sabato 28 novembre 2009

No mercy for the rude ( Park Cheol-hie , 2006 )


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Esordio convincente


Altro esordio promettente questo di Park Cheol-hie (già conosciuto come sceneggiatore) che scrive e dirige questo film, ennesimo tentativo di fusione di vari generi.
Diciamo subito che il risultato è senz'altro apprezzabile e lascia ben sperare per il futuro, grazie ad una regia attenta e stilisticamente valida.
Il protagonista del film ( un superbo Shin Ha-kyun che già muto vedemmo in Mr Vendetta) è un giovane che per un difetto della lingua non riesce a parlare e decide di racimolare i soldi che gli servono per l'intervento correttivo facendo il killer, lavoro che se rende bene è però profondamente inadatto a lui , troppo incline alla compassione e ai buoni propositi; troverà la quadratura del cerchio della sua coscienza imponendosi come regola di uccidere solo la feccia dell'umanità.
E' talmente di animo buono il giovane che la sua casa diverrà rifiugio per una bella fanciulla dal lavoro equivoco e per un fanciullo che vive in strada , i quali , soprattutto all'inizio, gli saranno di non poco intralcio, lui abituato a stare da solo e impossibilitato a comunicare.
Quando il traguardo della somma necessaria sembra quasi raggiunto , alcuni colpi di scena porranno un freno al suo progetto e , soprattutto, saranno i sentimenti e la sua sete di giustizia a venire a galla in modo dirompente.
Se la figura dell'angelo vendicatore risulta un po' abusata nonchè forzata, il resto del film si muove con brillante scioltezza tra noir , commedia e grottesco con una curiosa carrellata di personaggi quasi inverosimili soprattutto nella prima parte che si avvale di una certa leggerezza , nonostante i frequenti fendenti al torace inferti alle vittime designate. Poi assistiamo al viraggio verso il dramma vero quando alcune situazioni giungono alla resa dei conti in un finale intriso di lacrime , sangue e di una eccessiva melodrammaticità.
Il film comunque vale pienamente la visione e lascia un senso di amara tristezza ; l'esistenza dei tre personaggi principali, a loro modo emarginati e rifiutati, è ben rappresentata, soprattutto grazie alla voce narrativa del protagonista che funge da descrizione del suo fiume di pensieri, dimostrando come, anche in difetto di favella , lo scorrere dei sentimenti può essere chiaro e leggibile; in alcuni momenti brilla anche per sprazzi di poeticità e offre soprattutto alcune scene veramente valide (le maldestre azioni dei poliziotti, il picnic con abiti sivigliani e corride simulate) che si avvalgono di una variegata colonna sonora che spazia da Ravel a "Bella ciao".

venerdì 27 novembre 2009

Beyond the years ( Im Kwon-taek , 2007 )


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Cento volte Im

Per onorare il suo centesimo lavoro, Im si permette il lusso ( lui può...) di autocitarsi riprendendo il suo magnifico Sopyonje e manipolarlo al punto che il risultato non è nè un sequel nè un film parallelo: utilizza gli stessi protagonisti inserendoli in un background diverso e ci porta a spasso nel tampo per circa 40 anni.
Vediamo Dong-ho alla ricerca della amata sorella , che poi sorella non è visto che entrambi sono stati adottati dal padre, imbattersi in luoghi che scatenano tempeste di ricordi e la sua ricerca a ritroso nel tempo, vista come racconto, assume ben presto i connotati melanconici e del rimpianto.
Il suo non è amore fraterno, tanto che se ne accorge anche la moglie svogliatamente spostata, è amore quasi platonico in cui manca assolutamente l'aspetto carnale e fisico.
Song-hwa , avendo più talento di lui, vivrà tutta la vita a fianco del padre alla ricerca della perfezione nell'arte del pansori, subendo le vessazioni e l'egoismo di quest'ultimo.Morto il padre arriva il momento di ricongiungersi, ma questo avverrà solo fugacemente tanto doloroso sembra essere il loro rapporto affettivo. Nel corso della vita Dong-ho rincorre la sorella per tutta la Corea, le fa da bussola il canto triste e la voglia di tornare assieme.
Un finale quasi fiabesco lascerà molti dubbi, non certo quelli sulla qualità del film.
Ancora una volta Im mostra grandissma sensibilità e legame con la propria terra; presenta il pansori come la summa delle tradizioni da difendere e da rivalutare, guarda con occhio pessimista al futuro tecnologico che costruisce dighe, prosciuga fiumi, abbatte alberi e toglie asilo alle cicogne.
La maestria tecnica è sublime, creando un opera dal punto di vista stilistico quasi perfetta, con la giusta miscela di colori, paesaggi e natura.
Rispetto a Sopyonje le emozioni sono meno forti e laceranti e quindi colpiscono di meno, ma l'organicità del film , seppure tra magistrali flashback , è davvero superba.
Inviamo agli Dei della celluloide anche per Im la preghiera che ce lo conservino ancora per tanto tempo con la stessa forza poetica e voglia di cantare i sentimenti.

