domenica 21 marzo 2010

Madre e figlio ( Alexandr Sokurov , 1997 )

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L'amore assoluto tra madre e figlio

Una vecchia casa in disarmo nella campagna, in un luogo e un tempo imprecisato: solo una madre morente ed un figlio che la accudisce con passione, i prati sferzati dal vento, rari alberi che si slanciano verso il cielo, nessun segno di vita se non una lontana locomotiva a vapore che passa. I due come animali simbionti vivono in quasi perenne contatto fisico: il figlio porta la madre in braccio tra l'erba, su una panchina, sotto un albero; gesti quotidiani, ma dolorosi che emanano un senso di epica tragicità: il ragazzo che come Enea si carica addosso la madre malata, l'attesa per la morte che arriverà nonostante gli esorcismi dettati dall'amore e dall'affetto , una attesa fatta di dolore immane, di silenzi , di immagini deformate , di una farfalla posata sulla mano.
Sono 70 minuti di pellicola che commuovono, che racchiudono un nucleo di tragicità che solo la cultura russa sa esprimere con tanta grandezza ed emozione: sembrano due eroi madre e figlio, quegli eroi che possiedono l'infinita forza di toccare il cuore. Il rimorso dell'una e il dolore dell'altro non trovano tregua in nessun momento, neppure quando il sibilo lontano della locomotiva regala al ragazzo una lontanissima via di fuga; il rifugio sarà un largo tronco a cui si appoggia l'uomo e piange , singhiozza, certo dell'imminente arrivo della morte.

Funeral parade of roses ( Toshio Matsumoto , 1969)

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Arte figurativa innovativa

Sono passati 37 anni prima cha anche in Italia venisse proiettato questo film straordinario, opera di uno dei registi (e non solo) più innovativi giapponesi.
La storia, autentico caleidoscopio multiforme di immagini, è ambientata nella Tokyo dei travestiti e dei gay  del 1968, una città fatta di locali, di traffici di droga, di giovani contestatori  armati di fantasia e utopia, un clima sessantottesco europeo quasi, girata in un bianco e nero molto "francese" a forti tinte psichedeliche che anticipano la cultura underground. Protagonista un travestito di nome Eddie (autentico travestito come tutti quelli che compaiono nel film) in perenne ricerca di una identità celata dietro trucco appariscente, ciglia finte e vestitini audaci, un vita sempre in bilico, minata nei rapporti familiari e in quelli lavorativi dove l'invida e la competizione regnano sovrane.
L'esistenza di Eddie e del suo mondo vengono narrate a frammenti, quasi dei flash, che , soprattutto all'inizio, non rendono la lettura del film facile, fino a quando tutti i tasselli del puzzle trovano posto e si concludono in un finale volutamente iperbolico ed eccessivo.

venerdì 19 marzo 2010

Shutter Island ( Martin Scorsese , 2010 )

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L'isola degli incubi che tornano a galla

L'isola- manicomio che appare fendendo le brume , immersa in un mare livido e gonfio, offre l'immagine d'apertura di Shutter Island, chiarendo subito quale sarà l'ambientazione ed il clima che si respira nel film.
I due agenti federali Teddy e Chuck sono stati inviati lì per indagare sulla scomparsa di una paziente plurinfanticida: quello che sembra a prima vista un normale lavoro investigativo, si tramuta presto in una vertiginosa discese agli inferi, in cui gli indizi raccolti sembrano indirizzare le cose in un certo modo , salvo poi iniziare ad intuire che le cose non stanno come sembrano, affiorando qui e là incubi ed ossessioni. Per lo sceriffo Teddy sarà un lungo viaggio all'interno del suo "Io" dilaniato dai ricordi della moglie morta in circostanza tragiche e da immagini che provengono dal suo passato bellico di liberatore ed esploratore dei campi di sterminio nazisti.
La sua ossessione è tanta che crede di essere capitato in una sorta di laboratorio folle in cui reminiscenze recenti naziste vengono manipolate da psichiatri senza scrupoli.
La discesa agli inferi di Teddy sembra non trovare fine, al punto che allucinazioni psicotiche e realtà si fondono in un cocktail visivo che rende tutto tremendamente difficle da leggere.
La serie di inevitabili, piccoli e grandi , colpi di scena, per lo più prevedibili , quando non proprio telefonati, portano ad un finale amaro, in cui le ultime parole di Teddy e l'immagine del faro suonano con lo stesso sinistro rumore di una pietra tombale posta a ricoprire la fossa.

