Giudizio: 7.5/10
Sentimental Value, vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes, rappresenta uno dei momenti più alti e complessi della filmografia di Joachim Trier, regista norvegese che negli ultimi quindici anni ha saputo costruire un cinema profondamente intimo e al tempo stesso lucido nel leggere le inquietudini della contemporaneità. Dopo Reprise, Oslo, August 31st, Segreti di famiglia e The Worst Person in the World Trier torna a interrogarsi , e non sempre in maniera convincente, sul rapporto tra identità, memoria e creazione artistica, scegliendo questa volta di mettere il cinema stesso al centro del racconto, non solo come tema, ma come struttura, linguaggio e dispositivo emotivo.
Il film si svolge intorno ad una famiglia con un padre ingombrante, Gustav, regista cinematografico che molla la famiglia con due figlie ragazzine; in occasione della morte della moglie ricompare a casa destando grande sorpresa e imbarazzo nelle figlie per le quali è sempre stata una figura assente e sfuggente; per l'occasione l'uomo propone alla figlia maggiore Nora, attrice di teatro dal carattere piuttosto problematico, di partecipare ad un suo progetto cinematografico, che scopriremo poi essere a forte impronta biografica e incentrato sulla sua madre e la famiglia; al rifiuto opposto da Nora , Gustav , ingaggia una starlet americana per il ruolo pensato per la figlia. Con la ricomparsa del padre situazioni rimaste sepolte ed altre che si vanno instaurando porteranno ad un inevitabile confronto nella famiglia.
Al cuore di Sentimental Value c’è una figura paterna ingombrante e fragile: un regista in fase calante, autore di un cinema che ha conosciuto un passato di riconoscimento ma che ora fatica a trovare spazio, pubblico e legittimazione. È un uomo che ha sacrificato tutto al lavoro, al punto da stravolgere e deteriorare le relazioni familiari, abbandonando le figlie quando erano ancora adolescenti. Il suo ritorno, tardivo e ambiguo, non è mosso da un autentico desiderio di riconciliazione, ma da una nuova idea di film: un progetto che, ancora una volta, rischia di trasformare la vita privata in materiale narrativo.
Trier costruisce qui un ritratto durissimo e al tempo stesso compassionevole di un artista che non sa più distinguere tra esperienza vissuta e rappresentazione. Il cinema non è solo il suo mestiere, ma l’unico modo che conosce per stare al mondo. Questo rende il personaggio tragicamente coerente: incapace di amare senza osservare, di ricordare senza riscrivere, di chiedere perdono senza inquadrarlo come una scena.
Il conflitto centrale del film non esplode mai in modo melodrammatico, al contrario, Sentimental Value lavora per sottrazione, su dialoghi ellittici, silenzi carichi di rancore e incomprensioni mai davvero risolte. Le figlie non sono semplici vittime: sono donne adulte che hanno costruito la propria identità anche in opposizione a quell’assenza. Il ritorno del padre non riapre solo vecchie ferite, ma mette in crisi equilibri che sembravano consolidati.
Trier osserva con grande sensibilità come il trauma dell’abbandono non si manifesti attraverso grandi conflitti, ma in una diffidenza emotiva costante, in una difficoltà strutturale a fidarsi dell’altro, a credere nella durata dei legami. In questo senso, il film diventa anche una riflessione sul modo in cui l’arte, quando diventa totalizzante, può lasciare macerie affettive irreversibili.
Sentimental Value è un film che parla di cinema attraverso il cinema stesso: Trier mette in scena set, prove, riunioni produttive, discussioni sul casting, ma soprattutto il delicato e spesso violento processo di trasformazione della vita in racconto. Il film che il padre vuole realizzare diventa uno specchio deformante in cui le figlie si vedono riflesse, riconoscendosi e respingendosi allo stesso tempo.
Qui emerge uno dei temi più contemporanei dell’opera: il rapporto tra il cinema d’autore e le piattaforme, in particolare Netflix, che nel film appare come una presenza silenziosa ma determinante. Non demonizzata, ma osservata con lucidità, la piattaforma rappresenta una nuova forma di legittimazione e, insieme, di compromesso. Trier suggerisce come il cinema, nel suo passaggio verso modelli industriali e algoritmici, rischi di perdere quella dimensione di fragilità, fallibilità e tempo lungo che aveva reso possibile un certo tipo di sguardo personale.
