domenica 30 novembre 2025

Girls on Wire / 想飞的女孩 ( Vivian Qu / 文晏 , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 8/10

Con Girls on Wire che ha visto la luce alla ultima Berlinale, la regista cinese Vivian Qu firma il suo terzo film, confermando la coerenza di un percorso artistico che si è sempre mosso lungo una linea di confine tra realismo e introspezione, tra denuncia sociale e sguardo intimista. 
Dopo Trap Street (2013) e Angels Wear White (2017), Qu torna a raccontare le ferite invisibili della società cinese contemporanea attraverso gli occhi di giovani donne, costrette a vivere in un mondo che sembra negare loro ogni possibilità di scelta, ma capaci di costruire, nel silenzio e nella solidarietà, una forma autentica di resistenza.
Il titolo, Girls on Wire, è già di per sé un manifesto poetico: non solo un riferimento diretto ad una delle due protagoniste ma anche un’immagine sospesa, quasi metafisica, che rimanda alla condizione precaria e fragile delle protagoniste stesse, ma anche alla loro forza nel mantenere l’equilibrio nonostante tutto. Come funambole che camminano sul filo della vita, queste ragazze cercano di sopravvivere a un contesto familiare e sociale violento, privo di etica e compassione, trovando nel legame reciproco l’unica via per emergere dall’abisso.
La storia segue due giovani ragazze, cugine,  che vivono ai margini di una città cinese senza nome, schiacciate da una famiglia incapaci di proteggere, da adulti violenti e assenti e da istituzioni che chiudono gli occhi. Sebbene deteriorato dagli eventi occorsi negli anni il loro rapporto diventa l'unica ancora di una possibile salvezza per entrambe finite in giri e frequentazioni poco raccomandabili, un rifugio, una zona franca in cui poter respirare e, per la prima volta, sentirsi comprese.
Vivian Qu costruisce il racconto con una delicatezza straordinaria: non cerca l’enfasi emotiva, ma lascia che siano i silenzi, gli sguardi e i gesti minimi a parlare. La regista accompagna lo spettatore dentro la vita delle protagoniste senza spiegarla mai del tutto, attraverso una narrazione frammentata, ellittica, fatta di scene che sembrano rubate al reale.
Le due ragazze attraversano spazi chiusi, spesso squallidi (dormitori, case claustrofobiche, aule scolastiche )  dove la violenza non è necessariamente fisica, ma costante, insinuata nei comportamenti e nelle parole. 
In Girls on Wire torna il tema centrale della poetica di Vivian Qu: la violenza strutturale contro le donne e le giovani generazioni, e la possibilità di sfuggirle attraverso la solidarietà e la consapevolezza. Ma rispetto ad Angels Wear White, dove la denuncia era più esplicita, qui la regista compie un passo ulteriore: non mostra più la ferita, ma il modo in cui si può continuare a vivere con essa.
La famiglia, che nel cinema cinese tradizionale è un pilastro morale, diventa in Qu un luogo di oppressione e di colpa. Gli adulti non sono modelli, ma complici inconsapevoli , attraverso le loro azioni scellerate, di un sistema che perpetua la violenza. Tuttavia, la regista evita il moralismo e la retorica: la sua forza sta nel mostrare la realtà senza deformarla, lasciando che la verità emerga dai comportamenti, dalle omissioni, dai silenzi che separano i personaggi.