mercoledì 17 marzo 2010

La guerra dei fiori rossi ( Zhang Yuan , 2006 )

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Scuola di conformismo

Zhang Yuan è uno dei cineasti indipendenti cinesi maggiormente osteggiato dalla censura nel suo paese e , di pari passi, tra i più stimati e incoraggiati dall'occidente; questo suo lavoro nasce anche per la corposa compartecipazione italiana a livello di produzione (Rai cinema, Istituto luce, Marco Muller) che ne ha favorito anche la distribuzione nel nostro paese. Ovviamente il regista non viene meno alle sue qualità se non proprio antagoniste, celatamente critiche verso il regime di Pechino, presente e passato; lo fa con un film che, dietro una apparenza leggiadra e frizzante e una assoluta atemporalità (anche se si intuisce che siamo in piena Rivoluzione Culturale), va a descrivere in modo pacato ma deciso una storia altamente simbolica, relegata nella finzione filmica all'ambiente dell'infanzia.
Il piccolo Qiang , di quattro anni, viene lasciato dal padre e della madre in un asilo dove arriva in lacrime ed impaurito per la nuova vita che lo attende, ma i genitori sono impegnati con il lavoro e quindi non possono dedicarsi a lui. Che sia un bambino dal carattere particolare lo si intuisce subito, non solo scrutando la faccia furba e impunita. Le regole dell'asilo, improntate ad una ferrea disciplina e ad una omogeneizzazione delle personalità, sono per lui incomprensibili e frustranti, a maggior ragione per chi come il piccolo è dotato di grande fantasia. I fiori rossi del titolo sono il simbolo in carta velina della gratificazione che i bambini ottengono rispettando poche regole, ma che possono repentinamente perdere violandone tante altre. La sfrenata fantasia del ragazzino trova sfogo nell'immaginare , di comune accordo con una ragazzina, la maestra come un animale feroce in procinto di mangiarsi i bambini; ne è talmente convinto che coagula intorno a sè tutta la scolaresca che tenterà nottetempo una sorta di assalto al letto dove dorme l'insegnante. La ribellione di Qiang diviene sempre più decisa nonostante le punizioni, soprattutto psicologiche, al punto di divenire un bulletto in erba.

martedì 16 marzo 2010

Guns & Talks ( Jang Jin , 2001)

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Pistole, chiacchiere e una domanda senza risposta

E' stato uno dei più grandi successi cinematografici della storia coreana questo film di Jaing Jin, grazie soprattutto ad una sceneggiatura originale , oltre che per la presenza di numerosi divi cari al pubblico coreano.
In effetti la visione della pellicola è assolutamente piacevole,in special modo per il suo frequente cambio di registro narrativo che le consente comunque di conservare sempre un buon ritmo e di strappare anche qualche sanissima risata.
La stranissima banda di killer prezzolati non ha alcuno dei requisiti che dovrebbero avere quattro spietati assassini: facce pulite, emozioni che affiorano spesso e volentieri, cuori teneri sempre pronti a sciogliersi di fronte ad una donna che piange, ma nonostante ciò una affidabilità sul lavoro notevole che li rende ricercatissimi su un mercato che non sembra soffrire crisi.
Il film inizia come un action movie in cui vediamo la banda all'opera, ma ben presto vira verso la commedia , metà noir e metà parodia, con qualche influsso di sentimentalismo, sempre visto però con grande e simpatica ironia.
Quando i sentimenti inizieranno a farsi strada nei cuori dei quattro, le pistole del titolo lasceranno spazio alle chiacchiere e agli intoppi sul lavoro: una donna incinta di cui il marito fedigrafo ha commissionato l'omicidio, una adolescente che vuole uccide l'ignaro professore di inglese che le ha rubato il cuore e che è in procinto di sposarsi ed una speaker del telegiornale di cui i quattro sono follemente invaghiti che commissiona l'omicidio del secolo; tutte situazioni che minano le certezze della banda e che li porta ad agire guidati dai sentimenti.

