lunedì 31 gennaio 2011

Anatomia di un rapimento ( Akira Kurosawa , 1963 )

Giudizio: 8.5/10
Noir e la forza dell'etica


E' senz'altro uno tra i lavori più atipici della filmografia del Sommo Maestro: anzitutto perchè è una delle rarissime incursioni nel noir, poi perchè anche nella struttura , oltre che per i riferimenti, si avvicina molto ad un certo modello molto occidentale di intendere il Cinema, specificatamente il giallo di stampo americano.
Kurosawa divide il film in due parti ben separate tra loro: una fase iniziale, molto teatrale, con un unico ambiente costituito dalla casa di Gondo , ricco industriale , in cui si consuma il tentato rapimento del figlio a scapito del figlio del suo autista che viene scambiato per il vero obiettivo, e gli inziali contatti con il rapitore.
Ed una seconda parte che si incentra sulla liberazione del ragazzino , dopo il pagamento di un riscatto che comunque l'uomo paga, anche se la perdita di quei soldi lo manderà in rovina, e sulle indagini della polizia.

Heroes of the east [ Shaolin sfida Ninja ] ( Liu Chia-liang , 1978 )

Giudizio: 9/10
Scuola di arti marziali


Nello stesso anno in cui  dirigeva La 36° camera dello Shaolin, il grande Liu Chia-liang sfornava un altro caposaldo fondamentale della sua filmografia e del genere con questo Heroes of the east, grottescamente titolato Shaolin sfida Ninja nella versione italiana homevideo.
L'operazione che mette in piedi il regista è assolutamente geniale: sfruttando una trama semplice e lineare costruisce una sorta di compendio sulle arti marziali cinesi, in contrapposizione con quelle giapponesi, prestando grande attenzione all'aspetto tecnico e tralasciando quella trasposizione cinematografica carica di avversione ed astio verso la civiltà e le cultura nipponica, che ancora oggi (vedi Ip Man ) emerge in molte pellicole cinesi.

venerdì 28 gennaio 2011

Il fascino discreto della borghesia ( Luis Bunuel , 1972 )

Giudizio: 9/10
Lo status che si mantiene
E' forse l'opera più rigorosamente paradigmatica del grande Maestro spagnolo e al contempo la sua più intellegibile seppur ben permeata di quel surrealismo che sconfina nell'onirico tanto caro al regista: ogni momento del film è chiaramente interpretabile e riconducibile ad un  senso di grottesca ironia e sarcasmo come rarissimamente si è visto sul grande schermo, senza cadere in alcun tipo di eccesso che non sia puramente descrittivo.
Una classe sociale così ferocemente rappresentata nella sua meschinità e nei suoi falsi valori funge da protagonista di una pellicola passata definitivamente alla storia proprio per la sua lucida descrizione, in cui il surrealismo tanto caro a Bunuel altro non è che la materializzazione delle ossessioni , delle paure e della bassezza, presentate sotto forma di sogno e sotto forma di una assoluta incapacità di costruirsi una morale e una etica.

In the heat of the sun ( Jiang Wen , 1994 )

Giudizio: 8.5/10
La Rivoluzione Culturale e le piccole storie quotidiane

E' questa l'opera prima di Jiang Wen , attore e , soprattutto , regista tra i più bravi del Cinema cinese, autore di quel Devils on the doorstep , lavoro tra i più belli in assoluto degli ultimi anni in Cina.
Per il suo esordio sceglie di dirigere un'opera dalla forte impronta auotobiografica, ambientandola nella Cina degli anni 70, ancora pervasa dall'onda lunga della Rivoluzione culturale; in quegli anni Jiang era un ragazzotto che viveva , come molti, quel clima tra l'esaltato ed il magico che si imperniava intorno alla figura del Grande Timoniere.
In questo lavoro i suoi occhi sono quelli del sedicenne Ma Xiaojun , protagonista della storia, emblema di quella gioventù cinese che vedeva i propri genitori vivere spesso lontano da casa tra missioni militari e lavori nei campi collettivi , cosa che lasciava ai giovani ampia libertà di poter vivere la loro vita; il gruppo di ragazzi su cui si impernia la storia sono amici sin dall'età infantile, e dopo varie peripezie, si ritrovano nella stessa scuola e a vivere il passaggio dall'adolescenza all'età matura.

giovedì 27 gennaio 2011

Happiness of the Katakuris ( Takashi Miike , 2001 )

