giovedì 15 ottobre 2009

The quiet family ( Kim Ji-woon , 1998 )


Giudizio: 8/10
Commedia nerissima

Opera prima del regista coreano Kim Ji-woon, affermatosi poi grazie ad altre pellicole di notevole spessore, questo film mostra già sul nascere il talento del cineasta , la sua profonda conoscenza del Cinema a 360° e la sua versatilità che lo porterà in seguito a cimentarsi con ottimi risultati in svariati generi.
La famiglia del titolo, composta da genitori, 3 figli e uno zio, acquista uno chalet in montagna per adibirlo a locanda e già dall'approccio con i pochi escursionisti che passano senza fermarsi, capiamo che oltre che quieta la famigliola è pure strana parecchio, con la madre che lancia apocalittici anatemi ai mancati avventori; quando poi assistiamo alla bizzarra comparsa di una vecchia che predice sventure e sangue, capiamo che qualcosa di grottesco e di inaspettato avverrà.
Infatti la locanda sembra essere stata eletta ad ultimo alloggio prima del trapasso mediante suicidio da chiunque vi si trovi a passare, motivo per cui l'occupazione maggiore della famigliola diverrà quella di scavare fosse per occultare i cadaveri, timorosi che la loro scoperta possa essere di nocumento per il buon nome della locanda. Gli eventi si accavaleranno, i fatti strani anche e le morti cresceranno, anche con l'ausilio più o meno voluto dei gestori dell'albergo.
Commedia nerissima , in perfetto stile fratelli Coen, ben costruita, sempre oscillante tra il grottesco, il dissacrante e l'ironico con momenti di assoluto esilarante umorismo nero, dotata di brio e ritmo, tra badilate e misunderstanding , fosse scavate e cadaveri dissotterrati diretta con bravura da Kim, molto efficace nel descrivere le piccole gelosie, le tensioni e la solidarietà familiare sempre però intrisa di una certa ipocrisia: in tal senso molto significativo l'ultimo fotogramma con la famiglia riunita che invita al silenzio con il classico dito sulla bocca.
L'impresa di recuperare questa opera prima di uno dei più fulgidi talenti cinematografici coreani è valsa assolutamente la pena: peccato solo che per la stragrande maggioranza del pubblico questo titolo passerà colpevolmente inosservato.

mercoledì 14 ottobre 2009

The good, the bad , the weird ( Kim Ji-woon , 2008 )


Giudizio: 8/10
Grande omaggio a Sergio Leone

Viene dal regista coreano Kim Ji-woon uno dei più grandi tributi all'arte cinematografica di Sergio Leone, grazie a questo bellissimo film, presentato al Far East Film Festival di Udine nel ventennale della morte del grande Maestro.
Il regista ,oltre che con sentitissime parole, dimostra di conoscere a menadito l'opera di Leone, nobilitando il film con una serie di citazioni sempre azzeccate, creando un clima da autentica suggestione in chi guarda, al punto che ti aspetti da un momento all'altro di vedere spuntare Clint Easwood o Lee Van Cliff.
La storia è semplice ,lineare: tutti rincorrono una certa mappa che dovrebbe svelare un segreto cui bramano in molti; siamo negli anni 30 in Manciuria, il Giappone spadroneggia su tutto l'estremo oriente, gli eserciti di liberazione , più o meno credibili, pullulano, ma soprattutto imperversano gang di banditi in vendita per lavori sporchi al migliore offerente ed ecco allora che questa mappa fa gola a tutti, giapponesi compresi che sperano di potere continuare a finanziare le loro mire espansionistiche grazie al fantomatico tesoro indicato nella cartina.
Vediamo allora uno strano e stravagante bandito solitario (lo scemo) che entra in possesso della preziosa carta senza accorgersene, sulle sue tracce si lanciano il cattivo, killer ferocissimo e prezzolato e il buono cacciatore di taglie anche egli profumatamente pagato da altri committenti.
La storia prosegue tra inseguimenti a cavallo, sparatorie, agguati in villaggi spettrali, efferatezze (di classe) varie e raggiunge il climax in una fantastica scena di circa 20 minuti in cui tutti inseguono lo scemo diretto al luogo segnato sulla mappa e tutti uccidono tutti , in un paesaggio desertico splendido con riprese a volo d'uccello e moltitudini di stunt man. Non mancherà certo il triello conclusivo summa finale delle citazioni che porterà i tre alla resa dei conti.
Il risultato è uno di quei film che incantano, che finiscono e credi sia passata solo mezzora (invece ne son passate oltre 2 di ore), un film che sprizza cultura cinematografica da ogni poro (ulteriore dimostrazione per Kim, dopo il melvilliano "A bittersweet life"), che mostra iperboli tarantiniane sferzanti e che rende un omaggio commovente e appassionato ad un Maestro e a un genere, comi pochissimi hanno saputo fare; infine conferma in maniera ormai incontestabile la eccelsa tecnica cinematografica del regista, tra funambolismi e riprese attente e dettagliate, che danno al film un ritmo frenetico e incalzante che entusiasma.
Citazione d'obbligo per i tre eccellenti protagonisti : uno splendido Song Kang-ho ( lo scemo) si conferma attore la cui fama giustamente ormai travalica i confini dell'oriente; Lee Byung-heon dismette i panni deloniani in cui lo avevamo visto in Bittersweet life e da il volto truce e intenso del cattivo producendo un risultato credibilissimo; ed infine Jung Woo-sung , grande personaggio poliedrico in patria, da la sua faccia al buono, con ombrosità ed enigmaticità, proprio come sarebbe piaciuto a Sergio Leone.

