giovedì 2 dicembre 2010

Shara ( Naomi Kawase , 2003 )

Giudizio: 7/10
La forza dell'assenza


Un lunghissimo e bellissimo piano sequenza iniziale offre l'unico momento dinamico del film: sono le immagini che precedono l'evento che segna tutta la storia; due ragazzini giocano e corrono per le viuzze  della antica città di Nara , rincorsi dalla telecamera, finchè uno dei due, Kei, scompare in una maniera talmente improvvisa da apparire non vera.
Anni dopo Shun, il fratello rimasto, diciasettenne, ancora porta i segni di quella scomparsa rinvigoriti dal ritrovamento del ragazzo dopo anni.
Shun è silenzioso, quasi apatico, unico legame è quello con Yu una coetanea che scoprirà di avere alle spalle una storia di abbandono.
Su questa trama esilissima, quasi eterea, gravita il senso di abbandono, l'assenza intesa come vuoto assoluto intorno; è sinceramente uno dei film in cui maggiormente il sentimento doloroso che deriva da una assenza troppo grande si impadronisce della storia e ne diviene l'unico filo conduttore.
Naomi Kawase dimostra oltre ad una sensibilità fuori dal comune, una capacità tecnica ed un senso della regia assolutamente straordinari, non pari forse al suo lavoro più bello (The mourning forest) ma capace senz'altro di colpire dritto tra cuore ed anima.
La storia e i fatti non sembrano interessare la regista che focalizza invece il suo sguardo sulle presenze e sulle assenze, sul conflitto tra di esse, lascia fluire le immagini quotidiane senza raccontare apparentemente nulla, fa esplodere in un tripudio quasi orgiastico grazie alla scena maestosa della danza per le vie della città in occasione della festa del Basara, mostra con pudore l'afflato e la congiunzione di due anime addolorate quali sono quelle di Shun e di Ya, e riconcilia tutto con una scena finale che vuole essere rinscita prima e infinito poi.
La Kawase fa larghissimo sfoggio di lunghi piano sequenza, di interminabili scene senza quasi dialoghi che forse in alcuni casi affossano troppo il già flemmatico ritmo, offre immagini belle e suggestive della sua città natale senza eccedere, mette in scena la scena madre della danza cittadina in una maniera da grande maestra del cinema e chiude il film con un lungo piano sequenza ritmato da una musica ipnotizzate e appena accennata.
Un bel film, che richiede l'accettazione da parte dello spettatore di alcune regole per poter gustare al meglio tutto, altrimenti il giudizio di film noioso e inconcludente è pericolosamente in agguato; un film che impatta forte e che continua a rimanere vivo anche quando sono passati i titoli di coda.

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