giovedì 20 gennaio 2011

Poetry ( Lee Chang-dong , 2010 )

Giudizio: 6/10
La poesia di Lee non abita qui


Altro regista asiatico stimatissimo in Europa e ospite fisso dei vari Festival, Lee Chang-dong sbarca a Cannes con il suo ultimo lavoro, dal quale si ci attendeva moltissimo dopo che il regista ci  aveva regalato quell'autentico capolavoro che è Peppermint Candy e altri due lavori belli e controversi quali Secret Sunshine e Oasis.
Le aspettative , occorre dirlo subito, sono andate in buona parte deluse, perchè Poetry lascia molto amaro in bocca, mancando in maniera palese di quella forza con la quale Lee è solito permeare i suoi lavori, al punto che il film appare eccessivamente minimalista e molto meno poetico di quanto fosse nelle intenzioni del regista.
La storia ruota intorno alla figura di una donna vicina ai settanta anni, Yang Mi-ja che vive in una città di provincia, in cui inizia ad affacciarsi con sintomi sfumati e subdoli il morbo di Alzheimer e che accudisce il nipote adolescente , tanto sfaccendato quanto idiota, che si è reso responsabile, in combutta con altri coetanei, di ripetute violenze contro una compagna di scuola costretta a suicidarsi.
La donna, badante di un uomo infermo che le è sinceramente affezionato, e che veste sempre con abiti colorati e fuori moda, si appassiona alla poesia frequentando un corso presso un centro culturale.
Tra infinite e tediose dissertazioni sull'ispirazione, sulla poesia come modo di osservare il mondo, recite di poesie spesso improbabili, la donna deve trovare anche il modo di fare fronte al problema del nipote: procurarsi una bella quantità di soldi da dare alla madre della fanciulla morta come indennizzo nella speranza che il ragazzo non venga incolpato.
Sarà proprio la figura della ragazza la fonte di ispirazione tanto cercata dalla signora Yang ed un finale ambiguo, in cui finalmente si vede la vera mano di Lee, chiude la storia in maniera acre.
Quello che emerge soprattutto dalla pellicola , e che ne costituisce il vero limite, è il ricercato lirismo che appare ancora più falso nel momento in cui il regista ricorre ad una serie di ovvietà banali: vedere l'arzilla signora girare col suo taccuino dove riporta i pensieri in attesa dell'ispirazione francamente lascia interdetti, così come il ripetuto concetto che l'ispirazione viene osservando il mondo che ci circonda con gli occhi disancantati sembra francamente una forzatura molto poco poetica.
Indubbiamente la bravura di Lee non consente al film di sprofondare, ma è quanto meno curioso vedere come un regista che ha saputo colpire con immagini di altissima poesia, intrise di notevole forza di impatto,perda molto del suo smalto  rincorrendo un delicato lirismo troppo quieto; sta di fatto che, alla fine, si ha l'impressione di avere visto un film che stenta spesso a rimanere in piedi e che , forse, raggiunge la sufficienza solo per l'indubbia capacità tecnica di Lee, per un finale che risolleva la storia, almeno in parte e , soprattutto, per la magnifica interpretazione di Yoon Jeong-hee, ritornata alla ribalta dopo sedici anni di assenza dal grande schermo.

2 commenti:

  1. Pur essendo d'accordo che "Peppermint Candy" è molto superiore, a me questo non è poi dispiaciuto. Forse, avendolo visto in italiano, sono riuscito a "entrarci dentro" più naturalmente, e non mi ha dato fastidio né il minimalismo e il quotidiano, nè le poesie che non mi sono parse così improbabili. La parte migliore è comunque il finale, certo.

    RispondiElimina
  2. Mah Christian a me ha deluso abbastanza, forse per il solito motivo delle aspettative; rispetto a Peppermint Candy non si pone neppure il paragone, ma anche i suoi altri più coosciuti sono superiori. Quello che infastidisce è il dichiarare già dal titolo un lirismo che non può che risultare scontato; credo sia più genuina e forte la poesia che esplode spontanea.

    RispondiElimina

Condividi