Il silenzio sul mare ( Takeshi Kitano , 1991 )


Giudizio: 7.5/10
Rivisitazioni cinematografiche / 2
Il mare di Kitano

Terzo lungometraggio del Maestro giapponese il primo che esula in maniera netta da quelle che saranno le tematiche trattate nella maggior parte dei suoi lavori : non ci sono yakuza, nè pistole, ne sangue, c'è solo il mare, cui il film vuole decretare una sorta di elegia, elemento che sarà sempre presente nelle opere successive; non esiste inquadratura in cui non si veda il mare e per cantarne l'attrazione e l'amore che il regista prova per lui , ci narra la storia di un sordomuto stancamente impiegato come netturbino che trova uno slancio irrefrenabile quando tra l'immondizia trova una tavola da surf rotta: sarà amore a prima vista, da allora tutta la sua esistenza sarà votata ad imparare a cavalcare le onde. Lui e la sua ragazza, sordomuta come lui, che lo osserva dalla riva. Sono i volti e gli occhi dei due a raccontarci del loro tenero amore e ci riescono meglio di mille parole.
Kitano ci offre l'immagine del mare come elemento ristoratore, salvifico, inizio e fine di tutto, con inquadrature secche , nude, immobili, forse a volte un po' troppo ripetitive , ma che alla fine del film lasciano comunque qualcosa di delicato e di profondo.
Solo le onde e le cavalcate dei surfisti danno movimento alla pellicola, per il resto statica sui protagonisti e sui loro piccoli e intimi gesti.
Rivisto bene questo film, capiremo meglio il senso profondo delle spiagge di Okinawa in Sonatine o le spiagge deserte e sferzate dal vento di Hana-bi.

martedì 13 ottobre 2009

Gran Torino ( Clint Eastwood , 2008 )


Giudizio: 8/10
Un Clint che commuove

Walt Kowalski, tra tutti i personaggi creati e/o interpretati dal grande Clint, è senz'altro quello più umano, più fragile e assolutamente credibile e , di conseguenza, quello che più attrae e crea simpatia. Il suo modo di essere , così misantropo, arrabbiato, razzista , gretto si tramuta durante il film quasi in uno spot pubblicitario sull'integrazione e sulla tolleranza.
Kowalski è un uomo profondamente segnato: nella coscienza , tirandosi dietro tutto ciò che un reduce dalla Coprea può aver covato dentro e nel corpo, essendo ormai anziano e malato; vive una vita , una volta morta la moglie , fatta di odio verso tutti, figli e nipoti compresi, troppo assimilati ad un una subcultura americana detestabile, solo nella sua casa col suo cane , in un quartiere degradato ormai a ghetto per immigrati (piena di significato la bandiera americana che tiene appesa nel portico della casa) e che conserva gelosamente una Ford Gran Torino del 1972, su cui lui, come operaio metalmeccanico , ha montato lo sterzo , come dice con orgoglio. Il suo odio maggiore è per la famiglia di asiatici che vive nella casa accanto, troppo numerosi e chiassosi , incuranti del giardino che va in malora. Si può quindi immaginare la sua reazione nello scoprire il ragazzotto asiatico vicino di casa che nottetempo cerca di rubargli la preziosa auto, atto di iniziazione impostogli da una gang di cinesi, salvo poi divenire una sorta di eroe quando lo stesso ragazzotto prima e la sorella poi vengono da Kowalski salvati dalle vessazioni e dalla violenza delle gang.
Da quel momento , passo dopo passo, scoprirà come i suoi pregiudizi siano sbagliati e come ci si possa sentire stimati di più da persone estranee ma con animo nobile piuttosto che dai propri figli. Sarà un percorso che suona come insegnamento pedagogico : l'integrazione razziale si costruisce giorno dopo giorno e non sbandierando idee tolleranti soltanto.
Il giovane aspirante ladruncolo diverrà un protetto di Kowalski, lo inizierà alla vita, prima con metodi rudi poi con complicità e saggezza (eccezionale in tal senso la scena del barbiere).
In un finale lungo sarà cura del protagonista mettere ogni cosa al suo posto: la confessione dal prete (ultimo desiderio dalla moglie), la Gran Torino, il cane , la banda di teppisti e , soprattutto, la sua coscienza; sarà un finale votato al sacrificio e alla salvezza.
Dopo tanti film Clint Easwood riesce ancora a sorprendere con un lavoro bellissimo, probabilmente tra i migliori, ricco di spunti interessanti trattati con la solita acutezza e bravura: si sente nell'aria una grande nostalgia per una America che non c'è più , che potrebbe essere migliore se solo certe barriere cadessero e se si tornasse a porre l'individuo al centro del cosmo.
Quello che per qualcuno è semplicemente lo spirito reazionario del regista che viene a galla , è invece una grande forza morale e propositiva, messa sullo schermo con commovente semplicità e passione.
Il volto di Clint fa tutto il resto: credo esistano pochi attori in grado di valorizzare anche una ruga piccolissima del loro volto come sa fare lui e vederlo invecchiare dignitosamente ma inesorabilmente ad ogni lavoro ce lo rende ormai più simile ad una magnifica icona, soprattutto quando dopo tanti anni riesce con quel suo ghigno con cui fronteggia i teppisti asiatici a farci tornare in mente il Clint prima maniera, pistola in mano e sigaro di traverso in bocca.

