mercoledì 10 marzo 2010

Vive l'amour ( Tsai Ming-liang , 1994 )

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Rivisitazioni cinematografiche
Il mondo privo di rapporti umani


Mai ri-visione di un film fu così provvidenziale, perchè a prima vista, anni addietro, lasciò non poco amaro in bocca, che poi è il risultato al quale ambisce il regista, e quindi una seconda visone libera dallo sforzo di cercare di assimilare ogni immagine, restituisce a questo lavoro la sua giusta dimensione di grandezza che merita.
Rimane un Cinema difficile, ostico, quasi antitetico quello di Tsai, ma il fortissimo impatto delle immagini e dei personaggi che racconta ha un altrettanto grande potere ipnotico.
Tre vite sciatte, marginali ed "estreme" racchiuse in una casa in vendita, rifiugio di tre anime perse e votate alla solitudine devastante, si sfiorano , si attraggono , si compenetrano e fuggono via come atomi opposti che giunti al punto di fondersi, rimbalzano via con una forza distruttrice che lascia privi di parola.
L'amore del titolo è falsamente fuorviante, nulla di amorevole lega i tre , salvo forse un appena accennato bacio omosessuale, che forse è l'unico momento in cui il sentimento affiora timidamente.
Sono altre le immagini che impregano lo schermo: solitudine e assoluta incomunicabilità , persino corporea ,che viene volutamente eclissata dal regista, lasciandoci solo mugolii che sembrano di piacere , ma che in effetti sono solo grida di dolore.

lunedì 8 marzo 2010

Nord ( Rune Denstad Langlo , 2009 )

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Road movie scandinavo

Interessante esordio alla regia per il giovane regista norvegese Rune Denstad Langlo che firma questo road movie dal sapore agrodolce, in cui dramma e commedia si mescolano in maniera appropriata.
Jomar ex campione di sci, ora in preda a profondissima depressione, passa la sua vita da rudere lavorando come guardiano in una stazione sciistica ed i suoi unici interessi ,oltre all'alcool e al fumo , sono i documentari National Geographic che trattano di disastri.
Un incendio apparentemente causale, proprio mentre guarda la Tv e cucina, fa scoccare in lui la scintilla della ribellione: si arma di abbondante riserva di alcool e in motoslitta parte alla volta del nord della Norvegia dove vive la ex moglie e il figlioletto che lo hanno abbandonato in seguito alla inedia causata dalla depressione.
Il viaggio catartico lo porta a conoscere per pochi attimi o per poche ore persone che hanno fatto della solitudine, voluta o coatta, la loro compagna di vita.
Il toccare con mano i disagi degli altri e una graduale presa di coscienza della sua residua forza vitale lo conduce dritto nel giardinetto di casa dove il figlioletto gioca beato con lo slittino.

Revanche - Ti ucciderò ( Gotz Spielmann , 2008)

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Vendetta e colpa

Per prima cosa occorrerebbe rimuovere l'osceno sottotitolo italiano dato al film per prepararsi alla visione in maniera neutra, come richiedono le tematiche affrontate, perchè se di riflessione effettivamente sul senso della vendetta si tratta, quel sottotitolo da horror di quart'ordine c'entra veramente poco.
Alex lavora come autista tuttofare di un proprietario di bordelli a Vienna, è appena uscito di galera e cerca nell'amore , corrisposto, della prostituta più ricercata del bordello una nuova vita. La ragazza è una ucraina clandestina, si droga , ma d'accordo con Alex decide di dare un taglio alla squallida vita; il denaro occorrente lo troveranno con una rapina che lui pianifica ma che per un contrattempo si complica con la morte della ragazza, semplice spettatrice dell'atto criminoso.
Alex troverà rifiugio, macerato dal dolore, presso la fattoria dell'anziano nonno, i cui vicini di casa sono il poliziotto che ha ucciso la ragazza e sua moglie, tutti ignari di questa coincidenza.
Man mano che le verità vengono a galla si avvicina la vendetta che da il titolo al film, ma questa non sarà necessariamente portata da un colpo di pistola.
Con una regia austera che non può non richiamare al migliore Haneke, soprattutto nella costruzione di un ambiente quasi asettico, Spielmann dirige un film bellissimo e coinvolgente , in cui vediamo da una parte un uomo la cui angoscia e desiderio di vendetta crescono lentamente ma inesorabilmente come la catasta di legna che taglia in continuazione, dall'altra un altro uomo corroso dal senso di colpa per quel proiettile finito al bersaglio; in mezzo ai due si pone la moglie del poliziotto che qualcosa da farsi perdonare ha anche lei, essendosi offerta neppure tanto celatamente ad Alex ( e da cui , sospettiamo, rimane ingravidata ponendo fine al suo tormento per la mancata maternità).