Il film parla quindi di un’educazione alla sopravvivenza, di un’infanzia rubata, ma anche della nascita di una consapevolezza. Le protagoniste trovano nel loro legame la possibilità di ridare senso alla parola “cura”, di creare un linguaggio comune fatto di gesti semplici quali una carezza, uno sguardo, un atto di fiducia. È una unione che va oltre il legame di sangue e  che diventa una forma di opposizione politica, un modo per reclamare umanità in un mondo che l’ha dimenticata.
Sul piano formale, Girls on Wire conferma la mano sicura e personale di Vivian Qu. La regista lavora con una messa in scena minimale ma profondamente espressiva, dove ogni scelta visiva ha un valore simbolico. La macchina da presa osserva, non giudica. I movimenti sono lenti, calibrati, quasi invisibili; la fotografia alterna tonalità fredde e spente a improvvisi bagliori di luce che segnano momenti di apertura emotiva.
Qu non cerca mai il pathos, ma un’intensità che nasce dall’attesa e dalla sospensione. L’uso del silenzio, così come la rarefazione dei dialoghi, diventa una forma di scrittura: il non detto è ciò che più pesa, il vuoto diventa luogo della verità. Il montaggio procede per frammenti, rifiutando la linearità classica in favore di una struttura che rispecchia la percezione confusa e interiore delle protagoniste.
Ciò che distingue la regista è la capacità di unire rigore formale e calore umano: il suo cinema non è mai freddo o cerebrale, ma profondamente empatico, ogni inquadratura è una presa di posizione morale, e al tempo stesso un atto di ascolto verso chi non ha voce.
Nel panorama del cinema cinese contemporaneo, Girls on Wire rappresenta un’opera di equilibrio e coraggio. Vivian Qu appartiene a quella generazione di registi che ha saputo coniugare l’osservazione sociale con un linguaggio poetico e personale, ma la sua prospettiva si distingue per la centralità assoluta dello sguardo femminile.
Mentre autori come Jia Zhangke o Lou Ye raccontano la Cina nella sua dimensione collettiva, politica e urbana, Qu sceglie il microcosmo, le vite minori, gli interstizi della quotidianità. È lì che si gioca la partita della dignità. La regista indaga il modo in cui la violenza domestica, la povertà affettiva, la mancanza di etica familiare si radicano nell’animo delle persone, fino a diventare destino. Ma lo fa con uno stile che sfugge al didascalismo, lasciando emergere la critica sociale come un sottotesto emotivo, non come un discorso imposto.


Le sue protagoniste non sono mai semplici vittime: sono testimoni di un’umanità che cerca disperatamente di non spegnersi. La loro fragilità non è una condanna, ma una forma di lucidità. Ed è in questa prospettiva che Girls on Wire si colloca come una delle opere più mature del cinema cinese recente, capace di unire l’intimità del racconto personale alla forza della denuncia morale.
L’abilità di Vivian Qu sta anche nel saper lavorare all’interno di un sistema rigido come quello della censura cinese, senza mai rinunciare al proprio discorso etico. Come già accaduto con Angels Wear White, anche qui la regista adotta un linguaggio di allusione e omissione: la violenza non è mai mostrata, ma suggerita; l’autorità non è mai nominata, ma la sua presenza si sente in ogni silenzio, in ogni chiusura di spazio, in ogni gesto di paura.
Questo approccio non è solo una strategia per aggirare i controlli, ma una scelta estetica coerente con la sua poetica. Qu trasforma il limite in linguaggio, l’assenza in significato. L’immagine delle ragazze “sul filo” diventa così una potente metafora della condizione femminile nella Cina contemporanea: sospesa tra la modernità e la tradizione, tra emancipazione e controllo, tra desiderio di libertà e obbligo di conformità.
Vivian Qu è riuscita a costruire un cinema “interno”, che lavora dall’interno del sistema per smascherarne le contraddizioni. È una forma di resistenza sottile, ma non meno radicale, che restituisce al cinema cinese una voce autenticamente critica, capace di toccare corde universali senza rinunciare alla specificità del proprio contesto.
Girls on Wire è un film di grande coerenza e profondità, un tassello ulteriore nel percorso di una regista che ha saputo dare forma a un cinema della resistenza silenziosa. Vivian Qu racconta la giovinezza come un terreno di prova e di pericolo, ma anche come lo spazio in cui germoglia la possibilità del cambiamento.
Nel legame tra le due protagoniste si concentra tutta la poetica della regista: la capacità di trasformare la vulnerabilità in forza, il dolore in consapevolezza, la solitudine in solidarietà. Il filo su cui camminano non è solo un’immagine estetica, ma una linea di confine tra la paura e la speranza, tra la prigionia e la rinascita.
Con questo film, Vivian Qu conferma la propria straordinaria sensibilità artistica e morale, Girls on Wire è insieme un racconto di formazione e un atto di resistenza, un ritratto femminile che diventa universale, e soprattutto un segno della maturità di un’autrice che, pur muovendosi in un contesto difficile, continua a camminare dritta sul suo filo, senza mai perdere l’equilibrio.

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