domenica 19 maggio 2013

National Security ( Chung Ji-young , 2012 )

Giudizio: 7/10
Carcerati e aguzzini

Lo scorso anno il regista coreano Chung Ji-young presentò al FEFF di Udine Unbowed, film di velata (neppure tanto) denuncia del sistema giudiziario coreano , preda della corruzione e dei loschi interessi di parte; al confronto di National Security, Unbowed sembra un film per educande in quanto a messaggio e denuncia politica.
Uscito in Corea poco prima che la figlia del generale Park Chung-hee, dittatore che, dopo un colpo di stato, pose il suo giogo infernale per 18 anni sul paese, diventasse Presidente della Repubblica, National Security è il racconto dei 22 giorni di detenzione e di torture subite da Kim Geun-tae, attivista politico antigovernativo , divenuto decenni dopo deputato e ministro.
Al di là della facile esecrazione che la descrizione delle torture, peraltro neppure particolarmente originali, porta con sè nel film, l'aspetto che Chung ha voluto maggiormente evidenziare è lo spietato ed impari confronto tra personalità che si consuma in quei 22 giorni.

Da un lato il prigioniero, torturato nel fisico e nella mente, costretto di necessità a scrivere una confessione mendace  senza la quale non gli era concesso neppure di chiudere occhio, dall'altra, soprattutto, la descrizione degli aguzzini, ben gerarchizzati e ben consci che il successo degli interrogatori avrebbe portato loro un avanzamento di grado.
Proprio la descrizione del modus operandi dei carcerieri e la loro totale mancanza di un briciolo di umanità, al punto che mentre il detenuto viene sottoposto a tortura trovano il tempo di chiacchierare del più e del meno, sfogando frustrazioni e aggressività, quasi fossero dei semplici impiegati che disbrigano una pratica burocratica, e il costante riferimento alla ossessione comunista costituiscono il vero asse portante del film: National Security non è un film dalla parte del prigioniero, nel senso cinematografico e narrativo, è principalmente una film dalla parte dei torturatori, è la loro prospettiva quella che impregna il racconto.
Il clima pesante, claustrofobico e tetro che si respira per tutto il film trova la sua ragione proprio in questo impianto narrativo: non si cerca la spettacolarizzazione delle torture, se ne descrive semmai la loro pesante e ovvia quotidianità, un tran-tran giornaliero che scandisce le vite degli aguzzini.
Il senso politico del film è chiaro e forte e la sua uscita in un periodo che per taluno ha riecheggiato fantasmi del passato vuole essere un monito a non dimenticare, così come il finale del film lascia intravvedere, aprendo però un minimo spiraglio verso una pacificazione nazionale, attraverso il confronto decenni dopo tra il torturato e il capo-aguzzino in carcere.
Il film vive a livello interpretativo anche sul confronto tra Park Won-sang nei panni del carcerato e Lee Gyeong-young in quelli del gelido torturatore: è un confronto che è capace di regalare al film momenti validi.
Nel complesso National Security, seppur soffrendo di tutti i limiti del film politico classico, offre una visione un po' discostata dalla classica narrazione del genere e Chung Ji-young riesce a mantenere il filo della racconto su un equilibrio apprezzabile senza cadere in eccessi perniciosi.

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