lunedì 4 gennaio 2010

Still life ( Jia Zhang-ke , 2006 )


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La nuova Cina tra rovine e futuro


Mai Leone d'oro fu più meritato e capace di rendere giustizia ad un film meraviglioso, per il quale ogni altro aggettivo, neppure il più roboante, sarebbe in grado di essere adeguato.
Jia Zhang-ke , stimato rgista ed esponente di punta della Sesta Generazione di cineasti cinesi, ci offre un film che è poesia pura, come solo le cose vere riescono ad essere , un film in cui la telecamera sembra essere solo un piccolo particolare, quasi nascosto in un mondo che mostra tutte le sue sfaccettature.
Le storie di Han Sanming e Shen Hong, imperniate sulla solitudine e sull'abbandono vengono calate in un immenso teatro naturale fatto di dige mostruose che divorano villaggi e città , causando esodi e separazioni e di demolizioni che lasciano il posto a scheletri di cemento squarciati che presto verranno ricoperti d'acqua; ma soprattutto è la vita quotidiana vista in tutti i suoi aspetti, lentamente con discrezione, senza grida , una vita che cambia troppo in fretta per chi per troppo tempo ha vissuto nell'isolamento più stretto e che lascia lacerazioni e difficoltà insuperabili.
L'aspetto sociale del cambiamento tumultuoso della Cina moderna emerge prepotente in questo film, visto però sempre dalla parte dei protagonisti di cui noi siamo degli osservatori puri, tanto è votata al naturalismo e ad una sorta di Neorealismo la poetica di Zhang.
Il film parte lento,...
mostrandoci il grande fiume blu e prosegue su ritmi altamente riflessivi che consentono a chi guarda di non perdere nulla di quello che viene offerto agli occhi e ai sensi; una regia apparentemente "assente" arrichisce il film di una poesia commovente avvalendosi di immagini "vere" fatte di nebbia, umidità, sudore, pasti consumati, canottiere lise, squarci di realismo stupendi e demolizioni in continuazione.
Il simbolismo della demolizione assume un'importanza fondamentale , quasi una sorta di metafora della vecchia Cina che spietatamente vuole diventare la nuova, anche lontano dalle luci di Shangai e Pechino.
Ecco quindi che le due storie che vengono raccontate fatte di uomini e donne divisi che si cercano, storie che appaiono quasi casuali, incidentali, tanto il "contorno" domina la storia, divengono il pretesto per fare emergere la forza vitale che può aiutare chiunque a superare gli attimi difficili, proprio come l'equilibrista che nella scena finale del film passeggia sulla corda tesa tra due palazzi con lo sfondo della città in demolizione, autentico gioiello visivo che non dimenticheremo tanto facilmente.

4 commenti:

  1. Credo che questo film meriti tutti i riconoscimenti avuti; a mio avviso di capolavoro si tratta, senz'altro tra i migliori film della nuova cinematografia cinese

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  2. Jia Zhang-ke è uno dei miei preferiti e sono quindi d'accordo con te; se non lo hai già fatto ti consiglio la visione di Platform, che forse, è anche superiore a questo.

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  3. A me, a dire il vero, non aveva fatto impazzire. Di Jia Zhang-ke ho preferito "The world" e "Unknown pleasures", ma è un regista con cui faccio un po' fatica a entrare in sintonia... anche se mi piace l'atmosfera realista di cui ammanta le sue opere.

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  4. Esatto Christian, credo hai centrato il problema: è una questione di sintonia; credo bisogni accettare il suo modo di fare cinema e calarvisi dentro; in fin dei conti è ralismo alla stato puro, con la telecamera che quasi rimane nascosta a mostrare tutto.
    Come detto prima però Platform è a mio avviso ancora superiore, forse il suo capolavoro massimo, mentre Unkown Pleasure lo trovai inferiore, probabilmente sempre per un problema di sintonia.

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