giovedì 7 giugno 2012

The day he arrives ( Hong Sang-soo , 2011 )

Giudizio: 6/10
Hong Sang-soo non punge più

Prosegue nella sua lenta e inesorabile deriva occidentalizzante la carriera cinematografica di Hong Sang-soo, regista che ha eletto ormai la Francia a sua seconda patria e che non manca mai di omaggiare, soprattutto negli ultimi lavori , il cinema francese d'autore.
In The day he arrives il processo di avvicinamento a tematiche ed atmosfere rohmeriane diventa profondamente tangibile, addirittura in maniera clamorosa sotto certi aspetti; però, ahimè, il regista coreano, che pure ottimi lavori ci ha regalato, dimostra di non possedere neppure l'ombra di quella profondità colorata di ironia con la quale il Maestro francese scomparso costruiva i suoi lavori.
Questa forte impronta autoriale conferita alle sue pellicole, fa perdere quello smalto di sarcasmo e di vera cattiveria che possedevano invece le sue opere più significative e soprattutto il restringere sempre più , film dopo film, il suo obiettivo sulla figura di un regista come protagonista , inizia quasi a configurarsi come una piccola ossessione.

Anche in The day he arrives Hong pone al centro delle vicende un regista in chiara crisi di ispirazione che si reca a Seoul a trovare un amico e che nell'arco dei 75 minuti del film vediamo ripercorrere la sua vita tra vecchi amici, vecchi amori recisi, nuovi incontri e nuovi illusori amori. 
Un occasione per parlare del tormento artistico ? Non proprio, semmai è la consueta carrellata di personaggi fragili, messi a nudo nelle loro debolezze, perennemente seduti intorno ad un tavolo a bere, tra sigarette e chiacchiere spesso inconcludenti che dimostrano solo la confusione emotiva che regna nei loro esseri e la cronica incomunicabilità, in una atmosfera che ben lungi dal fare montare la rabbia e la simpatica compassione che ben nascevano nei primi lavori del regista, si appiattisce su toni da commedia in cui si cerca una forzosa empatia coi personaggi.
Indubbiamente il film ha nella sua costruzione temporale circolare e , soprattutto, in un bel bianco e nero i suoi punti forti, ma tutto sembra un po' troppo diluito, troppo autocitazionista a metà strada tra l'indecisione dell'autore e un  addolcimento generale degli spigoli che  non pungono più come una volta.
La mano del regista si riconosce, perchè tecnicamente i film di Hong sono sempre puliti e diretti in modo impeccabile, però l'impressione è che la mancanza di quella verve e di quello sguardo pungente tolga molto al valore complessivo dell'opera, proprio dove invece cerca di insinuarsi una veduta apparentemente più soave ed ermetica che richiama appunto a Rohmer.

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