lunedì 5 gennaio 2026

The Mastermind ( Kelly Reichardt , 2025 )

 



IMDB

Giudizio: 7.5/10


Con The Mastermind, Kelly Reichardt prosegue con coerenza e rigore uno dei percorsi più lucidi e radicali del cinema indipendente americano contemporaneo: quello di uno sguardo laterale, dimesso ma implacabile, sui margini del mito fondativo degli Stati Uniti. 
Ancora una volta, la regista sceglie di raccontare l’America non attraverso i suoi centri di potere o le sue narrazioni trionfalistiche, ma osservandone le crepe, i vuoti, le esistenze minime che si muovono in territori geografici e morali impoveriti. Il risultato è un film che, sotto l’apparente semplicità di uno sgangherato racconto criminale, si configura come una potente metafora del fallimento del sogno americano e delle sue conseguenze a lungo termine.
Il protagonista di The Mastermind ( un eccellente Josh O’Connor sempre a suo agio nei ruoli da stralunato ed in questo ricorda tanto il protagonista de La Chimera di Alice Rohrwacher) è una figura che incarna alla perfezione l’ossessione americana per il successo, declinata nella sua forma più patetica e autodistruttiva: è un uomo convinto di essere destinato a “diventare qualcuno”, di meritare un riscatto sociale ed economico che il mondo, a suo dire, gli ha negato. Eppure, Reichardt lo costruisce come una nullità assoluta: mediocre, privo di intelligenza strategica, incapace di leggere il contesto storico e umano che lo circonda.
Il suo progetto di arricchirsi attraverso il furto di opere d’arte , simbolo per eccellenza di un valore culturale che egli non comprende minimamente, non nasce da un autentico desiderio estetico o da una tensione intellettuale, ma da una mitomania grezza, da un’idea infantile di potere e prestigio che finisce col causare un ribaltamento totale e pericoloso della sua vita.
Il “mastermind” del titolo è dunque una beffa: un’auto-investitura ridicola che rivela, per contrasto, il vuoto di un individuo che non possiede né talento né visione, ma solo un desiderio astratto di riconoscimento.



Reichardt colloca questa parabola individuale sullo sfondo di un’epoca cruciale: gli ultimi bagliori del 1968, la guerra in Vietnam, la protesta giovanile, la diserzione e la fuga in Canada, Nixon come figura catalizzatrice di un clima bellico e paranoico che avrebbe lasciato un segno profondo e duraturo nella coscienza americana. Non è una scelta casuale: quel periodo rappresenta al tempo stesso l’apice e l’inizio della dissoluzione del sogno americano come promessa collettiva.
In The Mastermind, il sogno non viene raccontato attraverso l’utopia politica o l’impegno civile, ma attraverso la sua distorsione individualistica. Mentre una generazione tenta ,spesso goffamente, spesso tragicamente , di opporsi a una guerra percepita come ingiusta e insensata, il protagonista rimane completamente estraneo a ogni forma di partecipazione politica o etica ( in tal senso il finale beffardo è un piccolo capolavoro della Reichardt). La Storia scorre sullo sfondo, ma non lo attraversa: egli non protesta, non diserta per convinzione, non prende posizione. È un corpo opaco, impermeabile, centrato esclusivamente sulla propria fantasia di successo.
In questa prospettiva, il film suggerisce che il fallimento e la mistificazione del sogno americano non nascono solo dalla repressione o dalla violenza del potere, ma anche , e forse soprattutto , dall’assenza di un autentico senso di responsabilità individuale. Il sogno si frantuma perché viene ridotto a un’idea di arricchimento personale sganciata da qualunque dimensione collettiva.
Come spesso accade nel cinema di Reichardt, lo spazio è un elemento narrativo fondamentale. Le aree rurali, le periferie urbane depresse, i paesaggi anonimi e spogli diventano il riflesso esteriore della condizione interiore del protagonista. Non c’è alcuna romanticizzazione della provincia americana: è un territorio sospeso, privo di prospettive, attraversato da un’energia stagnante.
Il personaggio si muove in questi spazi come un corpo estraneo, quasi “autistico” nel suo isolamento emotivo e cognitivo. Non stabilisce legami autentici, non comprende i codici sociali che lo circondano, non riesce a inserirsi in nessun contesto. La sua estraneità non è quella dell’outsider consapevole, ma quella di chi non possiede gli strumenti per leggere il mondo. Reichardt filma questa condizione con il suo consueto minimalismo: pochi dialoghi, tempi dilatati, una messa in scena che rifiuta ogni enfasi spettacolare.
Dal punto di vista strutturale, The Mastermind si inscrive perfettamente nella poetica della regista. Il film procede per sottrazione, evitando i meccanismi classici del genere crime: niente colpi di scena, niente escalation drammatica, nessuna catarsi finale. Il furto d’arte, che in un altro cinema sarebbe il centro nevralgico del racconto, qui diventa quasi un pretesto, un gesto vuoto che non produce né ricchezza né redenzione.
Il fallimento del protagonista non è spettacolare, ma lento, inesorabile, silenzioso, comincia dalla famiglia con la moglie che è all’oscuro di tutto, prosegue con il suo rapporto coi genitori che vedono in lui, soprattutto il padre, giudice della contea, un povero nullafacente nonostante i lavori millantati , e finisce con i pochi amici pronti a voltargli le spalle una volta saputa la sua fuga di casa e la scia di guai che si tira dietro. Ed è proprio in questa assenza di dramma che Reichardt trova la sua forza politica: il sogno americano non esplode, semplicemente si sgonfia, rivelando la sua natura illusoria.
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