martedì 6 maggio 2014

Sacro GRA ( Gianfranco Rosi , 2013 )

Giudizio: 4.5/10

Immaginare il Grande Raccordo Anulare come un fiume che scorre tra storie di vita quotidiana e porta con sè piccoli racconti di personaggi anonimi? Era questo il primum movens del film-documentario (?) di Gianfranco Rosi vincitore del Leone d'oro a Venezia? Voleva essere un film mascherato da documentario o la solita analisi sociologica (quasi sempre stucchevole) sugli abitanti della città eterna? Voleva essere invece un documentario su una delle entità più odiate dai romani, quell'anello di cemento, autentica trappola ribollente di ferraglia stanziale?
E soprattutto cosa ci avranno visto mai i giurati di così grande da insignirlo del massimo riconoscimento al termine del Festival veneziano?
Lungi dallo stimolare riflessioni e pensieri Sacro GRA lascia solo una serie (piuttosto fastidiosa tra l'altro) di interrogativi ai quali pare arduo dare una risposta.
Il taglio da documentarista che indubbiamente Rosi possiede e che si appalesa con alcune inquadrature ed immagini interessanti, non salva il film: spesso quello che emerge è la noia , oltre alla sensazione di  assistere ad una maldestra messa in scena, nella quale non c'è nulla di vero, come invece il documentario per definizione dovrebbe avere.

La carrellata di personaggi che animano il film , alcuni più spiccatamente descritti, altri appena tratteggiati sembra la consueta rassegna di curiosi ed improbabili modelli di vita metropolitana: il barcaiolo che pesca le anguille, l'operatore del 118 che carica e scarica feriti, il palmologo che con messianica passione si dedica alla salute delle palme, quasi una macchietta da film verdoniano, il nobile decaduto che vive in una improbabile e grottesca villa in piena periferia nord prestata ai set dei fotoromanzi (ma ancora esistono?), gli abitanti di un cubo di cemento inquadrati sempre dalle finestre, le meretrici vintage che ormai sono pezzi di antiquariato nell'arredo urbano, le cubiste che per qualche soldo e un panino con la porchetta ballano sul bancone di un baretto ai bordi della strada che ci fanno sapere che il rossetto rosso fa proprio "zoccola", gli immancabili travestiti; una commedia delle parti intervallata da immagini stradali sfocate che fungono da intermezzo e da qualche volo a bassa quota di jet al decollo.
Ma come detto è soprattutto la tangibile sensazione di assistere ad un siparietto ben orchestrato ( e chi conosce bene i romani come chi scrive , visto che nell'Urbe ci vive da qualche decennio, ci mette un minuto a scoprire la gherminella) in cui di documentaristico c'è ben poco che fa si che Sacro GRA appaia più come una ricerca quasi antropologica di tipi da "spiaggia" , di personaggi la cui unicità si immerge nel mare magnum di una città che vede tutti i giorni migliaia di storie simili.
Insomma la domanda centrale rimane senza risposta: cosa vuole essere il film? Qualsiasi tentativo di interpretazione naufraga di fronte alla assoluta mancanza di struttura che la pellicola mostra.
Nel 1972 Federico Fellini, all'interno del film Roma, diede la sua particolare e geniale lettura dell'essenza del GRA, senza spacciarla per documentario; i novanta minuti di Sacro GRA neppure sfiorano quella grandezza e anzi viene da chiedersi cosa mai c'entri l'autostrada con le vicende narrate.
Lo sciovinismo italico, che raggiunge ormai, e forse lo supera ,quello francese conduce al postulato che in Italia esistono i migliori documentaristi del mondo, quindi in un accesso di autorefernzialità la Mostra del Cinema pensa bene di omaggiare questa nuova onda cavalcandola; peccato che a Venezia c'era pure Wang Bing.

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