giovedì 7 aprile 2011

Echoes of the rainbow ( Alex Law , 2010 )

Giudizio: 7.5/10
Hong Kong negli anni sessanta


In una bellissima Hong Kong anni 60 si snoda la storia raccontata da Alex Law in questo Echoes of the rainbow, ed è proprio l'ambientazione , con le misurate venature nostalgiche che contiene, l'aspetto più valido e interessante del film.
La storia è una di quelle che non presentano eroi , ma solo gente comune , alle prese con i problemi di una città che cresce in maniera smisurata, in cui la forbice tra ricchi e poveri si amplia a dismisura: è la fotografia di una famiglia modesta, impegnata a tirare avanti tra sacrifici per assicurare una buona istruzione ai figli, con un padre perennemente chino a riparare e fabbricare scarpe, una madre intrisa di ottimismo, un ragazzo sedicenne  che eccelle nell'atletica leggera ed un marmocchio di 8 anni tanto sveglio e vivace quanto sognatore (vuole essere il primo astronauta cinese) che funge da narratore della storia.
In questo contesto da commedia famigliare si inserisce il dramma della malattia che colpisce Desmond , il ragazzo più grande, per le cui cure i genitori saranno pronti ad ogni sacrificio.
Ma è l'occhio di Big Ears, il ragazzino più piccolo, che funge da filtro per questa storia ordinaria, spesso distorto dal casco che indossa e che lo fa sognare di essere un astronauta, un occhio che guarda con innocenza e vitalità lo scorrere degli eventi in un ambiente sociale che va modificandosi; Alex Law , attraverso gli occhi del ragazzino, ci mostra un epoca che sembra lontana anni luce, in cui oltre ad una buona dose di "come eravamo" , ricostruisce con meticolosità ed attenzione un clima e un ambiente urbano sicuramente più a misura d'uomo, ma non per questo libero dalla corruzione che si manifesta ad ogni livello.
Gli stretti rapporti famigliari sono ben inquadrati all'interno di questo contesto: Big Ears che guarda al fratello con adorazione, il padre conscio delle difficoltà della vita quotidiana che vorrebbe affrancare con una buona istruzione almeno i figli dalle difficoltà economiche, la madre che all'insegna del "verranno tempi migliori e poi torneranno tempi duri" oscilla tra il suo ruolo di protettrice dei figli dalla severità paterna e quello di genitore premuroso, un contesto sociale in cui la solidarietà sembra ancora avere diritto di residenza.
Soprattutto nella parte centrale il film sembra scivolare troppo spesso su situazioni di facile presa emotiva, seppur mai eccessivamente banali, che sfociano nel melodramma puro, ma il tutto rimane comunque confinato all'interno di momenti che non influiscono più di tanto sulla riuscita del film; piuttosto quello che rimane maggiormente impresso, grazie alla ricostruzione d'epoca e alla regia, è una sorta di fotografia  scattata con una polaroid, di quelle che con il tempo ingialliscono e lasciano vedere, dopo tanti anni, solo flebili contorni al posto delle figure.
Oltre alle apparizioni di Ann Hui e di Lawrence Lau in piccole parti di controno, il film si regge sulla eccellente prova di due grandi attori del cinema HKese: Simon Yam , come sempre bravissimo ( ormai non fa più neppure notizia), e Sandra Ng, a suo agio anche in ruoli non puramente brillanti ; straordinario invece nella sua disinvoltura e spontaneità, il piccolo Buzz Chung (al quarto film all'attivo) nel ruolo di Big Ears.


2 commenti:

  1. sì, iil film vale sicuramente la visione, peccato solo per alcuni momenti un po' troppo emotivamente costruiti, altrimenti sarebbe potuto essere un film eccellente

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