mercoledì 4 novembre 2009

A bloody aria ( Won Shin-yeon , 2006 )


Giudizio: 7.5/10
Brutalità che annienta

Un professore di musica e la sua allieva in viaggio verso Seoul su una fiammante Mercedes, dopo aver sostenuto un provino, un poliziotto troppo zelante che vorrebbe subbissarli di multe, una scorciatoia per evitare ulteriori scocciature e l'approdo su un greto di un fiume, in campagna, tra i monti ,dove l'uomo tenterà di fare quello che si era capito sin dalla prima scena: mettere le mani addosso alla giovane ragazza; questa riuscirà a fuggire, ma irromperà sulla scena un manipolo di brutti, sporchi ,cattivi e malintenzionati abitanti della zona. Si capisce subito che tra gli strambi personaggi esistono delle oscure dinamiche interpersonali che poi nel prosieguo verranno svelate e che i due malcapitati si troveranno al centro di un agghiacciante fuoco di fila come vittime designate.
Pensare di trovarsi di fronte alla riedizione coreana di "Un tranquillo week end di paura" è tanto spontaneo quanto errato : qui c'entra poco lo scontro tra città e campagna ad impronta ambientalista, qui siamo di fronte ad una storia più dura e cattiva, nonostante gli incomprensibili tentativi di far passare il film come una commedia noir. Di commedia non c'è nulla, caso mai di dramma si tratta, condito da un disagio montante e crudo venato solo da piccoli attimi di umorismo (nero).
Col procedere della storia quella che sembra quasi follia allo stato brado inizia ad avere una ragione d'essere inquadrando sotto una luce diversa i personaggi: comunque ad emergere è brutalità e violenza estrema, covata con cattiveria e spirito di vendetta, una completa spersonalizzazione che porta a galla il marciume interiore; e di pari passo cresce il fastido e l'imbarazzo per i contorni che la storia assume.
Il regista in tal senso è bravissimo a celare le carte per buona parte del film , nonostante schiaffi , cazzotti e mazzate volino da subito ed è ancor più bravo a trasformare l'ameno greto del fiume in un tragico teatro nel quale si svolge la grandissima parte del film; lo fa avvalendosi di attori molto bravi e ben calati nelle parti e muovendo con efficacia la telecamera sulla scena dello spazio teatrale.
Molti sono stati i tentativi di accostare questo lavoro a film come Funny Games o , per altro verso, di vederci molto Park Chan-wook dentro: la realtà è che la storia gode di una sua originalità e rifulge di luce propria e comunque il solo porre simili paragoni è già di per sè riconoscimento importante per il regista.

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