giovedì 26 novembre 2009

Il profeta ( Jacques Audiard , 2009 )


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Carcere e vite segnate.

E' rimasto in lizza fino all'ultimo per la vittoria della Palma d'oro, in ballottaggio con Il nastro bianco di Haneke : alla fine nella giuria presieduta da Isabelle Huppert ha prevalso, una volta tanto, l'affinità artistica al proverbiale sciovinismo francese.
Il lavoro di Audiard comunque non avrebbe sfigurato affatto come vincitore del Concorso, anzi.
La storia, un po' gangster story, un po' da filone carcerario tanto in voga qualche anno fa è di quelle che lasciano il segno, colpendo per il cinico realismo e per la descrizione di un ambiente irrimediabilmente votato al dramma.
Malik (un bravissimo Tahar Rahim) è un giovane di origini arabe che viene sbattuto in carcere per scontare sei anni; all'ingresso nel penitenziario lo vediamo quasi come un vitello pronto per il mattatoio e l'inizio dell'esperienza non è dei migliori: prima i soprusi poi le avanche e infine l'incarico, autentico battesimo di fuoco, da parte di un boss corso (un fantastico Niels Arestrup) che spadroneggia nel carcere, di uccidere uno scomodo testimone.
Il giovane non sa e non può rifiutare e questo lo porterà nell'orbita del boss corso che lo prenderà sotto la sua ala protettiva.
Il tempo passa e con furbizia e scaltrezza, muovendosi tra le varie bande del carcere e con missioni camuffate da permessi premio, il giovane assurgerà a boss emergente fino a svincolarsi dal vecchio padrino.
Il finale, apparentemente positivista, nasconde invece un retrogusto amarissimo: finita la vita nel carcere, ci si getta nel mondo libero per continuare a vivere nello stesso modo.
Audiard dirige il film con grande discrezione, lasciando parlare la marea di facce da galeotto, le coltellate, gli sguardi , le trame, insomma tutto il microcosmo che si ricrea in un carcere a somiglianza del mondo esteriore; non c'è ricerca di redenzione, c'è solo il tentativo di rimettere in piedi l'unico mondo che conta per un malvivente. L'ascesa del giovane Malik e la caduta lenta e inesorabile del vecchio corso si incrociano, collimano e si scontrano spesso in un rapporto che sa tanto di aguzzino e carnefice, da qualsiasi angolo lo si valuti e il cinico messaggio che per affermarsi serve solo la violenza. Il carcere assurge ad emblema del luogo dove l'unica amicizia che conta è quella che ti fa sopravvivere dalla parte giusta, privo di ogni senso morale e di via d'uscita; il carcere passa e la vita rimarrà la stessa, anche con una bambina che aspetta fuori il portone della galera.

lunedì 23 novembre 2009

Le luci della sera ( Aki Kaurismaki , 2006 )