domenica 11 ottobre 2009

Paranoid Park ( Gus Van Sant , 2007 )


Giudizio: 8.5/10
Adolescenza e abbandono

Paranoid Park è il luogo agognato dagli skater di Portland, una sorta di Mecca e insieme battesimo del fuoco, per il quale "non si è mai pronti"; ed è lì che Alex, ragazzino sedicenne, avrà la svolta della sua vita, una svolta che lo segnerà per sempre.
In quella sorta di paese per balocchi girovagano sfaccendati, sballati e skater forsennati: Alex ne è attratto, un po' perchè ha l'età in cui si mitizza tutto e un po' perchè è solo, maledettamente solo, con due genitori separati che il regista non ci mostrerà praticamente mai in faccia. Una bravata tipica di chi ha la forza dell'incoscienza si trasforma in tragedia involontaria a causa di Alex che procura la morte (orribile) di un sorvegliante della stazione dei treni merci.
All'inizio del film troviamo Alex già ad eventi avvenuti che usa matita e carta per esternare il peso che lo opprime, il film si chiude con lo stesso che brucia le sue memorie affidando al fuoco la liberazione della coscienza dalla colpa.
Film di indubbio impatto in cui la condizione adolescenziale è ben descritta, molto asetticamente a dire il vero: e il ritratto che ne esce fuori è amarissimo, cupo, quesi privo di speranza. L'abbandono in cui vive Alex, la totale assenza di una guida proprio quando le difficoltà di quella età la impongono, sono mostrate con rigore , tra evoluzioni sullo skate, discorsi adolescenziali fatti di sesso e bravate e la perennemente amimica faccia del protagonista che esprime un vuoto assoluto e un totale disorientamento. La colpa pesa sulle fragili spalle del giovane e il dover tenere dentro di sè, tra mezze bugie e mezze verità, un simile segreto non fa che accrescere il suo profondo disagio nonostante i suoi tentativi di rielaborazione in chiave giustificazionista.
Van Sant sta perennemente col fiato sul collo del ragazzo, usando tra l'altro anche tecniche semiamatoriali di ripresa, mostra un ambiente in costante degrado che si assimila al degrado delle nuove generazioni, infarcisce la storia con una colonna musicale che spazia dalle felliniane note di Nino Rota al rock ma , soprattutto, non si erge mai a giudice degli eventi, conservando una notevolissima capacità descrittiva pura.
E' un film, in conclusione, che come pochi è capace di descrivere in modo non stereotipato, scevro da inutile trovate manieristiche, la condizione degli adolescenti, suonando nel contempo come allarme per gli adulti che di questi ragazzi dovrebbero essere guida e appoggio e che invece, troppo spesso, vengono meno ai loro compiti.

sabato 10 ottobre 2009

Un tranquillo week end di paura ( John Boorman , 1972 )


