lunedì 15 febbraio 2010

Plastic City ( Yu Lik-Wai , 2008 )

*****
Digressione sulla sopravvivenza a forte impatto visivo


"Qui comincia il Brasile" recita un cartello nella foresta dove ha inizio e fine questo film: colpi di fucile, fuga tra gli alberi, un ragazzino giapponese rimasto senza famiglia e un uomo cinese che se ne prende cura. Anni dopo li vediamo a capo di una vasta organizzazione che gestisce il traffico di materiale contraffatto, con sede nel quartiere popolato di immigrati asiatici a San Paolo. Yuda e Kirin , padre putativo il primo e figlio adottivo il secondo, si muovono tra quartieri moderni e favelas della megaolopoli brasiliana con il loro esercito di lavoratori clandestini, fino a quando il vento che cambia fa girare le bandiere dei loro protettori politici e il loro business subisce pesanti colpi a vuoto.
Yuda prima e Kirin poi finiranno in galera, stritolati da un gioco che è diventato troppo pericoloso e che vede nuovi e più agguerriti protagonisti. La caduta è inesorabile, lenta dapprima , a picco poi e porterà a galla stati d'animo e situazioni nuove: Kirin capisce di non essere adeguato al mondo  della malavita cui ormai è ineluttabilmente legato da doppio filo, Yuda prende dolorosamente atto del suo tramonto e della sua sconfitta.
Il finale li vedrà nuovamente nella giungla, proprio dove tutto era iniziato tanti anni prima e dove tutto doveva necessariamente finire. Misticismo, spiritualità e religione animano un epilogo che in certi tratti zoppica un po', senza peraltro nulla togliere alla forza di questo film.
Una storia, dunque, che inizia come un action movie e che da metà in poi vira verso tematiche più eteree, oniriche con forte impronta spirituale. Una riflessione sull'inelettabilità delle scelte di vita , come quella cui è costretto Kirin, animato da riconoscenza estrema per Yuda, l'uomo che gli ha salvato la vita e lo ha cresciuto.
Una scelta , ancora una volta, di solitudine, di rinuncia, in nome di una affermazione di se stessi in una giungla quale è quella delle metropoli fatte di favelas e disperazione, delinquenza e vite distrutte.
Il fortissimo impatto visivo che da il regsita alla pellicola, travalica quasi nello psichedelico, con una esuberanza di colori e di immagini che quando non divengono ridondanti, connotano il film in maniera netta ed efficae: indubbiamente la mano di Yu si sente e molto, spesso calca sulla carta in maniera pesante, ma il risultato è senz'altro apprezzabile.
La spina dorsale della storia sta nel rapporto indissolubile, privo di vie d'uscita, tra Yuda e Kirin, raccontato senza venature sentimentali, bensì molto vero e calato nella realtà quotidiana; un legame che mette in gioco le proprie esistenze in un continuo duello con tutto ciò che orbita intorno a loro, affetti compresi.
Globalizzazione e povertà, merce contraffatta e soldi veri, immigrati e violenza fanno da sfondo ad una storia che in certi momenti ha il sapore di una lotta titanica, di una battaglia a tutto campo come magnificamente rappresentata nella scena dello scontro fra bande aul pilone, autentica esplosione visiva caleidoscopica.
La sciagurata manipolazione della pellicola rispetto all'originale, introduce una certa qual confusione che se nulla toglie al valore del film, indubbiamente aggiunge inutile trambusto , che potrebbere apparire superficialità narrativa.
Dominano a livello interpretativo Joe Odagiri nel ruolo di Kirin e Anthony Wong in quello di Yuda, due presenze assolutamente ben calate nei loro ruoli  che offrono una eccellente prestazione recitativa.

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