martedì 2 marzo 2021

Mother ( Omori Tatsushi , 2020 )

 





Mother (2020) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

E' un film  che lascia strane tracce Mother di Omori Tatsushi: lo si finisce di vedere e quello che più si prova è un misto di delusione , di rabbia e di sconcerto; poi ci si ricorda che il regista è lo stesso di The Ravine of Goodbye e del più recente , meno riuscito seppur interessante , Hikari per collegare almeno idealmente i tre lavori, cercando nelle tematiche che il regista abitualmente utilizza; ed ecco allora che Mother assume tutt'altra prospettiva: l'ossessione che permea sempre i lavori di Omori trova qui il terreno più fertile possibile perchè va a scavare in un rapporto madre-figlio basato sul marcio, sulla sopraffazione, sull'amore tossico e sul nichilismo che porta alla distruzione.
Ispirandosi ad uno dei non rarissimi fatti di cronaca esecrabili e ripugnanti che avvengono in Giappone, Omori ci inquadra sin da subito la storia  cui stiamo per assistere sin dai primi fotogrammi: una madre priva di qualsiasi moralità ed etica ed un figlio che le corre dietro a piedi mentre lei va in bicicletta; il ragazzino ha disertato la scuola perchè preso di mira dai bulli e accompagna la madre dai nonni materni per fiancheggiarla nello squallido tentativo di rimediare soldi dai suoi genitori.
Akiko, infatti, è la più classica delle poche di buono che il cinema ci mostra sovente, sebbene Omori non ci descriva il seppur minimo background personale che non sia un rapporto ormai deteriorato con i famigliari.



Distrutta da interminabili giornate passate a giocare d'azzardo al pachinko, disponibile a qualsiasi rapporto con qualsivoglia poco di buono di passaggio, abituata a mollare il figlio anche per giorni per inseguire qualche truffatore o squattrinato come lei, la donna non sembra curarsi di Shuehi se non in funzione del puro interesse che può trarre dal ragazzino, il quale da parte sua ha ormai l'esistenza segnata da questo legame tossico , totalizzante dal quale non riesce a liberarsi.
Se all'inizio tutto sembra riportare al Koreeda di Nobody Knows, dove comunque una traccia seppur flebile di sguardo poetico esisteva nell'ottica del regista quando posava il suo sguardo sui ragazzini, ben presto Mother intraprende la strada del disagio, della rabbia, del crescere e dell'affermarsi di un rapporto fatto da una parte dall'ossessione della madre per un rapporto di dominazione e di sopruso e dall'altra di plagio e di dipendenza che non riesce però a scalfire l'amore , o forse l'ideale di amore, del figlio; Shuehi in vari momenti del film , che si svolge nell'arco di sei anni, si domanda: " E' sbagliato amare la propria madre?" , domanda retorica  con risposta scontata che non prende in considerazione l'inferno che la donna ha costruito per il figlio , nel quale lo vuole tenere in eterno, frustrando ogni seppur minimo segno di ribellione, rinsaldando anzi in maniera patologica quel legame morboso ed ossessivo fino al gesto finale sconvolgente prova inconfutabile di dipendenza psicologica e non solo.
Riletto considerando l'importanza del tempo e dei legami ossessivi per Omori, Mother diventa un lavoro che lascia un forte senso di disagio, che pone una domanda cui il film non sembra dare una risposta e che si presenta nel momento in cui tutti speriamo che l'intervento dei servizi sociali possa diventare un'ancora di salvezza per Shuhei e per la sorellina, nata nel frattempo da una avventura raccapricciante della donna: fino a che punto il rapporto madre-figlio è un aspetto intimo e privato che nasce e cresce con le sue regole dentro le quattro mura? e quando la società deve intervenire  per rompere un legame malato e distruttivo?
Nella società giapponese molto formale e rispettosa della sfera privata probabilmente l'aspetto intimo e personale rimane preponderante rendendo quasi credibile il folle concetto di Akiko secondo cui il figlio è suo ,l'ha partorito e cresciuto lei con le sue regole e nessuno deve intromettersi, neppure chi cerca disperatamente di salvarlo dalla catastrofe.
Lavori sui rapporti malati e non madre-figlio  ne abbiamo visti molti, anzi è probabilmente una delle tematiche più comuni e dibattute in una vasta gamma di situazioni, ma Omori ha il pregio di essere riuscito a creare uno dei personaggi più detestabili del cinema recente: non creando neppure un'aura antropologica che possa analiticamente contribuire a creare un personaggio disagiato, il regista riesce con questa scelta a dipingere i tratti di una donna che contiene un concentrato di negatività , di disprezzo difficilmente riscontrabili.
Alla fine il film lascia il segno, profondo, sebbene in alcuni momenti abbia più di aspetto non pienamente riuscito ( probabilmente proprio la scelta di non volere scavare nella psiche dei personaggi, se da un lato ha la sua funzione, dall'altra crea delle situazioni quasi inconcepibili), fa riflettere profondamente sulla natura dei legami morbosi, costruiti sull'ossessione e sull'esercizio del potere basato sulla forza e sulla dipendenza.
Va indubbiamente sottolineata la prova di Nagasawa Masami (Akiko), brava e convincente nel costruire un personaggio di rara spregevolezza per la quale non si riesce mai, neppure per un attimo, a provare un sentimento diverso.

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