Giudizio: 8/10
Rivisitazioni cinematografiche / 1

La visione di questo film di John Boorman dopo tanti anni dalla sua uscita, conferma una volta di più come vada considerato a tutti gli effetti un antesignano di certo cinema thriller: una scia indelebile nella quale sono finite decine di pellicole dei generi più vari, in cui il microcosmo del "gruppo" si scontra con le situazioni ambientali.
Importante e innovativo , all'epoca, anche il messaggio naturalistico: l'uomo "civilizzato" non rispetta la Natura che è selvaggia per definizione e che si ribella ad esso violentemente così come violenti e ostili sono gli abitanti di questa natura.
I quattro amici che si apprestano a trascorrere il week end tra canoe e rapide improvvise e pericolose sono un concentrato della moderna civiltà, molto diversi tra loro ma sempre solidali anche di fronte ai fatti che solitamente portano alla distruzione dei microcosmi.
Il breve periodo di vacanza si trasformerà in un incubo , braccati da nemici invisibili e logorati nella propria coscienza; l'istinto di sopravvivenza avrà (parzialmente ) la meglio, tutto tornerà nei ranghi, tranne un piccolo e profondo tarlo che si materializza nei sogni e ,intuiamo, forse anche nella realtà.
La regia di Boorman è magistrale , con ritmo serrato e tensione palpabile, con riprese molto spettacolari e attori bravi , primo tra tutti John Voight senz'altro più poliedrico del troppo caratterizzato Burt Reynolds.
La fama di questo film è assolutamente meritata, rivederlo è un piacere e essere in grado di trasmettere comunque una certa tensione va ad assoluto merito del regista.

Epitaph ( Jeong Beom-sik , Jeong Sik , 2007 )


Giudizio: 7/10
Ancora fantasmi orientali

L'anziano e solo dottor Park Jung-nam apprende la notizia che l'Anseng Hospital dove ai tempi della occupazione giapponese della Corea (1942) svolgeva tirocinio come giovane medico, sta per essere abbattuto; non potrà fare a meno di effettuare una ultima visita nella struttura abbandonata per poi , a casa, preso dalla nostalgia dei ricordi , sfogliare un vecchio album di fotografie che lo ritraggono nell'ospedale.
Questo è il prologo della storia, per poi rapidamente trovarci proiettati decenni indietro con il dottor Park giovane medico in servizo in quello strano ospedale dove si intrecciano alcune storie fatte di morte, dolore, rimpianto , fantasmi e dissertazione sull'anima.
L'esordio dei fratelli Jeong è senz'altro promettente, pur presentando il film alcune lacune anche abbastanza evidenti, che non tolgono però quel senso di eleganza e di raffinatezza che si respira per tutta la pellicola. Le storie narrate, con momenti anche di supance che hanno fatto cadere qualcuno nell'errore di considerarlo un horror, si intrecciano su vari piani temporali, senza però purtroppo trovare mai una conclusione formale e logica, si rimane un po' intrappolati in uno script che si avviluppa su stesso e che lascia pochi fili da tirare per ricomporre il tutto ordinatamente.
Di contro il film è ottimamente girato, il soggetto, anche se ormai chiaramente abusato, è intrigante, soprattutto nella dicotomia anima-fantasmi, molto bello il lavoro di scena e di fotografia , con uso continuo di colori scuri ma che non opprimono e, infine, ben corredato da una bella colonna sonora che da un senso di melanconia piacevole.
Non mancano i momenti in cui, soprattutto sotto l'aspetto formale, il lavoro assume caratteri veramente notevoli denotando una indiscutibile bravura dei registi, illuminata da sprazzi di genialità che vanno a compensare , come detto, alcune pecche della sceneggiatura e della struttura della storia.
Ancora sprazzi di vitalità quindi dalla Corea, cui, ovviamente, restano ciechi i nostri distributori, in ben altre fesserie affaccendati.

giovedì 8 ottobre 2009

The chaser ( Na Hong-jin , 2008 )


