sabato 13 dicembre 2025

Una battaglia dopo l'altra [aka One Battle After Another] ( Paul Thomas Anderson , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 7/10

Affrontare Una battaglia dopo l’altra significa, inevitabilmente, confrontarsi non solo con un film, ma con l’idea stessa che Paul Thomas Anderson, forse l'autore americano più importante di questo periodo, ha del cinema come spazio di interrogazione morale e politica. È un’opera che molti hanno salutato come un ritorno “impegnato” del regista, come una presa di posizione esplicita sull’America contemporanea, sulle sue derive ideologiche e sulla stanchezza cronica di ogni progetto rivoluzionario. Ed è proprio qui che, molto probabilmente, il film mostra tanto le sue ambizioni quanto i suoi limiti.
Il film, ispirato a Vineland, romanzo di Thomas Pynchon, autore col quale Anderson già si era confrontato ai tempi di Vizio di forma, è ambientato in un epoca imprecisata che approssimativamente possiamo datare fra i primi anni duemila a più o meno l'epoca contemporanea e tratta la storia di due personaggi legati ad un gruppo estremista americano che insegue la rivoluzione e che è attivo nelle operazioni dimostrative (liberazione di immigrati, bombe, minacce etc): Bob e Perfidia Beverlu Hills , i protagonisti sono anche legati da una relazione amorosa che si interromperà bruscamente allorquando durante una rapina in banca la donna uccide un poliziotto e viene quindi arrestata e il gruppo momentaneamente sciolto. Bob rimane quindi da solo a crescere la figlia nel frattempo nata e si ritira a vita privata al confine tra Messico e USA , mentre Perfidia scompare dopo avere tradito i compagni del suo gruppo in cambio della adesione al programma di protezione dei testimoni. Dopo sedici anni qualcosa e qualcunio riemergono dal passato mettendo a rischio la vita della figlia di Bob, il quale obtorto collo deve tornare in campo riallacciando i legami coi compagni di una volta.
Anderson costruisce un racconto che ruota attorno all’idea di conflitto permanente: una battaglia che non si chiude mai, che si trascina da una generazione all’altra, che cambia linguaggio e bandiere ma non natura. La rivoluzione, evocata più che realmente praticata, diventa una postura, un atteggiamento identitario, spesso svuotato di efficacia. Il film sembra voler fotografare un’America in cui la ribellione è ormai parte del sistema, inglobata, neutralizzata, trasformata in folklore o in sfogo individuale. In questo senso, il riferimento a un’America “becera”, violenta nei toni e semplificata negli slogan, facilmente riconducibile all’ombra lunga del trumpismo, è evidente e quasi programmatico, diventando questo il terzo film della stagione firmato da registi di alto livello Aster, Lanthimos e Andreson appunto) che affronta , a vari livelli, il problema America con la sua deriva reazionaria.
Eppure, proprio questa chiarezza tematica finisce per essere anche un problema. Anderson osserva il suo paese con lucidità, ma senza mai davvero sporcarsi le mani fino in fondo. La critica al populismo, alla retorica muscolare e alla falsa coscienza rivoluzionaria resta spesso su un piano illustrativo, come se il film temesse di oltrepassare una soglia di ambiguità che invece, in passato, era stata una delle sue grandi forze. Qui la diagnosi è precisa, ma la messa in scena della malattia appare a tratti compiaciuta, quasi estetizzata.