lunedì 15 marzo 2010

La promessa dell'assassino (David Cronenberg , 2007)

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Mafia russa e questione etica

Uno sgozzamento in grande stile e in primissimo piano, una giovane ragazza in un lago di sangue che sta partorendo e, in ultimo, un neonato ancora ricoperto di sangue e liquido amniotico: questi i tre quadri di apertura che fungono da prologo del film di David Cronenberg, dimostrando in maniera netta quello che è ancora l'interesse spasmodico del regista per i corpi e la carne.
L'incipit non fa altro che creare subito un clima cupo e tetro che si stende su tutto il film, un noir potente e bello, che trova proprio nell'atmosfera inquitante il suo punto di forza.
Anna , l'ostetrica che fa nascere il neonato, strappandolo alla morte della giovane madre, trova nella borsa di quest'ultima un diario e una flebile traccia per poter risalire all'identità della ragazza.
Il sottilissimo filo la porta dritta nella bocca del lupo: un ristorante gestito da un sanguinario capo della mafia russa dall'apparenza bonaria e rassicurante , padre di un figlio, Kirill, che mostra subito l'inadeguatezza al ruolo di erede degli affari del genitore, nonostante la rassicurante e protettiva vicinanza di Nkolaj, uno sgherro tuttofare che, si intuisce, è anche l'oggetto delle sue brame criptogay. Il diario che la donna ha trovato è una importante prova delle turpitudini che i mafiosi russi perpetrano nei loro traffici di schiavi umani ed una volta giunto nelle mani del patriarca gli eventi precipitano inevitabilmente.

Tetsuo - The iron man (Shinya Tsukamoto , 1989 )

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Rivisitazioni cinematografiche
Ferraglia che vive e pulsa

Ammetto che la prima visione di questo film , alcuni anni orsono ormai, mi aveva lasciato molto poco convinto, probabilmente perchè stordito dal furore quasi psichedelico che emana la pellicola.
La ri-visione, oltre che la conoscenza un po' più approfondita di un regista assolutamente geniale e particolare quale è Tsukamoto, hanno squarciato in maniera inequivocabile il velo che mi aveva impedito di vedere oltre nella prima visione.
Possiamo definirlo un unico lunghissimo videoclip assolutamente allucinato, debordante di immagini pesantissime e quasi assurde che si fanno strada in un ammasso di ferro contorto.
Sin dal suo primo lungometraggio Tsukamoto lascia intendere di che pasta è fatto, ponendo le basi per una lunga serie di film a metà  strada tra il punk e l'underground che lo hanno imposto all'attenzione come uno dei più originali artisti visivi moderni.
Le immagini che scaturiscono da Tetsuo sono frenetiche sculture di un artista che vuole cercare il confine tra l'umo e la macchina e tra l'uomo e la modernità fino a compenetrarli.
Trama praticamente assente e solo deducibile da immagini che sono al contempo flashback ed allucinazioni di corpi in sfacelo, ritmo ossessivo, effetti speciali non fini a se stessi , stupefacenti per essere datai ormai più di venti anni e costruiti quasi artigianalmente, come sempre nel primo Tsukamoto, ma soprattutto quella orrida mutazione dell'uomo in ferraglia informe da cui spuntano solo due occhi, essendo tutto, genitali compresi, trasformato in metallo.

domenica 14 marzo 2010

[REC]2 (Jaume Balaguerò, Paco Plaza , 2009)

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Ancora quel vecchio palazzo di Barcellona...