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Elegia della solitudine


Koistinen è un povero disgraziato che sbarca il lunario come guardia giurata in un centro commerciale; i benpensanti e gli psicologi lo definirebbero un sociopatico: taciturno , senza amici nè donna, deriso dai colleghi di lavoro, è semplicemente un uomo solo.
Quando una avvenente bionda lo avvicina per scopi molto poco nobili, il nostro proverà se non amore almeno un po' d'effetto per lei, che lo ricambia mettendolo in un guaio che gli costa il lavoro, la casa e che lo spedisce in galera per un anno con l'accusa di favoreggiamento in una rapina.
Lui sopporterà con spirito ben più che evangelico, un po' per un senso di amore e di onestà verso l'imbrogliona e un po' perchè si convince vieppiù che il suo è un destino di perdente.
Come sempre Kaurismaki leviga un po' gli spigoli in un finale dove perlomeno si intravvede un po' di luce.
Questo lavoro del regista finlandese, sempre più apprezzato da chi ama il cinema di qualità, è una sorta di elegia , triste e cupa della solitudine, generata ed amplificata da una umanità senza valori e senza alcuna morale.
Ritratto di perdenti, disegnato a tinte più scure rispetto ai lavori precedenti e messo sullo schermo usando una tecnica cinematografica depurata di ogni aspetto superfluo: immagini nette, fredde, che mostrano una periferia di Helsinki al limite dell'alienante, dialoghi secchi, battute con sguardi fissi a scrutare lontano, commento musicale cha spazia da Gardel, alla lirica e al rock e soprattutto una storia intrisa di grande umanità, quasi uno studio antropologico.
Sembra un po' più pessimista Kaurismaki in questo film: la rivincita morale dei perdenti è appena abbozzata, quasi fosse un lampo, in uno sconcertante e amaro degrado in cui la solitudine sembra la sola risorsa per andare avanti.

giovedì 19 novembre 2009

Cadaveri eccellenti ( Francesco Rosi , 1975 )


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Rivisitazioni cinematografiche / 9
C'era una volta il cinema di denuncia


La rivisitazione di questo film,fedelmente ispirato a Il Contesto, bellissimo romanzo di Leonardo Sciascia, lascia un amaro senso in bocca: la percezione netta della morte e sepoltura, in Italia almeno, del cosiddetto cinema di denuncia di cui Rosi senz'altro è stato uno degli autori più validi. In pieno periodo di strategia della tensione, drammatico preludio agli anni di piombo che verranno, il regista prende un testo molto controverso, bersaglio di aspre critiche e lo mette sul grande schermo dando sfoggio di una grande coraggio e di una lucidità narrativa pari al romanzo e attirandosi critiche ben più feroci che il libro.
L'ispettore Rogas si trova ad indagare sugli omicidi di alcuni alti magistrati dietro i quali si celano nefandezze provenienti dalle più alte cariche politiche e militari dello stato. Muovendosi tra la Sicilia e i palazzi del potere di Roma capirà che il gioco è più grande di lui e non avrà modo di fermarsi, l'ingranaggio ormai è in moto e nulla può fermarlo.
La lucida e feroce descrizione del potere e dei suoi paladini domina su tutta la storia con riferimenti a fatti e personaggi che seppur di fantasia risultano facilmente intellegibili. La conduzione dell'indagine dell'ispettore è fatta con ritmi lenti, ambientata in spazi grandi che smaterializzano quasi i protagonisti, porta il poliziotto a contatto con un pittoresco ambiente che orbita intorno alle leve del comando fatto di feste snob in cui comunisti (antesignani di certo snobismo cattocomunista ) e reazionari si lanciano in danze sfrenate e in conversazioni da salotti bene.
Due momenti del film su tutti: lo splendido inizio in cui il morituro giudice Varga ( un carismatico Charles Vanel) ci guida in una camminata nei sotterranei della chiesa tra mummie e scheletri con marcia funebre di Chopin in lontananza e un confronto, che poi è quasi un monologo, tra il presidente della Corte di Cassazione Riches ( un gelido Max Von Sydow) e l'ispettore, in cui il magistrato si lancia in parabole e teorie antivolteriane per spiegare l'infallibilità della Giustizia.
La sconfinata schiera di grandi attori ( oltre i citati, Tino Carraro e Fernando Rey) , impreziosisce il film garantendo una recitazione di livelli eccelsi: su tutti emerge però Lino Ventura, faccia da Maigret nostrano, il cui volto passa dalla poliziesca curiosità iniziale all'incredulità del servitore dello stato onesto che scopre le trame fino al terrore per le conseguenze che lo aspettano.

mercoledì 18 novembre 2009

Spider lilies ( Zero Chou , 2007 )


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Tatuaggi e delicatezza.