Il cuore del film sembra essere l’incapacità di essere rivoluzionari “vincenti”, o anche solo coerenti. I personaggi parlano di cambiamento, lo invocano, lo performano, ma restano intrappolati in dinamiche personali, narcisistiche, spesso autoreferenziali. La rivoluzione non fallisce perché viene repressa, ma perché si dissolve dall’interno, schiacciata dal peso dell’ego, dalla paura di perdere privilegi minimi, dalla nostalgia di un’idea di lotta che non esiste più. È un tema interessante, certamente attuale, ma che il film ribadisce più volte senza riuscire a farlo evolvere davvero, come se ogni “battaglia” fosse una variazione sullo stesso stallo.
Dal punto di vista formale, Anderson rimane un autore di straordinaria precisione. La regia è controllata, per la prima volta utilizza il formato Vista Vision, il ritmo volutamente irregolare, la costruzione delle scene alterna momenti di grande tensione a lunghe dilatazioni riflessive. Tuttavia, questa volta il suo stile sembra meno necessario, meno organico al discorso. Dove un tempo l’eccesso, la frammentazione o la deriva dei personaggi producevano un senso di vertigine morale, qui finiscono per rafforzare una sensazione di immobilità. Il film guarda il caos americano, ma lo contempla più che attraversarlo.
C’è anche un certo scarto tra l’ambizione politica dell’opera e il suo sguardo umano. Anderson è sempre stato un grande narratore di ossessioni individuali, di solitudini, di rapporti di potere intimi prima ancora che sociali. In Una battaglia dopo l’altra questa dimensione sembra sacrificata in nome di un discorso più ampio, più “necessario”, ma anche più schematico. I personaggi diventano portatori di tesi, figure emblematiche di un’America divisa e confusa, perdendo quella complessità emotiva che rendeva memorabili i protagonisti dei suoi film migliori.
Non si tratta di un’opera sbagliata, né tantomeno irrilevante. È un film che pone domande legittime, che intercetta un disagio reale, che tenta di riflettere sul fallimento delle utopie e sulla trasformazione della rabbia in rumore di fondo. Ma è anche un film che sembra fermarsi un passo prima del baratro, come se Anderson, consapevole della materia esplosiva che maneggia, preferisse mantenere una distanza di sicurezza. Il risultato è un’opera lucida ma non disturbante, ambiziosa ma non radicale, capace di descrivere l’impasse senza riuscire davvero a farla sentire sulla pelle dello spettatore, un'opera insomma che mostra più i toni da film d'azione con venature da commedia che impegno politico e sociale.
Forse è proprio questo il nodo: Una battaglia dopo l’altra parla di rivoluzioni mancate e, in qualche modo, finisce per assomigliare al suo stesso oggetto: un film che osserva l’incapacità di andare fino in fondo, che denuncia l’impotenza ma ne resta, consapevolmente o meno, prigioniero. Un’opera importante nel percorso di Anderson, ma non necessariamente una delle sue più riuscite, soprattutto se confrontata con la radicalità emotiva e formale che in passato lo aveva reso uno degli sguardi più inquieti e imprevedibili del cinema americano contemporaneo.
All’interno del percorso di Anderson, questo film si colloca come un’opera di esplicita “esteriorizzazione” del conflitto. Nei suoi lavori precedenti, anche quando il contesto storico o sociale era fortemente caratterizzato, il cuore del racconto restava sempre interno ai personaggi: il potere, la fede, l’avidità, l’ambizione, la violenza erano forze che si manifestavano prima di tutto come ossessioni private. In Il petroliere, ad esempio, il capitalismo non è un sistema astratto, ma una malattia incarnata nel corpo e nella voce di Daniel Plainview; in The Master l’America del dopoguerra prende forma attraverso il rapporto ambiguo e irrisolto tra due uomini incapaci di esistere senza dominare o essere dominati; in Vizio di forma la paranoia politica degli anni Settanta si dissolve in un labirinto psichedelico dove la Storia è sempre percepita, mai spiegata.
Una battaglia dopo l’altra, al contrario, sembra voler nominare le cose, renderle riconoscibili, leggibili, quasi didascaliche. L’America che guarda al trumpismo, alla radicalizzazione del linguaggio politico, alla trasformazione della protesta in spettacolo, è un’America esplicitamente tematizzata, non più filtrata solo attraverso la deformazione soggettiva dei personaggi. Questa è forse la principale differenza rispetto al passato: Anderson rinuncia in parte all’opacità, all’ambiguità strutturale, per abbracciare una chiarezza che però ne indebolisce la portata perturbante.
Anche il tema della sconfitta, così centrale nel cinema del regista, qui assume una forma diversa. Nei film precedenti la sconfitta era spesso intima, esistenziale, inscritta nel destino dei personaggi: uomini e donne incapaci di amare, di appartenere, di riconciliarsi con se stessi. 
In Una battaglia dopo l’altra la sconfitta diventa collettiva e ideologica, ma perde parte della sua tragicità perché non è mai davvero vissuta come trauma. È una sconfitta già metabolizzata, quasi accettata come condizione permanente, ed è forse per questo che il film trasmette una sensazione di stanchezza più che di disperazione.
Si distingue anche per il modo in cui Anderson guarda al presente. Se Licorice Pizza sceglieva la nostalgia come splendido filtro emotivo, e Vizio di forma usava la confusione narrativa come specchio di un’epoca che non si capisce più, qui il presente è affrontato frontalmente, ma senza quella tensione visionaria che rendeva il suo cinema imprevedibile. È come se il regista, arrivato a una piena maturità stilistica, avesse perso una parte della sua furia sotterranea, sostituendola con uno sguardo più controllato, più “responsabile”, ma anche meno rischioso.
In questo senso, Una battaglia dopo l’altra si distingue come un film di passaggio, quasi un bilancio politico ed etico più che un’opera di rottura. È il lavoro di un autore che conosce perfettamente i propri strumenti e il proprio ruolo, ma che sembra interrogarsi più sul mondo che lo circonda che sui propri aspetti  interiori. Ed è forse proprio questo spostamento a lasciare una sensazione di parziale incompiutezza: un film coerente con il percorso di Anderson, ma meno capace di incidere in profondità rispetto a quelle opere in cui il conflitto sociale emergeva come conseguenza inevitabile di una lacerazione umana, non come suo punto di partenza dichiarato.

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