Giudizio: 8.5/10
Mirabile esordio

Segniamoci sul libro bianco il nome di questo regista, perchè se il buon giorno si vede dal mattino, siamo sicuramente di fronte ad un grande talento cinematografico.
Questa opera prima osannata dal pubblico e dalla critica è stata uno dei fenomeni cinematografici del 2008, al punto che la cronicamente stitica America ne ha già messo in cantiere il remake, mentre da noi ovviamente non se ne vede neppure l'ombra.
Jong-ho , ex poliziotto, ora pappone , vede le sue ragazze sparire una alla volta; pensando ad una sorta di tradimento si mette alla ricerca delle lavoranti, avvalendosi anche di qualche aiuto di suoi ex colleghi poliziotti; ben presto si rende conto che le cose non stanno come sospettava e la sua strada si interseca pericolosamente con quella di un psicopatico che lui ritiene essere il sequestratore nonchè assassino delle ragazze. Ad aggravare il tutto c'è la piccola figlia di una delle prostitute che, rimasta sola, non ha altri cui affidarsi se non il protettore della madre. Gli sviluppi delle indagini saranno ritmate da cose a perdfiato in vicoli deserti, botte, agguati e stoltezza e corruzione delle forze di polizia. Il finale, convulso e drammatico, porterà ad una tardiva resa dei conti, con la certezza che non servirà a nulla, tutto ormai è stato scritto.
Con il taglio di un thriller che si rispetti, il film presenta tematiche già esposte nel cinema coreano, come la corruzione e l'inedia della polizia, la vendetta privata, la solitudine nell'affrontare gli eventi, l'ineluttabilità del loro corso; e lo fa con grande forza ed efficacia trascinando lo spettatore in un processo di compassione che è la vera chiave di volta della storia; il pappone cinico e bieco che trasforma in una missione catartica quello che era nato come un problema di affari è il classico esempio di personaggio che pur nella sua abiezione conserva dei valori umani veri.
La bravura di Na è anche nella conoscenza nella tecnica cinematografica, le riprese sono sempre spettacolari e mai sopra le righe , neppure nei momenti in cui la violenza esplode (stupenda in tal senso la scena nel retrobottega col martello brandito dal serial killer), i dettagli sono curati e l'ambientazione è sempre credibile, i momenti di tensione sono ben scanditi e mai fine a se stessi; insomma oltre alla durezza e alla carica emotiva, il film è notevole anche dal punto di vista stilistico, in perfetta linea con la grandissima parte delle opere coreane , soprattutto recenti.
Alla fine rimane la curiosità di rivedere presto all'opera questo regista, che dopo un esordio così notevole, promette di diventare un altro valido esponente del nuovo cinema coreano.

Nightmare detective ( Shinya Tsukamoto , 2006 )


Giudizio: 8/10
Sogno e paura

Keiko (una deliziosa Hitomi star della musica giapponese) è una giovane poliziotta che appena trasferita sul campo si trova a fare i conti con una esecrabile serie di suicidi, tra cui quello di un suo collega; con l'aiuto di uno strano "detective degli incubi" che possiede il potere di penetrare nei sogni (e nelle teste) delle persone cerca di venire a capo dell'enigma, rimanendo ben presto ella stessa invischiata in un incubo angosciante.
A metà strada tra il manga, Wes Craven e David Lynch, questa opera di Tsukamoto conferma lo stato di grazia del regista cui possiamo solo imputare un eccesso di autocitazionismo; per il resto il film è bello, angosciante nella sua complessità, ricco di momenti di suspance dettata dalla apparente assenza di via d'uscita; ma soprattutto ha l'innegabile pregio di trasmettere il vero terrore che il sogno può emanare: chiunque abbia fatto un sogno spaventoso proverà vedendo il film la stessa ansia clustrofobica che si prova al risveglio.
Per stessa ammissione del regista c'è aria di Freud nell'opera e c'è l'ormai eterno riflessivo rimuginare sulla morte e sulle ossessioni che ne derivano, tematica che non abbandona mai i lavoro di Tsukamoto. La morte e il sogno, la liberazione del corpo e dello spirito, due facce della stessa ribellione: con la prima affermazione del proprio Ego in uno slancio estremo di nichilismo, il sogno come contenitore dei torti subiti, degli abusi solo rimossi e non risolti pronti all'eplosione. E' sempre uno Tsukamoto pessimista, tetro come ci ha abituato da tempo, incollato all'individuo solo , estraniato dal mondo che corre troppo in fretta; a poco serve il colore utilizzato nel film , sempre preciso e intonato allo scorrere della storia, un colore molto sbiadito con solo rari momenti di luce piena, ancora intriso di underground e per questo molto simile, di fatto, al bianco e nero bluastro di Snake of June. La genialità tecnica del regista non si discute, il suo pedinare i personaggi, i momenti di tensione montate,gli attimi di splatter violenti sono autentiche gemme filmiche.
Probabilmente Tsukamoto è uscito definitivamente dal suo guscio underground che ci ha deliziato per tanto tempo, ma la mano decisa e ferma rimane la stessa, capace come poche di sapere disegnare i tormenti della solitudine e del dolore: a noi, per ora, non resta altro che goderci le sue opere; io personalmente lo ringrazio per avermi riportato alla mente con questo film cosa significa la paura dopo il sogno.

