Giudizio: 7.5/10
Con The Mastermind, Kelly Reichardt prosegue con coerenza e rigore uno dei percorsi più lucidi e radicali del cinema indipendente americano contemporaneo: quello di uno sguardo laterale, dimesso ma implacabile, sui margini del mito fondativo degli Stati Uniti.
Ancora una volta, la regista sceglie di raccontare l’America non attraverso i suoi centri di potere o le sue narrazioni trionfalistiche, ma osservandone le crepe, i vuoti, le esistenze minime che si muovono in territori geografici e morali impoveriti. Il risultato è un film che, sotto l’apparente semplicità di uno sgangherato racconto criminale, si configura come una potente metafora del fallimento del sogno americano e delle sue conseguenze a lungo termine.
Il protagonista di The Mastermind ( un eccellente Josh O’Connor sempre a suo agio nei ruoli da stralunato ed in questo ricorda tanto il protagonista de La Chimera di Alice Rohrwacher) è una figura che incarna alla perfezione l’ossessione americana per il successo, declinata nella sua forma più patetica e autodistruttiva: è un uomo convinto di essere destinato a “diventare qualcuno”, di meritare un riscatto sociale ed economico che il mondo, a suo dire, gli ha negato. Eppure, Reichardt lo costruisce come una nullità assoluta: mediocre, privo di intelligenza strategica, incapace di leggere il contesto storico e umano che lo circonda.
Il suo progetto di arricchirsi attraverso il furto di opere d’arte , simbolo per eccellenza di un valore culturale che egli non comprende minimamente, non nasce da un autentico desiderio estetico o da una tensione intellettuale, ma da una mitomania grezza, da un’idea infantile di potere e prestigio che finisce col causare un ribaltamento totale e pericoloso della sua vita.
Il “mastermind” del titolo è dunque una beffa: un’auto-investitura ridicola che rivela, per contrasto, il vuoto di un individuo che non possiede né talento né visione, ma solo un desiderio astratto di riconoscimento.
Reichardt colloca questa parabola individuale sullo sfondo di un’epoca cruciale: gli ultimi bagliori del 1968, la guerra in Vietnam, la protesta giovanile, la diserzione e la fuga in Canada, Nixon come figura catalizzatrice di un clima bellico e paranoico che avrebbe lasciato un segno profondo e duraturo nella coscienza americana. Non è una scelta casuale: quel periodo rappresenta al tempo stesso l’apice e l’inizio della dissoluzione del sogno americano come promessa collettiva.
In The Mastermind, il sogno non viene raccontato attraverso l’utopia politica o l’impegno civile, ma attraverso la sua distorsione individualistica. Mentre una generazione tenta ,spesso goffamente, spesso tragicamente , di opporsi a una guerra percepita come ingiusta e insensata, il protagonista rimane completamente estraneo a ogni forma di partecipazione politica o etica ( in tal senso il finale beffardo è un piccolo capolavoro della Reichardt). La Storia scorre sullo sfondo, ma non lo attraversa: egli non protesta, non diserta per convinzione, non prende posizione. È un corpo opaco, impermeabile, centrato esclusivamente sulla propria fantasia di successo.
In questa prospettiva, il film suggerisce che il fallimento e la mistificazione del sogno americano non nascono solo dalla repressione o dalla violenza del potere, ma anche , e forse soprattutto , dall’assenza di un autentico senso di responsabilità individuale. Il sogno si frantuma perché viene ridotto a un’idea di arricchimento personale sganciata da qualunque dimensione collettiva.
Come spesso accade nel cinema di Reichardt, lo spazio è un elemento narrativo fondamentale. Le aree rurali, le periferie urbane depresse, i paesaggi anonimi e spogli diventano il riflesso esteriore della condizione interiore del protagonista. Non c’è alcuna romanticizzazione della provincia americana: è un territorio sospeso, privo di prospettive, attraversato da un’energia stagnante.