Sono passati  due anni dal primo capitolo di quella che ha tutta l'aria di diventare una saga, ma nel vecchio palazzo di Barcellona è trascorso solo un quarto d'ora da quando Angela viene trascinata via nell'immagine finale che chiude [REC].
Le truppe speciali e un prete sotto mentite spoglie vengono introdotti nel condominio, con la finalità unica di recuperare il sangue della ragazzina che ha dato il via agli eventi, conservato dal prete che ne stava studiando il caso per sperimentare un vaccino. Ben presto si capisce che le finalità con le quali gli uomini sono stati introdotti nel palazzo sono diverse: il prete, che si svelerà presto, con lucida e cinica finalità scientifica (o pseudo tale) , i poliziotti con la speranza di salvare qualcuno. Inevitabilmente l'istinto di sopravvivenza porterà tutti a comportamenti estremi e all'uccisione di qualsiasi indemoniato  assetato di sangue gli si pari davanti con un colpo di pistola alla testa.
Il finale, con immancabile colpo di scena, ben preparato ed evocato dalle riprese con visore notturno capaci di svelare quello che la visione normale non riesce a fare, oltre che sorprendere, lascia amplissime porte aperte ad un altro sequel che perpetui la saga.

sabato 13 marzo 2010

Tokyo sonata ( Kiyoshi Kurosawa , 2008 )

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Il dramma di Kurosawa che non ti aspetti

La parabola artistica di Kurosawa raggiunge con Tokyo Sonata un punto di svolta fondamentale: quello che era a tutti gli effetti uno dei più illustri esponenti del J-horror, approda ad un film totalmente diverso, un dramma familiare e sociale , in cui anche la sua consueta visione apocalittica viene messa da parte e rielaborata sotto forme meno drastiche.
La storia si impernia su una famiglia media giapponese in cui Ryuhei, il padre, perde il lavoro in conseguenza della globalizazzione e dell'immissione sul mercato di risorse umane provenienti dalla Cina a costi notevolmente più bassi.Il proverbiale senso di autorità, onore e competizione che anima la società nipponica gli impedisce di riferire il suo nuovo status alla moglie, che da brava donna  di casa continua imperterrita nelle sue attività casalinghe; il figlio maggiore si arruola nell'esercito giapponese e quello minore decide di seguire la sua passione per il pianoforte, venendo meno agli ordini del padre.
Il disfacimento della famiglia è lento e progressivo e procede di pari passo con l'insoddisfazione che cresce nei componenti, fino ad arrivare ad una deflagrazione parossistica, in cui ogni scheggia vagherà per una notte alla ricerca di una nuova vita da cominciare,sia essa in riva al mare o nel bagagliaio di un pullman, per poi ricomporsi la mattina nell'ambito delle mura domestiche.
Nel finale li ritroviamo, qualche mese dopo, all'audizione del ragazzo aspirante pianista e la scena conclusiva , falsamente ottimistica, non è altro che il trionfo della rassegnazione.

venerdì 12 marzo 2010

Alila ( Amos Gitai , 2003 )

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La convivenza caotica salverà Israele

Un condominio popolare in qualche insediamento tra Tel Aviv e Jaffa, come potrebbe esistere a Napoli, a Trastevere o a Il Cairo, fa da palcoscenico a questa rappresentazione di umanità variegata, racchiusa in un microcosmo all'interno di un paese  sempre in guerra e ossessionato dal terrorismo. Uno spaccato di vita reale in cui gomito a gomito convivono le tensioni di una coppia ormai divisa ma tenuta assieme solo da un figlio che rifiuta il servizio militare, con il padre che vive in un furgoncino insieme a un manipolo di muratori immigrati cinesi parcheggiato proprio davanti la porta della sua ex casa , dove la moglie vive col suo nuovo uomo; un reduce da Auschwitz ossessionato dai ricordi e in preda a vaneggiamenti, una giovane e bella ragazza che vive nell'attesa dell'amante per focosi incontri d'amore, una poliziotta che fa del suo potere e della sua divisa una ragione di vita per imporre la sua prepotenza e la sua stravaganza, un uomo dall'aspetto trasandato che vive col suo cane. Tutti si incontrano e si scontrano nel cortile, vivendo quasi in simbiosi, scrutandosi dalle porte lasciate aperte; non nascondono i loro disagi e le loro follie, non esiste segreto per nessuno di loro; una convivenza caotica, chiassosa alla base della quale c'è però una vitalità prorompente, una voglia di vivere e di cambiare la propria vita, nonostante i frequenti bollettini di guerra che tv e radio ripetono in sottofondo,unica traccia che ci ricorda la dura realtà israeliana.