Green chair ( Park Chul-soo , 2005 )


Giudizio: 5/10
Sesso e verbosità

Pellicola dal percorso tribolato, che una volta tanto è giunta in sala prima in Europa che in Corea , dove , a causa del tema scabroso non ha trovato distribuzione.
Il film inizia nel mezzo della vicenda: una giovane donna trentenne incarcerata per avere avuto rapporti sessuali con un minorenne, viene rilasciata giusto in tempo per cadere nuovamente tra le braccia del ragazzotto. Da questo punto in poi il film ondeggia tra il prima (il colpo di fulmine, la prima volta) e il dopo (gli incontri nell'albergo, la crisi, la ritrovata unione) , tutto condito da scene di sesso abbastanza esplicite , seppur mai volgari. Capiamo subito la vita tormentata della donna incapace di ricevere amore, la sua paura di essere caduta nelle mani del classico playboy alla ricerca di donne mature inquiete, la sua insicurezza sul futuro della relazione che fanno da controaltare ai momenti di felicità, di appagamento (non solo sessuale).
Un finale a dire poco sgangherato lascerà qualche dubbio, dopo averci travolto con una scena infinita quasi comicamente surreale.
Park è partito per fare un film dai connotati forti, molto fisico ed ha finito con l'imbastire una storiella molto poco interessante, fatta di chiacchiere insulse, una sorta di psicanalisi di gruppo della strana coppia. D'altra parte va anche riconosciuto al regista di non essere caduto in morbosità e volgarità fuori luogo, anzi proprio le scene di sesso sono tutto sommato i momenti migliori del film. Manca soprattutto un qualsiasi abbozzo psicologico dei due amanti, neppure quando il sogno diventa parte integrante della storia.
La bravura tecnica del regista e la conturbante presenza della protagonista ( Suh Jung) non bastano a risollevare un film che mostra troppe debolezze.

mercoledì 7 ottobre 2009

The wrestler ( Darren Aronofsky , 2008 )


Giudizio: 7.5/10
Mickey Rourke eroe perdente

Randy "The ram " Robinson è stato sul finire degli anni 80 una stella assoluta del wrestling, i suoi combattimenti riempivano il Madison Square Garden, era ricoperto di gloria e idolatrato; venti anni dopo lo vediamo sbarcare il lunario lavorando ad ore come scaricatore in un supermarket e combattere per pochi spiccioli mettendo in scena incontri patetici: la parabola sembra giunta al suo punto più basso. La fama lo segue ancora e anche qualche affezionato fan , ma la sua vita è una deprimente e spietata corsa verso il baratro cui si aggiunge anche la malattia che lo allontana dai ring e che lascia sul suo corpo l'ennesima cicatrice in mezzo al petto.
Tenterà di dare una svolta abbandonando il wrestling e cercando di riconquistare l'affetto di una figlia abbandonata e quello di una ballerina di lap dance tanto simile a lui, ma ben presto capirà che lui non è in grado di avere una vita "normale" la sua vita è una sola, lì sul ring , tra sangue e botte, pagliacciate spacciate per combattimento e l'urlo della folla che entra nelle orecchie e nelle carni.
Aronofski , pur confezionando un lavoro che è ben lungi dall'essere considerato un capolavoro come da qualche parte si è imprudentemente urlato, ha senz'altro alcuni meriti: ha saputo fare un film che nessun altro poteva interpretare meglio di Rourke, quasi una sua biografia con il risultato di assistere ad una prova grandissima dell'ex bello e maledetto del cinema americano che dona molto corpo e tanta anima in una recitazione a tratti tenera e commovente. Descrive inoltre con molta compassione lo strano backstage del wrestling dove si intuisce regna un grande cameratismo e un solidarietà che è propria di chi sta sull'orlo del baratro; evita soprattutto "americanate" varie che sarebbero potute uscire fuori in ogni momento, descrive una storia umana di sconfitta , di degrado fisico, di emarginazione con grande efficacia e partecipazione: l'eroe quando è sconfitto è pur sempre eroe.
Ha sorpreso molto il Leone d'Oro assegnato a Venezia a questo film, preferito ad altri probabilmente superiori, ma la storia indubbiamente è bella e va ad aggiungere al lungo corteo di perdenti che il Cinema ci ha donato, questo Mickey Rourke che rinasce dalle sue stesse ceneri, segnato nel fisico, ma capace di dare il volto a questo eroe che ispira tanta tenerezza.

martedì 6 ottobre 2009

I lunedì al sole ( Fernando Leon de Aranoa , 2003 )


