giovedì 29 settembre 2011

The piano in a factory ( Zhang Meng , 2010 )

Giudizio: 8.5/10
La Cina di chi ha perso il treno

Confermando gli ottimi giudizi che seguirono la sua opera prima, il giovane regista cinese Zhang Meng regala il bis dopo due anni con The piano in a factory che anche al FEFF di quest'anno ha riscosso notevoli apprezzamenti da parte della critica.
Lo stile semplice, disincantato e ricco di nostalgia col quale il regista getto lo sguardo verso la sua terra d'origine nel nord della Cina attraversata da  un periodo storico fondamentale e tumultuoso, gli consente di dirigere un lavoro in cui sotto il tono apparentemente leggero della commedia che strappa più di una risata, si cela un quasi fiabesco occhio che scruta l'esistenza di coloro che l'avanzare impetuoso dei tempi sembra avere tagliato fuori.
Chen è un operaio di una fabbrica siderurgica, amante della musica e che arrotonda lo stipendio con una orchestrina in cui suona la fisarmonica, in crisi coniugale con una figlia piccola che  mostra grande talento per il pianoforte che il padre con enormi sacrifici cerca di assecondare mandandola a lezione privata.

Quando la moglie chiede il divorzio e vuole portare con sè la piccola, il padre si convince che l'unico modo per tenere la bambina con sè sia quello di fargli avere un pianoforte.
Non potendosi permettere di comprarlo decide, aiutato da alcuni amici, di costruirne uno, sotto la direzione di un ex ingegnere che decodifica un manuale scritto in russo, utilizzando il materiale di scarto delle fabbriche in dismissione e destinate alla demolizione, ma nel contempo si rende conto che quell'oggetto è solo una soluzione fittizia del suo problema.
Ambientato in una Cina grigia, dove le fabbriche cadono a pezzi sotto i colpi della demolizione e dove le ciminiere sono simulacri destinati a scomparire, Zhang mette al centro del suo racconto quella massa di popolazione che rimane inevitabilmente tagliata fuori dal grande balzo che sta per iniziare e che porterà il paese ad essere la potenza che è ora, schivando però accuratamente problematiche socio-politiche che avrebbero forse procurato più guai che altro, anche perchè , nel contesto del racconto, quello che il regista vuole narrare è proprio una umanità che arranca, che forse ha perso il treno che la porti lontano , ma che mantiene, seppur tra mille difficoltà, uno spirito vitale invidiabile.
La schiera di amici di Chen costituisce uno spaccato di questa fetta di cinesi che vede nella demolizione delle ciminiere la perdita di una parte di se stessi ed ecco allora che si tenta di far rivivere legni, acciaio e tutto ciò che può tornare utile , aiutando il compare nella impresa che sembra folle.
Offrendo svariati momenti di puro divertimento, in cui si cantano cori russi e canzoni popolari, si celebrano matrimoni e funerali, il clima che si respira in tutto il film è quello di un allegro spaccato di umanità dove ancora esiste spazio per la solidarietà e l'amicizia, senza con ciò far scadere mai il tono del film che rimane quello di uno studio antropologico disincantato mediante il quale i personaggi offrono subito una carica di simpatia che aleggia in tutta la pellicola.
E' vero come ha scritto qualcuno che sembra di vedere  quasi la mano del Kaurismaki che racconta l'emarginazione con ironia e divertimento ed è altrettanto vero che lo spirito di genuinità che emerge consente al film di essere credibile anche grazie al concorso di una colonna sonora azzeccatissima.
Zhang mostra grande partecipazione e simpatia verso questi scalcinati protagonisti, improbabili musicisti, che seppur oberati da una situazione economica drammatica, non mancano di imbarcarsi nell'impresa solo per solidarietà verso l'amico e lo fa con momenti che alternano il divertimento ad attimi di pura commozione (il padre che costruisce una tastiera finta per la figlia, la spedizione contro il ragazzino che ha messo incinta la figlia di uno degli amici di Chen, il karaoke nostalgico con canzoni che inneggiano a Mao e Lenin).
E' senz'altro uno dei film cinesi più belli del 2010, che conferma il talento del trentaseienne Zhang e che sa guardare ad un periodo storico fondamentale per la Cina con leggerezza e ironia.
Interpretazione da autentico mattatore quella di Wang Qian-yuan nella parte di Chen che recita, balla , canta e suona e che si erge a pilastro portante di tutta l'opera.

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