiano si trasforma in un campo di prova morale, dove giustizia, vendetta e responsabilità individuale si intrecciano senza mai trovare una soluzione pacificante.

Nel cinema di Jafar Panahi l’urgenza politica non passa mai dalla solennità, ma dall’attrito; It Was Just an Accident, Palma d’Oro a Cannes e già indicato come uno dei titoli più forti nella corsa all’Oscar per il miglior film internazionale, è forse il suo film più spiazzante proprio perché sceglie di contaminare apertamente i registri, di scivolare con apparente naturalezza dal thriller politico alla commedia nera, dal dramma morale al picaresco per approdare al  paradosso quasi grottesco.

Il momento chiave di questa deriva controllata è la nascita di un gruppo improbabile di personaggi, tutti “sui generis”, costretti a condividere un viaggio in pulmino insieme a un prigioniero. 
È qui che il film cambia passo e rivela la sua natura più ambigua: la tensione non si scioglie, ma si deforma, le dinamiche diventano a tratti farsesche, i dialoghi assumono una cadenza ironica, persino surreale, e il racconto sembra flirtare con una dimensione da commedia nera on the road che sconfina a momenti addirittura nel western; ma è un riso che, seppur spontaneo e sincero, non libera, che non alleggerisce: al contrario, inchioda i personaggi e lo spettatore  a una condizione di disagio crescente.
Panahi usa la commedia come dispositivo critico: l'assurdità delle situazioni, la goffaggine morale dei personaggi, la loro incapacità di trovare una linea d’azione condivisa diventano lo specchio deformante di un paese in cui la violenza del potere ha frantumato ogni certezza etica. In quel pulmino non viaggia solo un prigioniero e una improbabile armata brancaleone in stile persiano, ma un intero sistema di colpe, paure, giustificazioni e compromessi. Ognuno dei personaggi incarna una diversa modalità di relazione con il regime: la complicità passiva, l’obbedienza, la rimozione, il desiderio di vendetta, l’illusione di potersi chiamare fuori.
È proprio attraverso questa contaminazione dei generi che Un semplice incidente diventa ancora più radicale. Il film non sceglie mai una direzione definitiva: non è un puro film di denuncia, non è un racconto di vendetta, non è una satira politica in senso stretto. È tutte queste cose insieme, ed è nel loro attrito che trova la sua forza. 
L’ironia, lungi dall’attenuare la violenza del discorso, la rende più insidiosa, più penetrante, perché mette a nudo il carattere profondamente ordinario del male, la sua capacità di annidarsi nei gesti minimi, nelle decisioni rimandate, nelle responsabilità condivise e mai davvero assunte.


Il titolo stesso è una dichiarazione di poetica: Un semplice incidente rimanda a qualcosa di casuale, di apparentemente innocuo, ma è proprio su questa ambiguità che Panahi costruisce l’intero film. 
L’incidente iniziale ,minimo, quasi banale , diventa il detonatore di una catena di eventi che mettono a nudo un sistema di violenza strutturale, dove la responsabilità non è mai completamente astratta o lontana, ma sempre incarnata in corpi, gesti, scelte quotidiane.
Panahi evita qualsiasi forma di didascalismo, non ci sono proclami, non ci sono discorsi apertamente ideologici, tutto passa attraverso situazioni, dialoghi ellittici, silenzi carichi di tensione. È un cinema che chiede allo spettatore di prendere posizione, non di aderire a una tesi precostituita.
Il film si inserisce con forza nel contesto dell’Iran contemporaneo, un paese attraversato da un fermento sociale profondo, segnato dalle proteste, dalla repressione, dalla sistematica violazione delle libertà individuali da parte del regime degli ayatollah. Ma Panahi compie una scelta radicale: non mostra quasi mai il potere in forma diretta. Il regime non è rappresentato da figure monolitiche o da simboli evidenti, bensì dalla sua pervasività, dalla sua capacità di infiltrarsi nei rapporti umani, di trasformare cittadini comuni in esecutori, complici, ingranaggi di una macchina repressiva.
È qui che emerge uno dei temi centrali del film: la responsabilità personale. Panahi non si accontenta di denunciare il sistema; interroga le coscienze individuali. Fino a che punto chi “obbedisce agli ordini” può dirsi innocente? Dove finisce la necessità di sopravvivere e dove inizia la complicità? Un semplice incidente è un film che rifiuta le scorciatoie morali e costringe a fare i conti con zone grigie scomode e dolorose.
Uno degli snodi narrativi più potenti riguarda il tema della vendetta riparatrice: Panahi costruisce infatti  una situazione che potrebbe facilmente scivolare nel thriller politico o nel racconto di rivalsa, e invece ne smonta progressivamente le aspettative. La vendetta, nel suo cinema, non è mai liberatoria ; " è inutile scavargli la fossa , questa gente la fossa se l'è scavata da sola" recita saggiamente uno dei personaggi del film rivolto ad un aguzzino dello spietato sistema repressivo. Può placare momentaneamente la rabbia, ma non restituisce dignità, non risana le ferite, non ricostruisce ciò che è stato distrutto.
Anzi, il film suggerisce con lucidità spietata che la vendetta rischia di replicare la stessa logica di violenza del regime che si vorrebbe combattere. È un cortocircuito etico che Panahi mette in scena senza giudicare, ma mostrando le conseguenze interiori, il peso morale che ricade su chi sceglie di farsi giustiziere.
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