Film al femminile, ma con sentimenti universali, trattati con delicatezza (forse troppa) e al contempo fermezza e precisione.
Jade è una giovane che vive con l'anziana nonna, abbandonata dalla madre e si guadagna da vivere come protagonista delle sexychat, Takeko lavora come tatuatrice e si porta sulle spalle il fratello rimasto shockato dall'avere assistito alla morte dei genitori durante il terremoto: l'immagine che porta negli occhi è quella del giglio ragno che il padre aveva tatuato sul braccio , fiore che secondo la tradizione e la leggenda segna il percorso che porta all'inferno. Takeko si tatuerà a sua volta lo stesso fiore nella speranza che possa essere daiuto al fratello.
Entambe quindi con perdite ed abbandoni dolorosi alle spalle ed un presente vuoto e faticoso si ritrovanonel negozio della tatuatrice , dopo essersi incrociate anni prima con Jade bambina che provava un senso di adorazione per Takeko e il suo tatoo .
Stavolta l'attrazione e l'amore saranno più sostanziali , realizzati nel tatuaggio che una disegnerà per l'altra ,seppur segnati da lacrime e dolore con un finale che sembra indirizzare verso il "tutto è bene....".
Se effettivamente il film presenta una dolorosa e lacerante delicatezza commista ad un sottile senso dell'eros, d'altra parte sembra indulgere un po' troppo sui traumi e sui disagi delle due giovani, oltre che sul significato filosofico del tatuaggio, apparendo come un nastro che gira e si riavvolge e non scava troppo a fondo sulla natura dell'attrazione che non può essere dettata solo dalla solidarietà di chi è segnato dalla vita.
Viceversa le due figure femminili hanno una loro forza e si impongono bene sullo schermo, aiutate da una regia valida e da ambienti sempre soft, però alla fine molta della loro carica si perde in una sceneggiatura a volte incerta.
Il film comunque vale la visione, anche in virtù dei numerosi riconoscimenti che ha ricevuto: rimane solo il rammarico per un finale incerto, quasi ovvio e per una eccessiva sordina posta ad una storia che poteva essere ben più dirompente.
Molto brave le due attrici: Rainie Yang nella parte di Jade e soprattutto Isabella Leong a suo agio nei panni della tormentata Takeko.

martedì 17 novembre 2009

L'odio ( Mathieu Kassovitz , 1995 )


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Rivisitazioni cinematografiche / 8
Odio senza via d'uscita


Lungometraggio quasi d'esordio di Kassovitz che fece gridare al miracolo considerata la giovane età del regista, che però ahimè è rimasto più una vaga promossa che una realtà consolidata, alternando lavori buoni ad altri decisamente meno.
Il film , premiato a Cannes tra le polemiche, ritorna periodicamente in auge in coincidenza con i frequenti problemi di ordine pubblico che affligono le banlieues parigine, ma, è bene dirlo, la pellicola ha una sua profonda validità e credibilità, non tanto relativamente ai fatti accaduti da cui prende lo spunto, bensì per una forza indagatrice che la percorre.
Vinz , Said e Hubert sono tre giovani della periferia parigina , in vario modo vivono una vita ai margini della legalità, fatta di emarginazione, rabbia, disprezzo ed espedienti: li seguiremo per circa 20 ore in coincidenza delle proteste seguite al pestaggio di una sedicenne arrestato e ridotto in fin di vita.
Questa situazione diventa per loro un modo per vendicare la loro misera esistenza, resi spavaldi e forti dal fatto di aver trovato una pistola persa dagli agenti durante gli scontri. Tre personaggi che vivono la loro situazione sociale in modi diversi , a volte contrapposti, ma immancabilmente segnati dall'odio verso tutto ciò che è precostituito.
La storia è ben diretta, con dialoghi crudi , taglienti , spesso ridondanti ma credibili, con un bianco e nero bello, soprattutto nelle scene notturne che concorre a determinare un clima pesante che si apprezza in tutto il film: quello del disagio , della disperazione, della mancanza di futuro, del pessimismo più cupo.
Viene da porci la domanda che poi in tanti, sociologi , psicologi e politici, si pongono: sono queste situazioni in cui osservare e capire è lecito e giusto? Oppure bisogna bollare i tre giovani come teppaglia e basta?
La risposta sta nel colpo di pistola che all'alba si udrà e che chiude il film: comunque qualcuno in questo gioco tra disperati perde di sicuro.