Giudizio: 6/10
Il mostriciattolo, la bella famigliola e i cadaveri in giardino

Ispirandosi all'eccellente The quiet family del 1998 diretto dal coreano Kim Ji-woon, Takashi Miike ci offre una divertente e quasi totalmente spensierata incursione nella commedia nera, arricchendola , e non poteva essere diversamente, di sprazzi cinematografici proprio del suo bagaglio.
Se l'impianto di base è quello della black comedy, Miike però si diverte a innestarvi musical e thriller, un tocco di splatter ed animazione creando una pellicola che , una volta tanto, si allontana dai suoi stili, un lavoro insomma atipico in cui il punto forte sta proprio nella sua commistione di stili e nella sua struttura filmica molto eterogenea.
Il marchio di fabbrica di Miike viene subito ostentato con un prologo in claymation assolutamente avulso dal resto della narrazione ( e la tecnica viene utilizzata altre volte nel corso del film) con un esserino che spunta fuori da un piatto e che strappa l'ugola alla povera malcapitata ragazza.

mercoledì 26 gennaio 2011

La fiamma del peccato ( Billy Wilder , 1944 )

Giudizio: 9/10
Il primo noir di Billy Wilder


Dopo anni  e anni  e migliaia di film noir visti, rivisitare La fiamma del peccato di Billy Wilder offre una ulteriore conferma, ammesso ce ne fosse bisogno, della grandezza del film , autentico capostipite del genere, impreziosito dalla magnifica sceneggiatura di Raymond Chandler ( e si vede tutta) e da una regia talmente perfetta che sembra quasi impalpabile.
Al di là dello script assolutamente straordinario, il film offre un modello di ambientazione e di scelta narrativa che aiutano alla perfezione il coinvolgimenrto dello spettatore in un clima torbido, oscuro, rassegnato.

martedì 25 gennaio 2011

Alone ( Banjong Pisanthanakun , Parkpoom Wangpoom , 2007 )

Giudizio: 7/10
Il fantasma della gemella siamese


Seconda opera a quatro mani dell'accoppiata thailandese tre anni dopo Shutter che aveva riscosso un buon successo e risultato ancora una volta convincente seppur non scevro da qualche difetto importante.
I due registi stavolta raccontano una storia che parte come un thriller psicologico, si sviluppa come una ghost story in perfetto stile thai e si conclude con un finale da thriller classico ad alta tensione.
Pim è la sopravvissuta di due gemelli siamesi, separate in età adolescenziale, Ploy la sorella è morta poco dopo l'intervento; Pim vive in Corea col marito Vee , ma l'improvvisa malattia della madre la obbliga a tornare in Thailandia.

lunedì 24 gennaio 2011

Soundless wind chime ( Wing Kit Hung , 2009 )

Giudizio: 7/10
L'amore in terra straniera


L'incontro tra due tormentate solitudini costituisce l'ossatura portante di questa opera prima tra i lungometraggi del regista cinese Wing Kit Hung: un giovane immigrato dalla Cina continentale, Ricky, che lascia la madre gravemente ammalata e vive ad Hong Kong presso una zia prostituta, sbarcando il lunario come lavorante in un piccolo e modesto ristorante e Pascal , uno svizzero che sopravvive tra esibizioni da strada e le angherie del suo compagno.
Incontro con amore a prima a vista sì, ma soprattutto come congiunzione di due vite sofferte, in una città che non gli appartiene e che per una volta tanto, cinematograficamente, non si dimostra così accogliente e luminosa.
I due, coraggiosamente, decidono di vivere insieme e di dare un senso di concretezza alla loro relazione, tra momenti felici e allontanamenti , sullo sfondo però di un amore assolutamente totalizzante.

sabato 22 gennaio 2011

Wheat ( He Ping , 2009 )

Giudizio: 8/10
La storia sul campo di grano


La battaglia di Changping del 260 AC tra il regno di Zhao e i Qin fu uno degli eventi che portò all'unificazione dell'Impero Cinese sotto le insegne dei Qin, usciti vincitori da quella battaglia. Su questo sfondo He Ping ambienta il suo film che se ha dei connotati storici ben delineati, d'altra parte è ben lontano sia dalle ambientazioni di lavori quali Hero sia dall'impronta nazionalistica che spesso le pellicole cinesi  d'epoca presentano in forma massiccia.
Il contesto storico fa qui da guscio soltanto per una storia che parla di uomini e di donne spazzati via dalla guerra e della sua violenza.
Al centro della narrazione due soldati Qin disertori che trovano rifugio in una città in territorio Zhao, un luogo abitato solo da donne e bambini, visto che gli uomini sono tutti in guerra; i due per salvare la pelle si spacciano per soldati Zhao e riscrivono completamente la storia della battaglia con esiti diametralmenti opposti, generando così nelle donne la convinzione della vittoria e  la speranza di rivedere presto i loro uomini di ritorno dalla guerra.

