Giudizio: 5.5/10
Che la società coreana sia improntata ad una competitività estrema , soprattutto nel mondo del lavoro ,è cosa che conosciamo bene e probabilmente uno dei motivi del grande boom economico avuto dal paese negli ultimi 30 anni, ma che un luogo di lavoro possa trasformarsi in un nido di vipere pronte a iniettarsi veleno mortifero e quindi a regolare di conseguenza i rapporti interpersonali è qualcosa che ci riesce difficile comprendere nonostante svariati lavori cinematografici, soprattutto di recente, hanno indagato il fenomeno con una certa insistenza.
Office del regista coreano esordiente Hong Won-chan, che fu sceneggiatore del folgorante esordio di Na Hong-jin con The Chaser nel 2008, presentato tra le proiezioni di Mezzanotte all'ultimo Festival di Cannes, è lavoro che sull'ambiente lavorativo trasformato in un'arena posa le sue basi più solide.
E' infatti negli uffici di una grande azienda che lavora Kim Byung-guk, che una sera di ritorno a casa, apparentemente senza motivo, stermina la famiglia a colpi di martello ( e ti pareva...); il detective Jong-hoon incaricato delle indagini si trova davanti ad un muro di silenzio e di omertà da parte dei colleghi i quali, al di là di parole di circostanza, non sembrano offrire aiuto alcuno, anche se il fiuto del poliziotto individua in una giovane stagista, Lee Mi-rye, l'unica che sembra propensa a cedere e a raccontare qualcosa.
La questione si complica allorquando attraverso le immancabili telecamere del circuito interno l'assassino viene visto entrare nell'edificio che ospita l'azienda dopo l'omicidio senza uscirne.
Il sospetto che l'uomo si nasconda nell'edificio sembra creare allarme nei colleghi, che forse la coscienza troppo a posto non ce l'hanno.
