Giudizio: 7.5/10
La giovane regista slovena Urška Đukić esordisce nel lungometraggio con Little Trouble Girls (La ragazza del coro, il titolo italiano) consegnando al pubblico un'opera prima che, pur mantenendo la freschezza e le imperfezioni tipiche del debutto, mostra una cifra autoriale netta e una sensibilità visiva e narrativa di straordinaria personalità.
Il film si muove sul confine sottile , e per questo fertile , tra il ritratto psicologico e il racconto sociale, componendo un coming-of-age atipico dove la crescita non è solo passaggio dall'innocenza all'esperienza, ma lotta tra pulsioni individuali e dispositivo culturale-religioso che le reprime.
La vicenda segue la protagonista ,un'adolescente inserita in un contesto comunitario fortemente segnato dalla pratica religiosa e da una morale collettiva severa, mentre attraversa un anno cruciale: incontri, trasgressioni, amicizie, piccoli e grandi atti di disobbedienza, voci sussurrate che la circondano impregnandola di misticismo, che la spingono a interrogarsi su sé stessa, sul desiderio e sulla propria libertà. Il centro del racconto è una trasferta in Friuli del coro in cui Lucija, la protagonista, canta. La progressione narrativa evita l'arco lineare «inizio-crisi-risoluzione» canonico; Đukić predilige sequenze episodiche e momenti di forte messa a fuoco emotiva che accumulano tensione psicologica, fino a picchi di rottura che non sempre si risolvono in manifestazioni risolutive. È un racconto che somma frammenti , piccoli incidenti, gesti quotidiani, segreti sussurrati , e li trasforma in una geografia interiore.
Il cuore tematico del film è la collisione fra pulsioni adolescenziali quali la sessualità nascente, il bisogno di autonomia, la ricerca di identità , e un ambiente culturale/religioso che pretende conformità e repressione.
Đukić non tratta la dimensione religiosa come un mero sfondo o come un nemico caricaturale: la ritrae come organismo complesso, fatto di affetti sinceri, riti rassicuranti e anche di regole che soffocano. Questo approccio evita facili demonizzazioni e permette di mostrare come il conflitto sia interno alla comunità e, soprattutto, alla protagonista stessa: la colpa, l'attrazione per il proibito, il desiderio di appartenenza.
Il film esplora inoltre il tema della complicità femminile e dell'amicizia femminile come spazio di emancipazione: le relazioni fra le giovani non sono solo rifugio, ma anche laboratorio di persone che si allenano alla libertà. Đukić mette in scena una micro-società di ragazze che sperimentano, tradiscono, sostengono e tradiscono ancora, quel fluire di affetti contraddittori che è il primo vero campo di prova per la formazione dell'individuo.
Questo non è il classico racconto di formazione: l'avanzamento verso la maturità non è un'unica rivelazione che pone fine all'incertezza, al contrario, Đukić opta per un percorso a spirale, segnato da ritorni, fallimenti, piccoli atti di saggezza che non garantiscono un futuro lineare. La maturazione è presentata come un processo frammentario, spesso doloroso, che lascia tracce ma non sempre risposte definitive. Questa scelta narrativa dirompente rispecchia l'idea che crescere sia spesso contraddittorio e che la libertà, quando conquista spazio, può avere il volto della precarietà.
Sorprende la coerenza stilistica che Đukić mostra già nel suo primo film. La regia è attenta al corpo: primo piano su mani che tremano, inquadrature che seguono i movimenti imperfetti del corpo adolescente, piani medi che lasciano lo spazio per i gesti e per la loro ambiguità.
La macchina da presa, quando serve, diventa lieve e quasi documentaria; altre volte si irrigidisce in composizioni statiche che sembrano misurare il peso della norma. Questa alternanza produce un effetto di straniamento controllato: lo spettatore sente sia la pulsione alla vita sia la gravità del contesto.
La fotografia privilegia una luce naturale, spesso filtrata, che conferisce alle sequenze un'aura di realismo poetico: colori tenui, tonalità pastello e, in certi momenti, scelte cromatiche più nette nei momenti di rottura, accompagnano il tono emotivo. La regista cura il suono in modo minimale ma efficace: i rumori ambientali (canti, passi, il fruscio di tessuti religiosi) diventano parte della partitura emotiva, mentre la musica si inserisce raramente, per sottolineare senza sovrapporre.
La struttura è episodica ma calibrata: ogni episodio introduce una micro-conflittualità che alimenta il successivo. Questo crea un ritmo che oscilla tra lentezza pensosa e improvvisi scatti narrativi, rispecchiando la natura altalenante dell'adolescenza. L'opera non sacrifica però la tensione: la regista sa quando allentare per permettere all'osservatore di respirare e quando intensificare per provocare empatia e disagio.
La protagonista è tratteggiata con umanità e complessità: non è un'eroina idealizzata, ma una figura vulnerabile, contraddittoria, a volte ambigua. Le interpretazioni , specialmente quella della bravissima Jara Sofija Ostan che interpreta la protagonista , risultano convincenti proprio perché sottratte alla retorica. Anche i personaggi secondari, in particolare le figure religiose e le compagne, sono resi con sfumature: non si riducono a ruoli simbolici ma possiedono motivazioni che li rendono plausibili. Questo contribuisce a un film che non dà risposte facili, ma anzi moltiplica i punti di vista.
Đukić lavora spesso per immagini simboliche: il coro, la vestizione rituale, lo sguardo attraverso una finestra o il movimento ripetuto di un oggetto domestico. Questi elementi non sono didascalici; funzionano come risonanze che rimandano al tema dell'appartenenza e alla tensione tra il sacro e il profano. Il coro , elemento centrale come lascia intendere il titolo italiano, diventa metafora della voce comunitaria che cerca di armonizzare l'individualità scomoda della protagonista.
Come spesso accade in un'opera prima, talune scelte risultano più coraggiose che perfette: alcune sequenze avrebbero giovato di un montaggio più serrato, e certe derive simboliche si presentano con una forza che sfiora l'enigma senza sempre risolverlo oppure viceversa rimangono troppo ovvie, tuttavia, questi limiti non intaccano la forza complessiva dell'opera; anzi, conferiscono al film un carattere sperimentale che è coerente con il progetto autoriale di Đukić.
Little Trouble Girls (La ragazza del coro) è un esordio che merita attenzione per la sua capacità di mescolare sensibilità sociale e indagine psicologica, per la coerenza stilistica e per la profondità tematica. Urška Đukić dimostra di saper maneggiare materiali complessi come pulsioni adolescenziali, ritualità religiosa, conflitti di genere e comunità , senza scadere nella semplificazione. Il suo film presenta un coming-of-age che rifiuta la facile mitologia del passaggio all'età adulta, scegliendo invece di esplorare le ambiguità e per certi versi la pericolosità e l'incertezza di quella soglia.
Per chi cerca cinema che interroghi la moralità, il corpo e la formazione dell'identità senza compiacimento, questo film offre uno sguardo autentico e coraggioso.
Urška Đukić, con questo primo lavoro, non solo si afferma come regista da seguire, ma ci consegna anche un racconto che parla con delicatezza e forza di come si costruisca una libertà che è sempre, e inevitabilmente, incompleta.

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