Il personaggio si muove in questi spazi come un corpo estraneo, quasi “autistico” nel suo isolamento emotivo e cognitivo. Non stabilisce legami autentici, non comprende i codici sociali che lo circondano, non riesce a inserirsi in nessun contesto. La sua estraneità non è quella dell’outsider consapevole, ma quella di chi non possiede gli strumenti per leggere il mondo. Reichardt filma questa condizione con il suo consueto minimalismo: pochi dialoghi, tempi dilatati, una messa in scena che rifiuta ogni enfasi spettacolare.
Dal punto di vista strutturale, The Mastermind si inscrive perfettamente nella poetica della regista. Il film procede per sottrazione, evitando i meccanismi classici del genere crime: niente colpi di scena, niente escalation drammatica, nessuna catarsi finale. Il furto d’arte, che in un altro cinema sarebbe il centro nevralgico del racconto, qui diventa quasi un pretesto, un gesto vuoto che non produce né ricchezza né redenzione.
Il fallimento del protagonista non è spettacolare, ma lento, inesorabile, silenzioso, comincia dalla famiglia con la moglie che è all’oscuro di tutto, prosegue con il suo rapporto coi genitori che vedono in lui, soprattutto il padre, giudice della contea, un povero nullafacente nonostante i lavori millantati , e finisce con i pochi amici pronti a voltargli le spalle una volta saputa la sua fuga di casa e la scia di guai che si tira dietro. Ed è proprio in questa assenza di dramma che Reichardt trova la sua forza politica: il sogno americano non esplode, semplicemente si sgonfia, rivelando la sua natura illusoria.
Uno degli aspetti più inquietanti e attuali del film è la possibilità di leggerlo come una prefigurazione del presente: il protagonista di The Mastermind, con la sua megalomania senza basi, il suo narcisismo frustrato, la sua convinzione di essere destinato a qualcosa di “grande” nonostante l’evidenza contraria, appare come un antenato ideale di quella mentalità che, decenni dopo, avrebbe trovato nel Trumpismo un potente catalizzatore.
Il film suggerisce che il risveglio post-sogno americano non conduce automaticamente a una presa di coscienza, ma può alimentare una rabbia sorda, un desiderio di rivalsa fondato sulla negazione della realtà. Dal fallimento individuale nasce una mitologia del risentimento, pronta a essere strumentalizzata politicamente. In questo senso, The Mastermind non è solo un film storico, ma una riflessione profonda sulle radici culturali e psicologiche dell’America contemporanea.
Per comprendere appieno The Mastermind, è utile collocarlo all’interno della filmografia di Kelly Reichardt. Da Old Joy a Wendy and Lucy, da Meek’s Cutoff a First Cow, la regista ha sempre raccontato l’America come uno spazio di promesse mancate, di relazioni fragili, di economie morali precarie. Il suo cinema è un anti-western permanente, una decostruzione paziente dei miti fondativi della nazione.
In The Mastermind, Reichardt applica questa poetica a un racconto che incrocia storia, politica e psicologia individuale, mantenendo uno stile rigoroso, sobrio, profondamente etico. Non giudica i suoi personaggi, ma li osserva con una lucidità che non concede alibi né consolazioni.
The Mastermind è un film austero, apparentemente minore, ma in realtà densissimo di significati. Attraverso la storia di un uomo mediocre e mitomane, Kelly Reichardt , grazie ad una sapiente e calibrata regia ,mette in scena il collasso del sogno americano nel momento stesso in cui sembra ancora possibile. È un racconto sul desiderio di “essere qualcuno” quando non si è nulla, sull’incapacità di abitare la Storia, sul vuoto che precede e prepara le derive del presente.
Un film che, con il suo silenzio e la sua lentezza, dice molto più di quanto gridino le narrazioni dominanti. E che conferma Reichardt come una delle voci più necessarie e radicali del cinema americano contemporaneo.

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