giovedì 25 marzo 2010

Desert dream ( Zhang Lu , 2007 )

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Una occasione perduta nella steppa mongola

Nella steppa mongola è rimasto solo Hangai a combattere la desertificazione: con tenacia e testardaggine si ostina a piantare alberi che, inesorabilmente, muoiono divorati dalla sabbia e dal vento.
Nulla sembra smuoverlo di un passo dalla sua missione, neppure l'amore filiale allorquando la piccola figlia deve partire per la città con la madre per sottoporsi a delle cure che le impediscano di diventare sorda.
La sua solitudine fatta di vodka e sigarette alla luce di una candela nella tenda sferzata dal vento dura pochissimo: alla sua porta si presentano una giovane donna con il figlio , in fuga dalla Corea del Nord e giunte chissà come nella steppa dopo avere atraversato qualche migliaio di chilometri in Cina.
La convivenza è ardua sia per problemi linguistici , sia perchè sono tre mondi staccati  e catapultati nel nulla quelli che si confrontano, ma soprattutto il bambino , pur nella sua ostinata durezza, dimostra interesse per quella terra e per quell'uomo votato al suo immane compito.
I presupposti per un film interessante ci sono tutti, a cominciare dal difficile rapporto dell'uomo con un ambiente ostile , in cui la convivenza equivale alla lotta per sopravvivere,  pur tralasciando l'assurdo presupposto della storia,  in cui l'arrivo di madre e figlio appare più come una visione che come un evento razionale che sappia spiegare come si possa attraversare quasi mezzo continente e giungere con tanto di zainetti e scarpe da ginnastica nel bel mezzo di una delle zone più inospitali del mondo.

Ma lo svolgimento della storia non tiene fede a quanto ci si possa aspettare: troppo prolisso, soprattutto nelle sue immagini paesaggistiche da cartolina (peraltro belle), la tenda che diviene il centro di tre mondi che si scontrano  non offre momenti di tensione emotiva, tranne forse la risposta violenta della donna alle avanche di Hangai, anche l'arrivo di una misteriosa viandante che ammalia Hangai con una canzone ammicante, sembra solo il pretesto per mostrare le abbondanti forme della donna in un amplesso sulla nuda sabbia in un paesaggio di stampo agenzia-turistica.
Qua e là la sceneggiatura lancia sassi che poteva, forse,  sfruttare meglio: la natura come forza prorompente e purificatrice, la difficoltà a sanare le ferite profonde , i riti contadini nomadi di una cultura poco conosciuta, l'incomunicabilità che va oltre la sola difficoltà linguistica, qualche accenno ai regimi mongolo e nordcoreano che si materializzano come carri armati che solcano la steppa o come i nuovi missili che la Corea comunista si appresta a testare.
Insomma, l'impressione è quella di una grossa occasione persa, anche se alla fine, il film vale la visione, seppur armati di una grossa dose  pazienza e di una consapevolezza che di film lento e rflessivo si tratta.
Seppur trattati nel contesto del film come manifesti pubblicitari , o quasi, indubbiamente le immagini della steppa sconfinata sono molto suggestive e molto ben fotografate; peccato solo che quella patina visivamente folgorante poco si presti a fare da sfondo a tre storie di vita tutt'altro che colorate.

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