domenica 7 marzo 2010

Ai confini del paradiso ( Fatih Akin , 2007 )

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Beffardo intreccio di destini

Sul triangolo Amburgo-Brema-Istanbul si sviluppa la storia raccontata da Fatih Akin, un film dalla trama volutamente complessa e articolata che vede protagonisti un padre puttaniere e un figlio professore universitario immigrati in Germania, una madre prostituta e una figlia lontana, affiliata ai gruppi rivoluzionari turchi, una madre e una figlia tedesche, i cui destini porteranno lontano da casa in una Istanbul ormai prossima all'entrata in Europa.
E' un puzzle interessante e intrigato nella trama quello che ci presenta il regista, in cui le vite e le storie dei protagonisti procedono parallele, si intersecano per un attimo e si allontanano senza apparente possibilità di congiunzione, beffate dagli scherzi del destino sotto forma di coincidenze anche troppo curiose.
Ognuno insegue il proprio obiettivo, sia esso mettersi in casa una prostituta oppure combattere contro le ingiustizie, sia esso l'amore filiale o quello carnale, ma tutti inevitabilmente sbeffeggiati da attimi che segnano la vita.
Un disegno cinematografico così ardito , soprattutto sul piano narrativo, era tutt'altro che facile da affrontare, ma Akin tutto sommato ci riesce bene, anche se il volere mettere troppa carne al fuoco inevitabilmente porta ad esemplificare e a buttarla giù con un po' troppa superficialità.

sabato 6 marzo 2010

Il sapore della ciliegia ( Abbas Kiarostami , 1997 )

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Il suicidio e il sapore del gelso.

La jeep del signor Badii si muove lenta nella periferia di Teheran, si inerpica sulle strade sterrate delle colline brulle intorno alla città, incrocia camion e lambisce cave di pietra; il suo guidatore, sguardo fisso in avanti privo di espressione, cerca qualcuno che risolva il suo problema: ricoprire la fossa da lui scavata una volta che si sarà suicidato, previo accertamento che non sia ancora in vita.
Un giovane soldato scapperà impaurito alla richiesta, un seminarista afghano rifiuterà, forte della religione che condanna il suicidio, un vecchio custode di un museo accetterà, non prima però di aver raccontato all'uomo di come molti anni prima anche lui aveva deciso di togliersi la vita, salvo poi ripensarci nel momento in cui aveva assaporato il gusto di un gelso, frutto dell'albero prescelto per il cappio.
Il lungo monologo del vecchio , seduto con Badii  in auto mentre questa percorre gli infiniti tornanti delle colline argillose, contiene il senso del film e, estrapolando, il senso della vita secondo Kiarostami: " devi cambiare il tuo modo di vedere le cose" dice l'anziano all'aspirante suicida , appellandosi alla grande forza taumaturgica della natura, espressione della volontà divina.

