lunedì 26 gennaio 2026

The Mysterious Gaze of the Flamingo [aka La misteriosa mirada del flamenco] ( Diego Cespades , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 8/10

Con The Mysterious Gaze of the Flamingo (La misteriosa mirada del flamenco , titolo originale), Diego Céspedes firma un esordio sorprendentemente maturo, capace di tenere insieme memoria storica, allegoria e racconto intimo. 
Ambientato nel Cile settentrionale degli anni Ottanta, in una comunità mineraria isolata ai margini del deserto, il film utilizza la comparsa di una misteriosa malattia come detonatore narrativo per esplorare un tema più profondo e universale: il modo in cui la paura del contagio si trasforma in pregiudizio, superstizione e violenza contro il diverso; infatti presso il villaggio (che sembra una versione sudamericana di un ambiente da spaghetti western ) vive una comunità queer composta da un "branco di maricones" come li chiamano i minatori che comunque di sera frequentano il locale.
L'occhio narratore è quello di Lidia una ragazzina di 11 anni, una trovatella adottata dai transgender  che la trattano come una loro protetta, soprattutto Flamingo ( Fenicottero) che è un po' la star del gruppo queer e la sua madre surrogata, dove tutti hanno un soprannome che richiama gli animali e i loro caratteri.
Un po' pregiudizio, un po' realismo magico, un po' ignoranza , sta di fatto che la comunità queer viene considerata responsabile della diffusione di questa malattia  che si trasmetterebbe secondo la diceria con lo sguardo tra due uomini; è chiara la metafora che porta al pensiero dell'Aids.
Premiato a Cannes nella sezione Un Certain Regard, il film di Céspedes si muove fin da subito su un terreno instabile, sospeso tra realismo e dimensione simbolica. Non gli interessa tanto ricostruire fedelmente un contesto storico, quanto interrogare le dinamiche sociali che emergono quando una comunità fragile e chiusa viene messa di fronte all’ignoto. La malattia, infatti, non è mai spiegata in termini scientifici: ciò che conta è il racconto che se ne fa, la narrazione collettiva che nasce per dare un senso alla paura.
Nel villaggio, la diffusione della malattia viene attribuita a una leggenda tanto inquietante quanto rivelatrice: il contagio avverrebbe attraverso lo sguardo amoroso tra due uomini. Una spiegazione assurda, irrazionale, ma proprio per questo efficace nel suo funzionamento simbolico. 
Céspedes non costruisce un’allegoria esplicita, ma è impossibile non pensare alla paura e allo stigma che hanno accompagnato l’epidemia di AIDS negli anni Ottanta, quando il corpo omosessuale veniva percepito come corpo “pericoloso”, portatore di morte e disordine morale ed è ricco di significati che una tematica simile venga affrontata da un giovane trentenne che non ha certo vissuto gli anni bui del sorgere della malattia ma che, come ha spesso dichiarato, ha aperto una stagione che dura ormai da decenni di avversione verso gli omosessuali e i transgender e i "diversi" in genere.



