giovedì 9 giugno 2011

Tony Manero ( Pablo Larrain , 2008 )

Giudizio: 7/10
L'alienazione nel ballo

L'opera seconda del regista cileno Pablo Larrain ha riscosso numerosi premi (tra cui quello al Torino Film Festival ) dopo avere girato in lungo e in largo per i vari festival.
Il personale stile del regista nel raccontare il Cile di Pinochet , derivato più dal fatto di essere stato solo sfiorato dai ricordi di quel periodo che da una precisa scelta stilistica, costituisce l'aspetto che maggiormente emerge anche in questo Tony Manero, così come sarà per Post mortem due anni dopo.
I fatti narrano di un uomo, Raul, legato morbosamente alla immagine del personaggio del film portata sullo schermo da John Travolta, nonostante l'età non sia più quella che dovrebbe portare a seguire miti o modelli di vita.
Tutta l'esistenza di Raul è imperniata sul suo essere il più simile possibile al personaggio cinematografico, dalle movenze danzanti all'abbigliamento; il suo microcosmo è costituito da alcuni personaggi che come lui inseguono il mito della danza e che vedono in lui un mezzo macho e un mezzo matto.

Assolutamente insensibile ad una clima plumbeo dettato da una feroce dittatura, Raul ha come scopo solo quello di ballare e di mostrare il risultato della clonazione artistica; ogni seppur minimo intralcio al suo disegno verrà spazzato via, con le buone e le cattive, in totale dispregio verso un mondo che lo circonda tanto decrepito quanto squallido, privato di ogni forza morale e di ogni rapporto umano al punto che anche il sesso è un affare da sbrigare da soli, pur in compagnia.
L'epilogo, ambiguo, giunge dopo una scia di drammi in cui alla violenza personale si affianca quella politica e del potere.
Anche in Tony Manero, Larrain si guarda bene dal mettere in scena un dramma storico sociale, più preoccupato a mostrare una carrellata di personaggi squallidi e  detestabili che hanno perso ogni scintilla di umanità e di calore sociale, sopraffatti da una lotta per la sopravvivenza che serva a non trasformarli in fantasmi; è così quindi che tocchiamo con mano il degrado di un paese intero, cui concorrono immagini di una Santiago squallida e grigia, quasi senza speranza in cui l'impotenza emozionale dei protagonisti si adagia come in uno stagno fetido.
Ancora una volta, come sarà poi con Post mortem, Larrain racconta gli eventi ad un ritmo che appare volutamente troppo soporifero e mostra dei comportamenti che non sempre hanno un loro corrispettivo nell'indagine interiore, aspetti questi che in qualche maniera confermano una eccessiva osticità nella narrazione.
Di contro va riconosciuto al regista il grande pregio di saper raccontare l'intima alienazione di un popolo senza ricorrere a trovate sopra le righe e senza cercare lo sdegno facile in una situazione di drammatica oppressione; la regia è secca , essenziale, fredda e sostiene con tragica efficacia il racconto.
Bravissimo nel ruolo di Raul, Alfredo Castro che vedremo poi anche in Post Mortem, attore dal volto arcigno e dolorosamente scolpito che ben si adatta al controverso protagonista.

2 commenti:

  1. Castro davvero superlativo secondo me. Ed è vero questo film riesce a trasmettere un senso di squallore non indifferente. A me è piaciuto molto.

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  2. Concordo, la prova di Castro è notevole , come lo sarà anche in Post mortem. Anche ripensandoci a distanza, mi rimane sempre qualche dubbio sui ritmi narrativi che a volte appaiono trascinati.

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