Himalaya, where the wind dwells ( Jeon Soo-il , 2009 )

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La natura che respinge

In uno scenario che per larghi tratti rimanda più ad un documentario naturalistico, si svolge il viaggio di Choi, temporaneamente senza lavoro in attesa di trasferimento, che si reca in Nepal per riconsegnare ai familiari le ceneri di un dipendente del fratello morto in Corea.
Non è un viaggio di piacere e neppure un viaggio per ritrovare qualcosa di perso, è semplicemente un immergere se stesso in quanto di più inospitale e arcigno esista. L'Himalaya troneggia sul piccolo villaggio dove Choi giunge dopo un viaggio che sembra un calvario, la natura è ostile, dura, di quelle che respinge e per niente ospitale, il vento soffia perenne e porta con se il karma fino in fondo alla valle. Gli abitanti del villaggio mostrano la loro austera ospitalità, unico sollievo per l'uomo della città ,soverchiato in ogni momento da uno spazio che opprime  con glaciale freddezza senza possibilità di interazione.
Choi non avrà neppure il coraggio di consegnare l'urna cineraria ai familiari del defunto, ogni cosa gioca contro la possibilità che il suo stato d'animo possa trovare giovamento. Non sappiamo quali siano gli eventi che hanno reso l'uomo così tormentato, vediamo solo che la sua permanenza altro non è che uno scontrarsi con un ambiente tanto bello quanto inospitale e soverchiante, che in alcun modo gli giova: ripartirà nello stesso modo con cui era arrivato; se cercava qualcosa dentro sè non lo ha trovato, se sperava di placare il suo animo ha fallito.

venerdì 5 marzo 2010

Woman is the future of man ( Hong Sang-soo , 2004 )

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Disagi visti con occhio cattivo


Dietro la facciata di un film dall'apparenza leggero e minimalista, il regista Hong  racconta una storia che presenta larghi tratti di cattiveria quando non di perfidia. Un incedere assolutamente calmo , quasi delicato, che sembra approdare a tematiche paradossalmente mucciniane, nasconde invece un montante disagio malefico , proprio di personaggi che mescolano nei loro gesti meschinità e indolenza.
In una Seoul perennemente innevata e stretta dalla morsa del gelo (un grande freddo esteriore? ), due amici si ritrovano dopo un lungo periodo, nel quale uno dei due ha studiato in America ed ora sogna di diventare regista.Già il loro incontro dopo tanto tempo possiede una sorta di freddezza in assoluta sintonia con la neve che cade e ricopre le strade; una abbondante bevuta li porta a ricordare i tempi passati e fa tornare a galla il ricordo di Sen-hwa, ragazza di Hyeon-gon, prima e ,una volta partito questo, di Mun-ho poi. Un ponte tra i due, il vertice acuto di un triangolo, insomma , che  tenteranno di rimettere subito in piedi, col risultato di riportare in superifcie antichi rancori, rimpianti e dispute.
Con uno stile che ha reso Hong il più europeo tra i registi coreani, spesso accostato a certe tematiche rohmeriane, i tre non fanno nulla per risolvere i conti in sospeso, anzi sembrano voler immergersi ancora di più in contrasti non risolti, al punto di offrirci una bella dose di inspiegabile meschinità.

mercoledì 3 marzo 2010

Lanterne rosse ( Zhang Yimou , 1991 )

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Rivisitazioni cinematografiche
La ribellione alla meschinità


