martedì 2 febbraio 2010

Ran ( Akira Kurosawa , 1985 )

 

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La tragedia della stupidità umana

Non sarà dal punto di vista artistico- storico assoluto l'opera più importante di Kurosawa , essendo Rashomon e I sette samurai universalmente riconosciuti come i più grandi capolavori del Maestro , ma Ran , sotto certi aspetti, raggiunge livelli di poesia e tragicità, oltre che di impatto visivo, unici.
Mettendo in scena una versione nipponica ambientata nel XVI secolo del Re Lear, Kurosawa compie un capolavoro di adattamento di una pagina di letteratura europea classica secondo i canoni del giappone feudale , parlando però della condizione universale umana.
La tragica figura di Hidetora signore temibile e patriarca di una importante famiglia padrona di vasti feudi che  dalla sua condizione di despota assoluto si ritrova a  quella di pazzo nomade e senza casa, passando attraverso  gli oltraggi dei figli e il rimorso per le angherie compiute che ritornano ai suoi occhi, fa da traccia per tutto il film. L'armonia che regna nel casato è disintegrata in pochi momenti allorquando Hidetora decide di dividere il regno tra i tre figli: da questo momento le pulsioni più violente, l'anelito al potere , la meschinità e il tradimento, l'omicidio , la feroce vendetta irrompono nella storia conducendo tutti i personaggi verso un inevitabile baratro.

La parabola è evidente e chiara: l'umanità è popolata di troppi esseri che avidamente inseguono il proprio tornaconto, costi quel che costi; li vediamo dibattersi nella loro smania, impossibilitati a liberarsi, prigionieri delle loro stupide pulsioni.
Kurosawa descrive tutto con lucidità e  crudezza  unite a una semplicità disarmante, facendo emergere una sfiducia verso il genere umano e un pessimismo pungente; la sua descrizione epica serve solo ad enfatizzare quanto tragica può essere l'esistenza umana.
Un trionfo cromatico percorre tutta la pellicola con scene che, giustamente, sono ormai nella storia del cinema, il ritmo e la tensione emotiva si mantengono costanti, anche là dove i dialoghi assumono l'aspetto del monologo.
La chiosa finale, profonda riflessione e al contempo grido di dolore, si materializza nel dialogo tra il buffone di corte e il fidato Tango : non sono gli dei che se ne fregano non fermando lo scempio, essi piangono nel vedere il pessimo uso che l'uomo fa del libero arbitrio che gli è stato donato , "questi stupidi esseri umani, che si battono per il dolore, si esaltano per la sofferenza e si compiacciono dell'assassinio!"
Il cerchio è chiuso , la tragedia della stupidità umana si è consumata in un periodico ripetersi senza fine.




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