Unagi - L'anguilla (Shohei Imamura , 1997)

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L'anguilla, metafora del ciclo della vita

Le lettere sono chiarissime e inequivocabili, circostanziate, così come quello che vedono gli occhi di Yamashita di ritorno anzitempo dalla pesca: l'adulterio della moglie, colta dal marito in palese flagranza e la tempesta di coltellate che affonda nel corpo della donna. Ma quelle lettere potrebbero non essere mai esistite , se non nella mente del marito geloso che non tollera il tradimento. La macchina da presa insozzata dal sangue che sgorga furioso dalle ferite inferte chiude il prologo di questo bellissimo lavoro di Shohei Imamura.
Un inizio duro che immerge subito nel dramma di un uomo che ritroviamo otto anni dopo in libertà condizionata sotto la sorveglianza di un bonzo, in un piccolo villaggio ai margini di una palude. In carcere Yamashita ha allevato una anguilla che di fatto è l'unico tramite che ha col mondo dei vivi.
L'animale non è scelto a caso: tutto il film vive sul ruolo metaforico dell'anguilla, che, con la sua vita circolare che la porta a nascere all'equatore e a tornare a vivere nella melma stagnante, prima di intraprendere di nuovo l'ultimo viaggio per deporre le uova, rappresenta la ciclicità della vita umana e degli eventi che la determinano.
Nella vita di Yamashita compare una donna che lui salva dopo un tentato suicidio; un altro essere problematico, combattutto tra vitalità e abbandono e che trova subito nell'uomo che la prende a lavorare con sè  nel salone di barbiere , un appiglio alla vita; ma lui conserva la sua diffidenza da misantropo, ancora incredulo di come abbia potuto uccidere colei che amava più di ogni cosa e conservare nelle mani il calore del corpo martoriato dalla sua rabbia cieca.

giovedì 11 marzo 2010

The hurt locker (Kathryn Bigelow , 2008 )

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Un film che passa senza lasciare traccia.

Pur non volendo prendere in considerazione l'assurda incetta fatta da questo film all'ultima edizione degli Oscar, non si può non riflettere sulla mediocrità del cinema americano che intende ora, con due anni di ritardo, spacciarci per capolavoro, quello che è soltanto un filmetto che nulla di meglio offre rispetto alle decine di omologhi, clamorosamente ricicciati negli ultimi anni grazie alla massiccia presenza americana nei più drammatici scenari di guerra, infarcito come è dei soliti luoghi comuni e delle consuete situazioni streotipate (dai dialoghi alle scene da caserma) cui il cinema di guerra ci ha abituati dai tempi dello sbarco in Normandia.
E' vero, la storia racconta di una squadra di artificieri, professione poco narrata sugli schermi ed è altrettanto vero che la regia in alcuni momenti è buona finchè non viene soverchiata da una sceneggiatura modesta, ma il film nel suo insieme non dice nulla che possa essere degno di essere ricordato. Forse, se invece di mostrarci il sergente James perennemente in tuta anti-esplosione, più simile ad un astronauta con camminata alla Frankstein, la Bigelow si fosse incentrata sulla sua figura che aveva i crismi dell'estremo e che impersonificava alla perfezione la frase che apre il film "la guerra è una droga", la pellicola avrebbe senz'altro avuto qualche qualità in più , laddove, invece, regna sovrana la confusione e , spesso la noia, diretta conseguenza di una sceneggiatura troppo zoppicante e approssimativa.
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