E' questo il film che imposto nel mondo intero Zhang Yimou come uno dei registi più apprezzati e che a iniziato a squarciare il velo che nascondeva larghissima parte della cinematografia cinese. Indubbiamente contribuì non poco il premio ricevuto a Venezia e il fatto che il film fosse prodotto con capitali stranieri, cosa che a sua volta ne ostacolò la distribuzione in Cina.
Tutta la vicenda si svolge nei primi anni del 1900, in una magnifico palazzo signorile, in cui vive Chen, signorotto locale, e le sue concubine, rigidamente e militarescamente relegate in appartamenti singoli annessi alla grande dimora.
L'ultima delle concubine è Songlian ,diciannove anni, costretta a lasciare gli studi dalla madre che la indirizza verso il benessere. La ragazza mostra subito insofferenza al clima che si respira nel palazzo e alle sue rigide regole cerimoniali; inoltre il suo rapporto con le altre concubine, assuefatte alle tradizioni e alle regole della casa, si dimostra subito problematico.
Tenta , forzando sè stessa, a fare suoi comportamenti consoni al caso, fatti di meschinità ed inganno, ma ciò la porterà solo a causare danni irreparabili che peseranno come il macigno del rimorso. A nulla serve la sua battaglia di dignità, per prima con sè stessa, e il suo destino sarà un vagare folle nel cortile della sua abitazione, mentre la tradizione si perpetua con l'arrivo di una nuova concubina.

martedì 2 marzo 2010

Kagemusha, l'ombra del guerriero ( Akira Kurosawa , 1980)

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Rivisitazioni cinematografiche
Film epico e l'occhio di Kurosawa che scruta l'uomo

E' senz'altro il più maestoso tra i film di Kurosawa, tanto da potersi definire un kolossal epico, in cui l'omaggio del Maestro alla storia medievale del Giappone si fonde, in un connubio splendido, con le riflessioni sull'uomo e la sua natura. Questa è una straordinaria dote che aveva Kurosawa, il sapere fondere la grande ampiezza degli eventi storici con l'intimismo e la meditazione che sono proprie dell'analisi e della descrizione dei drammi umani.
La morte del Principe Shingen, feudatario potentissimo e temutissimo rischia di scatenare una guerra senza confine, motivo per cui , e dietro disposizione del signore stesso quando era in vita, i dignitari di corte decidono di nasconderne il trapasso e di sostituire il principe con un sosia, ladruncolo da quattro soldi, salvatosi dalla morte solo per la sua incredibile somiglianza col potente feudatario.
Guidato ed addestrato, l'uomo ombra svolge il suo ruolo positivamente , fino a immedesimarsi nella figura di Shingen, ma quando l'inganno è scoperto per lui non resterà altro che tornare nei bassifondi da cui proviene. In un sussulto di dignità personale assiste dapprima alla battaglia in cui le truppe di Shingen ora guidate dal figlio vengono sbaragliate ed infine trova la morte nella sua folle corse verso l'accampamanto nemico, gesto eroico di riappropriazione della sua identità.

The longest nite ( Patrick Yau , 1998 )

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Noir torbido e grandi attori

Tipico noir di estrazione Hkese con la forte e tangibile impronta di Johnnie To, che qui si limita, almeno ufficialmente, solo alla produzione. Il clichè è sempre il solito: poliziotti corrotti, bande legate alle triadi, il misterioso killer venuto da lontano, la versione asiatica della femme fatale, il grande vecchio che manovra come un burattinaio; tutto parte secondo i canoni quindi. Ma lo svolgimento , sempre a gran ritmo e ben sostenuto da una onnipresente colonna sonora, mai fastidiosa però, prende una piega torbida, intricata a tal punto da affascinare, piena di dubbi e di duplici letture, quando non di autentica ambiguità. Chi ha messo la taglia sul boss mafioso? Chi manovra il killer sconosciuto? Chi vuole incastrare il poliziotto corrotto? Sono tutte domande che si insinuano nella testa dello spettatore e che per lunghi tratti del film rimangono sospese, prive di una risposta plausibile; solo di tanto e in tanto flebili indizi affiorano e sembrano ricmporre il quadro, anche se in modo molto frammentario.
Il dualismo tra il poliziotto corrotto e il killer serpeggia in tutta la storia , e ci serve sul vassoio il profilo di due personaggi schiavi del loro destino, senza scampo nè via di fuga, calati in un ambiente tetro, buio fatto di trame nascoste e di tradimenti: un bell'intreccio insomma che appassiona e incuriosisce.

lunedì 1 marzo 2010

El secreto de sus ojos ( Juan Josè Campanella , 2009 )