In the cut ( Jane Campion , 2003 )


Giudizio: 3.5/10
Presunto thriller incrociato a psicodramma sessuale.

Ingredienti per il guazzabuglio: prendere un best seller (Dentro di Susanna Moore, cosceneggiatrice del film), manipolarlo all'uopo, aggiungere un'attrice (Meg Ryan) campionessa di ruoli brillanti e trasformarla in protagonista drammatica con l'aggravante di millantate situazioni hard, spacciare il tutto come un thriller contando sul marchio di garanzia posto da una regista stimata. Il risultato è un polpettone noioso, brutto, che del thriller non ha nulla e in cui le strombazzate prestazioni hard si riducono ad una scena in penombra in cui la Ryan ci offre la visione del suo non certo florido seno e del lato b.
Sembrano veramente lontani anni luci i tempi di Lezioni di piano ed il film brilla solo per la confusione e la sgangheratezza (ben esplicitate dalla faccia perennemente ebete di Meg Ryan).
Se a ciò aggiungiamo che il polpettone è riccamente farcito di luoghi comuni stucchevoli che vanno dal machismo dei poliziotti alle fregole sessuali delle donne mature infarinate di psicodramma, dalle immagini stereotipate di New York (compreso l'immancabile ponte di Brooklyn, ma ci sarebbe stato bene anche lo skyline con le Twin Towers se fossero state ancora in piedi) alle frustrazioni di donne mature (di nuovo) semifrigide ma che covano dentro il demonio pronto ad esplodere se ben stuzzicate; il tutto spalmato su una trama che vorrebbere essere quella di un thriller con tanto di morti fatti a pezzi , ma che di fatto ruota tutto intorno ad una fellatio in un gabinetto di un bar con annesso voyeur interessato.
Inutile dire che del thriller non c'è assolutamente nulla e che se il torbido clima iniziale che porta la protagonista in rotta di collisione col poliziotto che scatenerà la sua ingordigia sessuale può avere un qualche fascino, il seguito del dramma piscosessuale si fonde con la presunta struttura del thriller e ne viene fuori una storia che fa smaniare non poco lo spettatore tanta è la voglia di abbandonare la visione.

domenica 15 novembre 2009

Even if you walk and walk ( Hirokazu Koreeda , 2008 )


Giudizio: 8/10
Lacerante saga familiare

C'è profumo di saga familiare nel nuovo lavoro di Hirokazu Koreeda: in poco meno di due ore siamo guidati con grande delicatezza e pudore nelle storie che si intrecciano nella famiglia Yokoyama, radunatasi come tradizione nel giorno dell'anniversario della morte del figlio maggiore.
Tutto l'ambiente infonde un clima di grande serenità ma man mano che proseguiamo nel racconto ci si rende facilmente conto che sotto l'armonia covano situazioni ed intrecci personali non proprio idialliaci.
Il capofamiglia è un anziano medico in pensione, burbero, ancora legato al suo lavoro che vive la delusione di non avere visto nessuno dei figli ripercorrere le sue orme professionali; la madre è una donna culinariamente dinamica che ancora cerca di insegnare alla figlia ricette e segreti di cucina e che vive di continui ed affettuosi contrasti col marito.
Il figlio maschio , restauratore che stenta ad affermarsi nel campo del lavoro, sposato con una donna vedova con figlio al seguito e la figlia femmina sposata con un cialtrone chiassoso e con prole altrettanto chiassosa che brigano per potere andare a vivere nella bella casa dei genitori; su tutti aleggia la figura del figlio morto giovane in mare nel tentativo di salvare un ragazzino che vediamo nel corso del film presentarsi in visita alla casa , come tradizione da quando il suo salvatore è morto, e che diviene l'inconsapevole bersaglio del dolore represso della madre che non allevia in minima parte, anzi rinfocola , il suo senso di colpa.
Tutto viene a galla, in modo pacato ma non per questo meno incombente: la delusione paterna, il senso di inadeguatezza e il rancore del figlio, ancora adesso troppo spesso paragonato e confuso col fratello morto, la possessività materna che si scontra con le dinamiche coniugali del figlio, la totale assenza di moralità della famiglia della figlia, il senso di strordimento del figlio della vedova che vorrebbe vedere nel marito della madre una nuova figura paterna. Tutto viene a galla e nulla si risolverà, mostrando il rimpianto per avere perso il momento adatto per sistemare le cose.
Pur non toccando le vette eccelse di Nobody knows, anche stavolta Koreeda fa centro in maniera splendida: un affresco di famiglia dilazionato in poco più di 24 ore in cui la forza dei sentimenti emerge senza fragore ma con un grande senso di rimpianto; quello che è stato ormai non è modificabile, manca il tempo e forse anche la volontà di non soffrire troppo. I fitti dialoghi sono il vero pezzo forte del film che, lungi dal soffrire di staticità,corre sullo schermo con grande grazia.
Rimane alla fine un amaro senso di incompiuto in cui la gran parte degli spettatori si rispecchierà: quante volte ci è mancato il tempo o abbiamo perso l'attimo fuggente per compiere un gesto piccolo o dire una parola? Vero, la famiglia Yokoyama avrà l'occasione l'anno seguente , al prossimo anniversario, ma intanto il tempo passa......