Nel film, la malattia diventa così un dispositivo narrativo che serve a legittimare l’esclusione: non è il virus a uccidere, ma il modo in cui viene raccontato. 
La superstizione permette alla comunità di individuare un colpevole, di trasformare l’ignoto in qualcosa di visibile e quindi controllabile; in questo senso, Céspedes mostra come il pregiudizio non nasca dall’assenza di spiegazioni, ma dal bisogno di semplificare la complessità attraverso una narrazione rassicurante, anche se violenta.
Il titolo del film indica con chiarezza il suo centro simbolico: lo sguardo. È attraverso lo sguardo che passa il desiderio, ma anche la colpa. Guardare significa riconoscere l’altro, accettarne l’esistenza, esporsi a un legame. Non a caso, nel film, lo sguardo diventa qualcosa da temere, da evitare, da demonizzare; ciò che spaventa davvero la comunità non è tanto l’atto sessuale in sé, quanto la possibilità che l’amore diventi visibile.
Céspedes lavora su questo tema anche dal punto di vista formale, la regia alterna momenti di grande intimità, fatti di corpi vicini e sguardi che si cercano, a inquadrature più distanti, in cui i personaggi appaiono piccoli e isolati nello spazio desertico (emblematica in tal senso la scena finale). È un cinema che mette costantemente in tensione prossimità e distanza, appartenenza ed esclusione. Lo sguardo, da strumento di connessione, si trasforma in veicolo di paura: non guardare diventa una forma di difesa, ma anche il segno più evidente di una disumanizzazione in atto.
La superstizione che attraversa il villaggio non è mai trattata con condiscendenza, Céspedes la mette in scena come un sistema di pensiero coerente, capace di organizzare comportamenti, paure e gerarchie. In una comunità povera, isolata e già segnata da una forte precarietà, la malattia diventa il catalizzatore di una violenza latente. La famiglia queer di Lidia viene progressivamente trasformata nel capro espiatorio perfetto: diversa, visibile, marginale.
La violenza che ne deriva non è improvvisa, ma costruita passo dopo passo, giustificata da un presunto bene collettivo ed  è qui che il film mostra la sua dimensione più politica: Céspedes non racconta solo una discriminazione individuale, ma il modo in cui una comunità intera accetta e normalizza l’esclusione, convinta di proteggere se stessa.
In contrasto con l’ostilità del villaggio, il film costruisce uno spazio alternativo: la famiglia queer in cui cresce Lidia, una famiglia non fondata sul sangue, ma sulla cura, sull’affetto, sulla condivisione quotidiana; è uno spazio fragile, esposto, ma anche profondamente vitale. Qui il corpo non è fonte di colpa, ma di espressione; la malattia non cancella il desiderio di vivere, amare, stare insieme.
Lo sguardo di Lidia, bambina che osserva senza ancora interiorizzare i meccanismi del pregiudizio, diventa il vero punto etico del film: attraverso di lei, Céspedes suggerisce la possibilità di un altro modo di guardare; uno sguardo che non giudica, che non teme il contatto, che riconosce l’altro nella sua vulnerabilità. Non c’è idealizzazione dell’infanzia, ma la consapevolezza che il pregiudizio è qualcosa che si impara, che si eredita, che viene trasmesso come una malattia sociale.
The Mysterious Gaze of the Flamingo è un film che parla del passato, ma lo fa per interrogare il presente. La malattia, la superstizione, il bisogno di individuare un nemico sono dinamiche che tornano ciclicamente nella storia dell'uomo, Céspedes le mette in scena con uno stile che evita il didascalismo, preferendo la via del simbolo e dell’emozione, senza rinunciare alla lucidità politica.
Il suo è un cinema che chiede allo spettatore di interrogare il proprio sguardo: di chiedersi dove nascono le paure, come si costruiscono i pregiudizi, e soprattutto chi paga il prezzo della loro diffusione. In questo senso, The Mysterious Gaze of the Flamingo non è solo un promettente esordio, ma un film profondo e onesto, capace di ricordarci che la vera malattia non è quella che colpisce i corpi, ma quella che impedisce di riconoscere l’umanità negli altri.
Proprio nella sua forte tensione allegorica risiede però anche il principale rischio del film. In alcuni passaggi, The Mysterious Gaze of the Flamingo sembra affidarsi con decisione al potere del simbolo, correndo il pericolo di semplificare le ambiguità del reale. 
La contrapposizione tra la comunità repressiva e la famiglia queer, pur emotivamente potente, tende talvolta a polarizzarsi, sacrificando sfumature e contraddizioni che avrebbero potuto rendere ancora più inquietante il racconto; Céspedes preferisce una chiarezza etica netta, assumendosi il rischio di un cinema apertamente schierato.
Eppure è proprio questa scelta, oggi, a rendere il film necessario: in un panorama cinematografico spesso timoroso di prendere posizione, The Mysterious Gaze of the Flamingo rivendica il diritto di un cinema che non si limita a osservare, ma che giudica, interroga, accusa, non cerca l’equidistanza, ma l’empatia; non cerca la facile approvazione bensì lo stimolare la sensibilità personale di chi guarda. 
Céspedes dimostra di possedere uno sguardo già riconoscibile, capace di tenere insieme rigore formale e urgenza politica. Se questo esordio lascia intravedere qualche rigidità, lascia soprattutto intravedere un autore disposto a correre rischi, a usare il cinema come spazio di memoria e conflitto. Ed è forse proprio in questa imperfezione, in questa tensione irrisolta tra poesia e denuncia, che The Mysterious Gaze of the Flamingo trova la sua forza più autentica.
A parte la bravissima e deliziosa Tamara Cortes nel ruolo di Lidia, il film presenta un collettivo di personaggi, essenzialmente quelli della famiglia queer , che regalano una prova corale più che convincente.


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