sabato 28 gennaio 2012

After the rain [aka Ame Agaru] ( Takashi Koizumi , 1999 )

Giudizio: 8/10
L'ombra di Kurosawa sulla storia del ronin

Opera rimasta incompiuta nelle intenzioni di Akira Kurosawa che ne scrisse la sceneggiatura, After the rain è stato portato sullo schermo da colui che, unico probabilmente,poteva richiamare più da vicino lo stile e la concezione cinematografica del grande Maestro e cioè Takashi Koizumi che di Kurosawa fu l'assistente regista per più di due decenni.
Ed in effetti, ancor prima di valutare il valore dell'opera, va subito detto che il risultato ultimo è un grande omaggio , una sorta di testamento postumo di Kurosawa e questo di per sè ne fa già un lavoro importante e da apprezzare.
Sfruttando situazioni e atmosfere che il Maestro utilizzò in abbondanza nei suoi capolavori, Koizumi dirige un film che è anzitutto l'affermazione umanistica del pensiero di Kurosawa: l'Uomo contrapposto al Samurai che incarna i valori della tradizione e della epicità , e la storia del ronin Ihei Misawa, in cui il conflitto tra valori umani e valori epici sta alla base del racconto, si risolve in un affresco carico di conflitti interiori.

La pioggia battente che apre il film rimanda immediatamente a Rashomon, con il drappello di personaggi racchiuso in una piccola locanda in attesa che la pioggia cessi e poter attraversare il fiume; tra questi il guerriero viandante Ihei con la moglie che assiste con tristezza alle liti fra i vari avventori segregati nella locanda.
Anche se il codice dei samurai impedisce la dimostrazione della propria arte nel combattimento dietro pagamento, Ihei , pur di rasserenare l'ambiente offrendo una ricca cena con sake a volontà, viene meno alla regola e questo gli impedirà di potere diventare il maestro della scuola di arti marziali che il signorotto locale vuole affidargli, sbalordito dalla sua grande bravura.
Tornato il sereno, l'uomo riprenderà il cammino con l'unica consolazione che gli viene dall'appoggio della moglie, convinto che comunque la sua scelta di violare il codice di comportamento fosse un utile e necessario gesto altruista, contrapposto alla cecità e all'integralismo delle regole feudali.
L'ottimismo che pervade l'epilogo, in cui l'Uomo sembra fondersi con una bellissima natura, è lontano anni luce dal pessismismo con cui Kurosawa osservava la condizione umana nei suoi lavori più datati; qui c'è una sorta di serena rassegnazione nell'accettazione della condizione e il messaggio forte e deciso che l'Uomo deve comunque ergersi al di sopra degli schemi sociali e delle regole rigide per portare al termine i suoi progetti ispirati all'altruismo e alla solidarietà.
Il pregio più grande del lavoro sta proprio in una perfetta lettura Kurosawiana della sceneggiatura che crea quasi l'illusione che dietro la cinepresa possa ancora scorgersi l'ombra del Maestro; Koizumi ottiene ciò delineando personaggi chiari e nitidi, mostrando una fusione uomo-natura altamente spirituale e soprattutto racconta con pacatezza, ma al tempo stesso con grande forza, il conflitto interiore dei vari personaggi (su tutti il ronin e lo shogun).
Pregevole l'interpretazione di Akira Terao nel ruolo del ronin, misurato ed efficace pur nella solennità  del personaggio.

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