Persi in una Pechino glaciale
Il terzo film di Li Yu, che recentemente ha diretto Buddha Mountain , uno tra i lavori più validi dell'ultimo anno in Cina, è uno di quei film che nascono con lo stampo del film che farà discutere: all'epoca della sua uscita esistevano almeno due versioni, una delle quali addomesticata; ciò non ha impedito però, dopo solo un anno dalla sua uscita, di far finire il lavoro della regista cinese tra i film censurati, creando quell'alone di interesse quasi morboso che va probabilmente ben oltre il reale valore dell'opera.
Indubbiamente le scene di sesso, mai gratuite occorre dire, e certi accenni al sottobosco della corruzione della società cinese non potevano non attirare l'attenzione su Lost in Beijing.
Le tematiche trattate hanno trovato , soprattutto grazie ad un regia in alcuni momenti quasi ridondante, il giusto habitat in una città come Pechino che viene descritta da Li Yu in una maniera molto asettica, dilatata, impersonale, quasi fredda, al punto di far assurgere in svariati frangenti proprio gli scorci della capitale cinese ad assoluti protagonisti della pellicola.