venerdì 21 gennaio 2011

Kontroll ( Nimrod Antal , 2003 )

Giudizio: 5/10
Underground senza costrutto


Opera prima del regista americano di nascita ma ungherese di origine , e di estrazione  cinematografica, Nimrod Antal ,Kontroll ha riscosso grandi elogi in giro per i vari festival, conquistando addirittura un premio a Cannes; pur volendo riconoscere una certa originilità in quanto ad ambientazione (ma Besson 20 anni prima aveva già optato per la metropolitana come set del suo Subway , con risultati ben diversi), tante lodi appaiono sinceramente esagerate, risultando infatti la pellicola tutt'altro che eccellente, anzi verrebbe da dire parecchio deludente, quando non adirittura noiosa.
Nella metropolitana di Budapest ( a proprosito il disclaimer iniziale delle autorità appare addirittuta grottesco) vediamo aggirarsi gruppi di controllori più simili a gang di teppistelli da quattro soldi che vivono perennemente nel sottosuolo, ragazze vestite da orsacchiotto, un incappucciato nero che butta sotto i treni malcapitati utenti, un altro ragazzotto che si diverte a spruzzare una schiuma urticante in faccia ai controllori, battone e magnaccia, macchinisti mezzi suonati ,immancabili giapponesi che fotografano tutto e non capiscono mai nulla, gufi infiltrati nelle gallerie non si sa bene come, dirigenti aziendali simili ad aguzzini, corse all'ultimo respiro tra un treno e l'altro con lo scopo di salvare la pellaccia e non farsi investire.

giovedì 20 gennaio 2011

Poetry ( Lee Chang-dong , 2010 )

Giudizio: 6/10
La poesia di Lee non abita qui


Altro regista asiatico stimatissimo in Europa e ospite fisso dei vari Festival, Lee Chang-dong sbarca a Cannes con il suo ultimo lavoro, dal quale si ci attendeva moltissimo dopo che il regista ci  aveva regalato quell'autentico capolavoro che è Peppermint Candy e altri due lavori belli e controversi quali Secret Sunshine e Oasis.
Le aspettative , occorre dirlo subito, sono andate in buona parte deluse, perchè Poetry lascia molto amaro in bocca, mancando in maniera palese di quella forza con la quale Lee è solito permeare i suoi lavori, al punto che il film appare eccessivamente minimalista e molto meno poetico di quanto fosse nelle intenzioni del regista.
La storia ruota intorno alla figura di una donna vicina ai settanta anni, Yang Mi-ja che vive in una città di provincia, in cui inizia ad affacciarsi con sintomi sfumati e subdoli il morbo di Alzheimer e che accudisce il nipote adolescente , tanto sfaccendato quanto idiota, che si è reso responsabile, in combutta con altri coetanei, di ripetute violenze contro una compagna di scuola costretta a suicidarsi.

mercoledì 19 gennaio 2011

Ararat - Il monte dell'arca ( Atom Egoyan , 2002 )

Giudizio: 6/10
L'arte che veicola la memoria


La memoria di un genocidio troppo spesso sottaciuto, quello degli Armeni ad opera dei Turchi nel 1914, quando non addirittura negato, incombe , pesante come un macigno, sul film , e non potrebbe essere altrimenti ,considerando le origini del regista.
Egoyan però non si lancia in un film storico-politico e assieme di denuncia, probabilmente non è proprio nelle sue corde, troppo interessato come è ai piccoli mondi che si incrociano  ed entrano in conflitto, bensì tenta una operazione di proiezione, ricorrendo all'ormai classico , e spesso abusato, registro narrativo del cinema nel cinema.
Non è quindi lui a dirigere il film sullo sterminio, bensì un affermato regista armeno, che vediamo all'opera nella costruzione di una pellicola dalla chiara impronta retorica; intorno a questo nucleo centrale, ruotano altre tessere di un mosaico, secondo i canoni cari al regista: una scrittrice studiosa di Gorky, artista armeno , simbolo del genocidio, morto suicida nel 1948, il giovane figlio che di ritorno da un vaggio in Turchia alla ricerca delle sue radici, passa la notte in dogana, in attesa che si chiarisca cosa contengano realmente quelle scatole dove abitualmente si conservano le pellicole cinematografiche e che intrattiene col doganiere un lungo discorso sul genocidio e sull'importanza dell'arte; lo stesso pittore Gorky, che vediamo intento a dipingere un suo autoritratto con la madre , opera simbolo sulla quale si teorizza in lungo e in largo nel film; un attore di origine turche che nell'interpretare il film scopre quanto gli eventi di tanti anni prima ancora pesano sulla realtà odierna.
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