Il tramonto del regista protagonista non è solo individuale, ma storico: è il declino di un’idea di cinema come gesto assoluto, totalizzante, che oggi fatica a trovare spazio senza adattarsi o snaturarsi.
Accanto al discorso sul cinema, Sentimental Value apre una riflessione più ampia sulla solitudine e sul rapporto con la religione, non intesa in senso dogmatico, ma come domanda di senso di fronte al fallimento, alla vecchiaia e alla morte. Il padre-regista appare come un uomo che ha creduto solo nel cinema, e che ora, nel momento del declino, scopre il vuoto lasciato da quella fede esclusiva.
Trier non offre risposte consolatorie. La spiritualità che attraversa il film è incerta, fragile, spesso muta. È una religiosità del dubbio, del silenzio, che si manifesta più nelle assenze che nelle presenze, più nei gesti mancati che nelle dichiarazioni esplicite.
Dal punto di vista formale, Sentimental Value conferma la maturità di Trier: una regia elegante, mai ostentata, capace di alternare momenti di intimità quasi documentaria a passaggi di forte costruzione simbolica; se solo avesse calcato meno la mano nella durata , sforbiciando magari una ventina di minuti almeno, la pellicola sarebbe stata quasi impeccabile La struttura del film riflette il suo tema centrale: una narrazione frammentata, fatta di ritorni, di versioni contrastanti dello stesso passato, di memorie che non coincidono mai del tutto.
Come spesso nel cinema di Trier, il tempo non è lineare, ma emotivo. Il passato irrompe nel presente sotto forma di immagini, racconti, film nel film, rendendo evidente come il cinema sia anche – e forse soprattutto – un modo di controllare il tempo, di illudersi di poterlo correggere.
Il richiamo a Le verità di Kore-eda Hirokazu nasce quasi spontaneo: pur con toni, ambientazioni e sensibilità culturali molto diverse, Sentimental Value, che sostanzialmente è lavoro profondamente scandinavo nella sua rigorosità formale e nelle atmosfere, condivide con il film del regista giapponese l’idea del cinema come spazio di confronto familiare irrisolto, come luogo in cui le relazioni vengono messe in scena prima ancora di essere vissute.
In entrambi i film, il set diventa un campo di battaglia emotivo, dove i ruoli professionali si sovrappongono a quelli familiari, e dove la finzione rischia continuamente di divorare la verità. Trier, rispetto a Kore-eda, è forse più pessimista: meno interessato alla possibilità di riconciliazione, più concentrato sulla persistenza delle fratture.
Con Sentimental Value, Joachim Trier conferma la propria centralità nel cinema scandinavo contemporaneo. Fin dai suoi esordi, il regista ha raccontato personaggi in crisi, incapaci di aderire pienamente ai modelli sociali e affettivi dominanti. Se Oslo, August 31st esplorava la depressione e il fallimento esistenziale, e The Worst Person in the World indagava, con risultati però tutt'altro che convincenti, l’instabilità identitaria della generazione contemporanea, qui Trier sembra compiere un passo ulteriore: interrogare la responsabilità dell’artista, il costo umano della creazione ed il risultato è stavolta decisamente più valido.
Sentimental Value è un film maturo, complesso, profondamente malinconico, che guarda al cinema non come rifugio, ma come forza ambigua, capace di dare senso e, allo stesso tempo, di distruggere. Un’opera che parla di padri e figlie, di fede e solitudine, di immagini e memoria, ma soprattutto di ciò che resta quando il cinema – e la vita – arrivano al loro tramonto.
Infine vanno necessariamente citate le prove di un attore e due attrici , tutte e tre di grande spessore: Stellan Skarsgard regala a Gustav un volto che sa passare dall'istrionesco al melanconico rendendo il personaggio credibile nel suo essere fuori dagli schemi; Renate Reinsve si conferma attrice di talento cristallino nel panni di una tormentata Nora ed infine Inga Ibsdotter Lilleaas è bravissima nel ruolo di Agnes, la sorella minore.

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