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Occhi che parlano e grandi passioni

E' un noir sui generis, ricco di passioni e melanconia , questo lavoro candidato all'Oscar come miglior film straniero. Una storia che corre su 25 anni, che volge spesso lo sguardo indietro e in cui due storie d'amore, diversissime tra loro, trovano l'epilogo.
Esposito è assistente del Pubblico Ministero a Buenos Aires e quando viene chiamato sulla scena di un delitto brutale , intuiamo subito che per lui non sarà una pratica come le altre; rimane enormemente colpito dalla sofferenza e dal dolore del giovane marito, scorre le foto della defunta tra le quali è colpito da un uomo che figura in tutte e negli occhi del quale sembra leggere qualcosa di insano. L'indizio è valido, e dopo una ricerca condotta anche con mezzi poco canonici, l'assassino è catturato.
Nel frattempo la vita di Esposito viene in modo inesorabile segnata dalla presenza di Irene , segretaria del Pubblico Ministero per cui lavora: una storia d'amore sottaciuta, silenziosa, fatta di sguardi , che rimarrà sottotraccia per 25 lunghi anni.
Ritroviamo all'inizio del film Esposito ingrigito e in pensione che pensa di scrivere un romanzo su quell'omicido che tanto lo appassionò; nel frattempo l'assassino, con manovre titpiche da Argentina anni 70-80, è stato liberato, essendosi dimostrato buon spione ed infiltrato e  ha avviato la sua vendetta che porterà Esposito al trasferimento e alla separazione da Irene in una scena da tipico melò anni 50.

Agora ( Alejandro Amenabar , 2009 )

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Un omaggio alla laicità del pensiero

E' una totale apologia della laicità della scienza e del penisero, contrapposta all'oscurantismo gretto e becero dell'intolleranza e dell'integralismo religioso, l'ultimo lavoro del talentuoso Alejandro Amenabar, affermatosi ormai come uno dei più bravi registi europei.
Di sicuro il film non avrà vita facile nelle sale italiane, se mai vi approderà, considerato il suo chiarissimo messaggio e la sua rigorosità storica.
Siamo nel IV secolo dc ad Alessandria in Egitto, città che all'epoca si ergeva  come una delle più  importanti dell'impero romano in lento declino, una città dove ferveva una vita culurale e scientifica tra le più produttive di tutto il mondo e che poteva vantare la più grande e magnificente biblioteca che il mondo abbia mai ricordato.
In questo clima , nell'impero ormai quasi totalmente cristianizzato da Costantino prima e da Teodosio poi, ci viene narrata la storia di Ipazia eminente filosofa e studiosa di astronomia e dei suoi allievi. L'ascesa inarrestabile dei cristiani modifica profondamente i modi di vita e crea turbolenze sociali che le autorità con difficoltà riescono a tenere a bada; in seguito ad una di queste periodiche sommosse , un editto dell'imperatore stabilisce che la biblioteca deve essere consegnata ai Cristiani, in cambio della salvezza per i pagani che vi serano asserragliati dentro in difesa. Lo scempio sarà completo: poco sarà messo in salvo da Ipazia prima che la biblioteca venga devastata; i non cristiani saranno costretti alla fuga (quando non trucidati) e la città verrà dominata ,di fatto, da bande di predicatori invasati. Ritroviamo qualche anno dopo gli allievi di Ipazia nei ruoli chiave del potere: Oreste è prefetto, Sinesio è vescovo di Cirene mentre ad Alessandria il vescovo Cirillo spadroneggia, imponendo usi e costumi e muovendo orde di beceri predicatori in violenze e scempi; basandosi su le sacre scritture, che impongono alla donna la sottomissione (alla faccia dei critici dell'Islam...), scatena la sue truppe di invasati contro Ipazia, rea di essere rimasta laicamente atea nonchè figura di riferimento per il suo ex allievo ora prefetto della città.
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