Giudizio: 8/10
La strenua difesa della dignità

Primi anni del nuovo millenio, Galiza, la crisi dei cantieri navali esito di una globalizzazione sempre più pressante, lascia senza lavoro una gran quantità di persone non più giovanissime; tra questi un gruppo di amici che si ritrova ogni giorno in un bar gestito da uno dei licenziati che ha avuto più fortuna (o intuito).
Questa è l'ambientanzione del film di de Aranoa che punta l'occhio su una provincia spagnola lontana anni luci dalla movida madrilena disegnata da Almodovar o dalla cosmopolita Barcellona, una Spagna che somiglia molto a certa Inghilterra di Ken Loach, tormentata dai problemi economici, dalla disoccupazione e dalla rabbia.
Il film, pur avendo dei chiari connotati anticapitalisti, non indugia però sulle miserie in maniera a sè stante, anzi, lo fa con grazia, umorismo e con momenti di divertimento, togliendo tutto ciò che suoni troppo di ideologia e analizzando con lucidità i contesti personali calati nella situazione di disagio.
Assistiamo quindi ai lunghi dialoghi degli amici al bar , tra bevute quasi sempre scroccate, scopriamo i loro modi di interagire con il periodo di crisi, leggiamo nei loro occhi o nelle loro parole la disillusione e l'amarezza di sentirsi come dei ruderi in un mondo che corre troppo e che lascia indietro chi ancora quarantenne non sa darsi una ragione della sua nuova situazione sociale; ma vediamo anche, con molta tenerezza, come basti pochissimo per sognare l'Australia, come la solidarietà, l'amicizia e la dignità siano puntelli fondamentali per non affondare.
Il film vive su dialoghi bellissimi, il vero punto di forza, con battute che meriterebbero di passare alla storia, girato con molto verismo forte di influenze neorealistiche all'italiana, in ambienti e situazioni che disegnano il disagio sociale, impreziosito da uno stuolo di attori fantastici di cui Bardem è sicuramente il capofila.
La lunga serie di riconoscimenti ricevuti in Spagna è assolutamente meritata: non è facile saper raccontare la dignità calpestata, la solitudine , l'amicizia e il disagio interiore con la forte e melanconica poesia con cui lo ha fatto de Aranoa.

lunedì 5 ottobre 2009

Bittersweet life ( Kim Ji-woon , 2005 )


Giudizio: 8/10
Ancora vendetta

Nel 2005 anche in Italia giunge il meraviglioso "Old Boy" di Park Chan-wook, contemporaneamente a Cannes viene presentato questo Bittersweet life dell'altro coreano Kim Jee-woon, lavoro che per taluni versi si inserisce nella sua scia, dimostrando ancora una volta, ammesso ce ne fosse bisogno, come oltre il nostro cortile occidentale esistano ampi spazi di cinematografia da apprezzare.
Sunwoo ( un algido e credibilissimo Lee Byeong-Heon) è un efficiente quanto professionale direttore di un albergo di lusso di Seoul, nonchè scagnozzo del potente boss Kang; vive la sua vita in assoluta solitudine e dedizione per il datore di lavoro , il quale pensa bene di affidargli, in sua assenza, il compito di spiare la sua giovane amichetta che sospetta di infedeltà.
Ovviamente Sunwoo svolgerà il suo lavoro egregiamente, fino a quando una scintilla di tenerezza scatterà in lui e gli impedirà di portare a termine il compito che doveva concludersi con l'eliminazione della ragazza e del suo amante.
Il boss non gradirà e sarà un attimo passare dagli altari ad una polvere fatta di cieca violenza , botte, sangue fin ad un passo dalla morte che solo la forza della disperazione riuscirà ad evitare.
Quale migliore catarsi in questi casi che una sanguinosa vendetta?
Il tema della vendetta torna ancora prepotentemente alla ribalta in un film orientale, ma , vale la pena dirlo subito, "Old Boy" rimane diverse spanne al di sopra di questo seppur bel film.
La storia evita colpevolmente lo sviluppo di quella scintilla di tenerezza (o di amore) che scocca nel glaciale protagonista; possiamo solo immaginare che Sunwoo sentendo la ragazza suonare con arte il violoncello, capisca in modo drammatico la sua squallida e violenta solitudine contrapposta alla limpida vitalità della giovane: è sicuramente uno dei momenti più belli del film.
Il regista inoltre mostra una fenomologia della vendetta, ben lungi dallo scavare e penetrare nelle storie umane, il che di per sè può anche essere una scelta non discutibile, soprattutto quando il contorno è magnificamente costruito avvalendosi di una scenografia potente ed efficace , ricca di colori cupi e di ambientazioni ben realizzate che sono senz'altro il piatto forte del film, che comunque trasuda violenza e sangue a tratti in maniera quasi tarantiniana.
Il finale è di quelli cui il cinema orientale ci ha abituato, un po' western con duello finale e un po' Johnnie To (con meno grazia) , tra specchi in frantumi e lampadari in mille pezzi a suggellare una storia fatta di vendetta e di solitudine, di incapacità di redimersi e di violenza.

