mercoledì 17 marzo 2010

La guerra dei fiori rossi ( Zhang Yuan , 2006 )

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Scuola di conformismo

Zhang Yuan è uno dei cineasti indipendenti cinesi maggiormente osteggiato dalla censura nel suo paese e , di pari passi, tra i più stimati e incoraggiati dall'occidente; questo suo lavoro nasce anche per la corposa compartecipazione italiana a livello di produzione (Rai cinema, Istituto luce, Marco Muller) che ne ha favorito anche la distribuzione nel nostro paese. Ovviamente il regista non viene meno alle sue qualità se non proprio antagoniste, celatamente critiche verso il regime di Pechino, presente e passato; lo fa con un film che, dietro una apparenza leggiadra e frizzante e una assoluta atemporalità (anche se si intuisce che siamo in piena Rivoluzione Culturale), va a descrivere in modo pacato ma deciso una storia altamente simbolica, relegata nella finzione filmica all'ambiente dell'infanzia.
Il piccolo Qiang , di quattro anni, viene lasciato dal padre e della madre in un asilo dove arriva in lacrime ed impaurito per la nuova vita che lo attende, ma i genitori sono impegnati con il lavoro e quindi non possono dedicarsi a lui. Che sia un bambino dal carattere particolare lo si intuisce subito, non solo scrutando la faccia furba e impunita. Le regole dell'asilo, improntate ad una ferrea disciplina e ad una omogeneizzazione delle personalità, sono per lui incomprensibili e frustranti, a maggior ragione per chi come il piccolo è dotato di grande fantasia. I fiori rossi del titolo sono il simbolo in carta velina della gratificazione che i bambini ottengono rispettando poche regole, ma che possono repentinamente perdere violandone tante altre. La sfrenata fantasia del ragazzino trova sfogo nell'immaginare , di comune accordo con una ragazzina, la maestra come un animale feroce in procinto di mangiarsi i bambini; ne è talmente convinto che coagula intorno a sè tutta la scolaresca che tenterà nottetempo una sorta di assalto al letto dove dorme l'insegnante. La ribellione di Qiang diviene sempre più decisa nonostante le punizioni, soprattutto psicologiche, al punto di divenire un bulletto in erba.

Raccontata così verrebbe da pensare ad una trasposizione orientale di Gianburrasca, ma il messaggio, neppure troppo arcano, di Zhang è ben altro: l'asilo e la formazione dei bambini come metafora del potere comunista che opprime l'individuo e lo appiattisce, maggiormente quando è dotato di spirito libero e di fantasia; non è difficile immaginare Qiang anni dopo in qualche campo di rieducazione, recalcitrante a sottomettersi al conformismo del potere.
La pillola viene senz'altro addolcita da una ambientazione quasi giocosa, inevitabilmente leggera e delicata, ma l'occhio del regista è sempre sottilmente critico nel descrivere il conformismo comportamentale cui sono costretti i ragazzini; lo fa però con grande garbo e con una forza realista che sono la vera forza del film, senza strizzare l'occhio a facili denunce, anche solo raccontando le cose in maniera allusiva.
Da questo punto di vista il film vive di una sua drammaticità interiore proprio nel mostrare come una semplice linea di educazione possa produrre poi, una volta adulti, soggetti privi di personalità e di brillantezza individuale; che poi il tutto venga magnificamente occultato da una schiera di bamboccetti chiassosi e straordinari nella loro autentica e tenera sincerità, non fa altro che confermare le grandissime doti di Zhang, capace anche di tenere a bada e di far esprimere con naturalezza qualche decina di ragazzini, operazione che farebbe tremare i polsi a moltissimi registi.

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