Running out of time ( Johnnie To , 1999 )


Giudizio: 7.5/10
Noir leggero

Gustosissimo noir , un po' meno nero del solito, questo lavoro di Johnnie To, confezionato con molta ironia e leggerezza.
Cheung, ladro gentiluomo e un po' atipico, dopo avere scoperto di avere ormai poco da campare causa un cancro, mette in piedi un colpo con relativa fregatura da tirare ad un boss malavitoso: in modo più o meno volontario coinvolge e attira, quasi fosse un gioco, il detective Ho, alle prese con colleghi inetti e costretto grazie alla sue doti di negoziatore a mettere riparo alle loro malefatte.
Tra i due nascerà una sorta di strana complicità e "amicizia", necessarie ad entrambi per portare a termine i loro piani.
E' questo forse l'unico film di To, commedie escluse, in cui non assistiamo alle leggendarie sparatorie, agli inseguimenti arditi e ai corpi trafitti da pallottole; tutta la storia è sapientemente giocata su un piano etereo con scampoli da commedia , a tratti addirittura comici. Il tema dell'amicizia virile e della lealtà è visto con occhio più divertito e meno tragico, non per questo risultando però meno incisivo. Il sottile gioco che si insinua tra i due, fatto di mezze verità e mezze menzogne, condurrà ad un finale col sorriso sulle labbra , solo appena venato di mestizia.
E' quindi ancora una volta la dinamica delle relazioni tra i personaggi ad incuriosire il regista che anche in questo caso ce li disegna come eroi solitari e ben calati nelo loro destino.
La scena nella sala da bowling, perfetto controaltare non violento ai duelli cruenti tipici di To, risulta ugualmente molto ben costruita e giostrata nello spazio scenico.
Bravi i due attori principali : Andy Lau nel ruolo di Cheung ,perennemente in bilico tra mestizia e sorriso accattivante, e Lau Ching-Wan nel ruolo dell'ispettore Ho.
Ritroveremo la stessa leggerezza e ironia quasi 10 anni dopo in Sparrow, a dimostrazione che la classe non è acqua.

venerdì 13 novembre 2009

Kill Bill ( Quentin Tarantino , 2003 )