venerdì 2 ottobre 2009

Inner senses ( Law Chi Leung , 2002 )


Giudizio: 7.5/10
Psicanalisi sui fantasmi

Viene da Hong Kong questo bel thriller (autenticamente) psicologico appena spruzzato di horror ed è un vero compendio di psicanalisi applicata con il quale il regista tenta, riuscendoci, di spiegare cosa in realtà sono i fantasmi: la conferenza di Jim, psichiatra rampante e affermato, che apre il film è in tal senso una sorta di manifesto programmatico del genere ghost-story.
A Jim (un mai troppo compianto Leslie Cheung) viene affidato da un collega un caso interessante riguardante una giovane ragazza, Yan (una splendida e brava Karena Lam) che asserisce di essere tormentata da oscure presenze.
Teorizzando l'inesistenza dei fantasmi che sono bensì solo la materializzazione delle paure, dei rimorsi, dei conflitti irrisolti ,Jim riesce a guarire la sua paziente nonostante vari episodi di tentati suicidi e ricoveri conseguenti. Quando l'attrazione della ragazza verso il proprio curante diverrà insostenibile eticamente, Jim la dichiarerà guarita dopo aver rimosso da lei gli incubi di una infanzia difficile.
Sarà lui, a quel punto che inizierà ad essere perseguitato da una presenza insistente che trova vita dal profondo della sua psiche, una presenza che causa dolore ed angoscia, senso di colpa e disperazione: la ex paziente Yan si metterà al suo fianco nella strenua ricerca della soluzione, riuscendo finalmente anche a conquistare l'amore del suo ex medico.
In un finale progressivamente votato al dramma incombente scopriremo la verità su Jim, verità che ovviamente sarà in perfetta linea con le sue enunciazioni teoriche e in una convulsa scena madre finale permeata forse di eccessivo melodramma, i tasselli torneranno tutti al loro posto, fantasmi compresi.
Il film mostra senz'altro una notevole ispirazione del regista bravo a non cadere nelle numerose trappole che potevano presentarsi nello svolgimento della storia; ci mostra come mai questo genere di film trova così ampia diffusione , e con risultati speso ottimi, nella cinematografia orientale; è molto bravo inoltre a dosare sottile tensione ed introspezione quasi scientifica.
Insomma un thriller psicologico nel senso più genuino del termine che non risparmia attimi di dolore: un occhio che scruta nei recessi nascosti dell'anima tutto ciò che è stato percepito, assorbito, accantonato e che è pronto ad esplodere.


Uzak ( Nuri Bilge Ceylan , 2003 )


Giudizio: 7/10
Istanbul innevata

Due uomini a loro modo soli: Mahumt l'intellettuale che guarda film porno, avendo sognato di fare un film come Tarkovskij e suo cugino Yusuf campagnolo e un po' cialtrone che emigra in città alla ricerca di fortuna. L'uno ferito dal divorzio con la moglie ormai legata ad un altro , cui probabilmente non ha mai detto tutto ciò che pensava, immerso nella sua solitudine tra piastrelle e fotografie in preda a chiara nevrosi da single, l'altro che sembra invece l'esatto negativo: un po' rozzo, disordinato che perde il tempo ad appestare di fumo la casa del cugino e a guardare le cosce delle ragazze sull'autobus, fingendo di tanto in tanto di cercare lavoro, avendo come fine ultimo (forse) solo il partire con un cargo per l'altra parte del mondo e tornare carico di soldi. Potranno questi due mondi conciliarsi in una spettacolosa Istanbul innevata fino all'inverosimile e adagiata su un Bosforo dal colore livido?
Il film è tutto in questo contrasto di solitudini estreme, e concluse in modo diverso: due mondi che si avvicinano, si scontrano senza mai attrarsi e si allontanano senza lasciare traccia di sè nell'altro.
Film intensamente minimalista, giocato molto sui particolari, su lunghi piano sequenza, su silenzi rotti solo dagli sguardi, che quasi mai risulta però lezioso o pesante, senza eccessi di depressioni o di malinconia stucchevole.
Il turco Ceylan , che con questo film è stato premiato a Cannes insieme ai due bravi attori, conosce la tecnica, dosa bene i colori come solo chi ha studiato fotografia sa fare, legge con intensità negli occhi e nel viso dei protagonisti, sa non annoiare anche quando i ritmi sono molto lenti.
La metafora della solitudine profonda che può attanagliare un uomo sta tutta nella lunga, bella scena finale: occhi sul mare sferzato dal vento, vaghi movimenti dello sguardo a cercare qualcosa cui aggrapparsi e il fumo dell'ultima sigaretta.
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