lunedì 11 gennaio 2010

Mysterious skin ( Gregg Araki , 2004 )


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Ferite che lasciano il segno

Tenendo fede alla sua fama di cineasta indipendente e scomodo, Araki dirige questo Mysterious skin dimostrando profonda onestà intellettuale e coraggio, confermando inoltre le sue doti di regista a forte impronta visiva.
Brian e Neil sono due ragazzini di 8 anni, famiglie sconquassate alle spalle, che subiscono le attenzioni e le molestie del loro allenatore di baseball.
Dieci anni dopo li troviamo a ripercorrere la storia che li ha condotti a 19 anni dopo essere stati segnati dalla tragica esperienza. Mentre Brian reagisce con l'annichilimento convincendosi che i vuoti di memoria e i suoi malori dipendano dal fatto di esser stato rapito anni prima dagli alieni, Neil si trova invece lanciato nella sua spinta omosessualità che lo porta alla prostituzione e ad una sfrenata e promiscua attività sessuale.
Brian visse il trauma come un annientamento , Neil invece come una sorta di esaltazione ed infatuazione : entrambi però giunti nel pieno della maturità capiranno come il modo di reagire così diametralmente opposto non è altro che la duplice faccia di un trauma che ha distrutto le loro giovani vite.
Si rincontreranno dopo 10 anni da quell'evento e in un finale toccante e magico insieme prenderanno piena coscienza dei fantasmi che li perseguitano, lasciando però spazio ad una possibile via d'uscita di redenzione, dopo che l'incubo sarà passato per intero davanti ai loro occhi.

Araki ha avuto coraggio estremo nel dirigere questo film , ispirandosi ad un romanzo di Scott Heim, attirandosi non poche critiche dagli ambienti perbenisti che mal tollerano che tematiche del genere possano essere affrontate senza far ricorso a idee forcaiole, anzi accusandolo di una sorta di apologia. Accusa ovviamente assurda e che nasce dal presentare la figura del coach molestatore senza i crismi dell'orco e la reazione di Neil priva di connotati derivanti da violenza subita; violenza non c'è nell'atteggiamento del pedofilo , il che naturalmente non lo assolve dalle colpe, ma quello che Araki vuol descrivere è come esistano delle forme di amore insano e prevaricante, eccessivamente totalizzante che lascia ferite insanabili.
Se da una parte la figura di Brian intenerisce per il suo tentativo di rimozione, quella senz'altro più controversa di Neil assume caratteri eroici , pur nel suo squallore e distruttività e il regista è bravissimo a disegnare con forza e precisione queste due fughe dal mondo.
Il tema della pedofilia e dell'abbandono dei ragazzini da parte di famiglie assenti è esposto con grande coerenza, liberato da facili filtri emotivi buonisti, non risparmiandoci nulla, nel linguaggio e nelle immagini, compresa una drammaticissima scena di un incontro tra Neil e un malato di AIDS: in questo sta il coraggio e l'onestà intellettuale (scomoda) di Gregg Araki che per il resto confeziona un lavoro bello stilisticamente e di grande impatto visivo, a cominciare da un incipit che appare come un meraviglioso caleidoscopio di colori ma che invece scopriremo essere il prologo dell'incubo.
Bravissimi Brady Corbett (Brian) nella sua timida alienazione e Joseph Gordon-Levitt che da corpo e faccia ad un eroicamente e teneramente strafottente Neil.

2 commenti:

  1. l'ho visto qualche anno fa al cinema, giugno, quattro gatti.
    un film potente, ti lascia stordito per il colpo, grande cinema, secondo me.

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  2. Sono d'accordo: è un film veramente tosto e soprattutto una storia narrata senza filtri ipocriti e per tale motivo molto "vera"

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