Giudizio: 9/10
Epopea del Cinema


Rivedere Kill Bill è come vedere ogni volta un film nuovo; ti chiedi : " E questa scena? da dove salta fuori? Possibile che non la ricordi? Possibile che mi sia sfuggita questa battuta?" Poi , quando ti fai una ragione che questo non è un film come gli altri, bensì un compendio universale del Cinema in tutte le sue variegate forme, ti rendi conto che è assolutamente normale. Esistono veramente pochissimi capolavori che racchiudono in sè una forza dirompente come questo, un parossismo cinematografico estremo che esplode in ogni angolo e che rimanda ad altre pagine e ad altri momenti di grande suggestione.
Solo uno come Tarantino , vissuto a pane e cinema, poteva concepire una tale operazione e portarla a termine col risultato che possiamo ammirare: ha assorbito e metabolizzato generi, momenti magici, facce , musiche e poi come un antica divinità greca dell'Olimpo li ha manipolati e forgiati a sua immagine e somiglianza disegnandoli sullo schermo e facendoli rivivere.
Il melò che va a braccetto con lo splatter, l'action movie che si fonde col fumetto, il dramma che da vita all'eroe senza tempo, tutto visto con gli occhi di chi è stato bambino, di chi ha amato il western e i B movie, Kurosawa e i manga, il cinema orientale e il noir; operazione sublime, indimenticabile omaggio ad un'arte che fa dell'immagine il suo epicentro; e le immagini di Tarantino sono ridontanti, esagerate, muove la sua mano un amore infinito per le storie da Cinema che contemplano la vendetta, l'amore filiale, l'erculeo eroe invincibile mai domo, la forza interiore insegnata dai saggi orientali, il truce rispetto per chi , cacciatore famelico, porta solo morte.
La frase che apre il film ("La vendetta è un piatto da servire freddo") fa da motore a tutta la storia, intrisa di amore e sangue, odio e disprezzo: una lunga corsa per arrivare in tempo a farsi servire il piatto freddo.
Su tutto questo ribollire domina l'idea cinematografica del regista, ricca di ironia, sarcasmo, ricerca dell' (elegante)esagerato da lanciare addosso a chi guarda investendolo e stordendolo, usando un montaggio frenetico, un alternarsi del colore e del bianco e nero, dei dialoghi fitti a volte, muti altre, giocati solo con gli occhi; dipana la storia in un trambusto temporale che non confonde , anzi affascina, mostra violenza e ferocia come momenti essenziali al ruolo dei personaggi e infine regala pagine di pura estesi cinematografica ben sostenute da musiche che vanno dal country a Moricone passando per la disco dance.
Un'opera geniale quindi, splendida , di quelle da conservare in caso di disastro nucleare che annienti l'umanità, un film che diventa calidoscopio di immagini e di sensazioni forti, che appagano corpo e anima.
Dice Tarantino che la Sposa riposerà per dieci anni e poi forse tornerà all'opera: se così sarà dovremo iniziare il countdown , proprio come si fa per gli eventi epocali, sperando sempre che la genialità del regista rimanga purissima e stupefacente.

giovedì 12 novembre 2009

La mala ordina ( Fernando Di Leo , 1972 )


Giudizio: 7.5/10
Rivisitazioni cinematografiche / 6
Nascita di un assassino


Luca Canali si guadagna da vivere come magnaccia, non è tagliato per essere un malavitoso serio, è un pidocchio, come lo definisce il boss imperante, ha una figlia ed una moglie dalla quale è separato e che sdegnosamente rifiuta gli aiuti econimici di denaro sporco. Il destino gli riserva un ruolo di inconsapevole capro espiatorio: la sua testa viene offerta ai boss d'oltreoceano come colpevole di una furto di eroina che invece ha eseguito il boss milanese Tressoldi.
Passerà dall'essere circondato da donnine svestite e frequentatore di night a fuggiasco , con alle calcagna due killer che vengono da New York e con il boss locale che gli fa fuori figlia e moglie: la trasformazione sarà quindi inevitabile, anche lui guappo da quattro soldi diventa uno spietato assassino accecato dalla vendetta.
Sullo sfondo della solita Milano a cavallo tra 68 e freakettoni e anni di piombo, dominata dalle bande malavitose, Di Leo tira fuori dal cappello quest'altro noir secco , diretto, essenziale costruito su personaggi credibili , che si distingue per la totale assenza di figure che facciano riferimento all'ordine costituito: si può ben dire che nella storia del cinema è uno dei rarissimi casi di film d'azione in cui non si veda uno straccio di poliziotto. Tranelli, tradimenti, giochi sporchi e innocenti lordati di sangue completano il quadro.
Anche questo come il precedente Milano calibro 9, che risultava però più cupo, assurge a modello di noir d'azione, divenuto riferimento per tanta cinematografia, anche grazie alla consacrazione decretata da Tarantino che molto ha amato questi film. La regia sembra quasi assente , tanto scorre liscia la storia e questo è un pregio enorme del film.La scena finale, notevolissima, tipico duello trasposto dal western, si svolge in un cimitero per auto, dando un senso di squallore e di abbandono.
Accanto a Mario Adorf, sempre a suo agio in ruoli simili, si muovono bene i due killer americani Henry Silva, sempre più cattivo, e Woody Strode e , soprattutto, un Adolfo Celi ,cui neppure la parlata sicula toglie incisività.
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