giovedì 7 dicembre 2017

Io, Daniel Blake ( Ken Loach , 2016 )




I, Daniel Blake (2016) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Con l'Orso d'Oro alla carriera ricevuto nel 2014 a Berlino , ultimo dei grandi festival a consegnargli un riconoscimento, sembrava proprio che la carriera di Ken Loach fosse giunta al termine avendo in più di una occasione espresso il regista la volontà di non dirigere più.
Due anni dopo non solo Loach si smentisce, ma Cannes lo onora con una seconda Palma d'Oro grazie a Io, Daniel Blake: da un certo punto di vista mai premio fu più giusto e coerente, perchè il regista inglese col suo ultimo lavoro è sembrato voler tornare alle basi originarie della sua opera cinematografica grazie ad una storia che ha il marchio d'origine ben impresso fin dall'inizio.
Daniel è un carpentiere sessantenne, reduce da un grave problema di cuore cui i medici non hanno concesso l'idoneità al lavoro; per tale motivo l'uomo che, orgogliosamente, ripete in svariate occasioni, ha compiuto con precisione e fedeltà i suoi doveri da cittadino decide di rivolgersi ai servizi sociali per avere un'indennizzo, scontrandosi con una burocrazia ottusa sostenuta da una spietato ridimensionamento del welfare che ha portato in breve il paese a vedere crescere il numero degli indigenti.


In questa sua titanica battaglia Daniel incontra una giovane donna, Katie, anch'essa rivoltasi ai servizi sociali, trasferitasi da poco a Newcastle da Londra con i suoi due ragazzini.
Tra i due nasce un forte legame di solidarietà con Daniel che esercita il suo ruolo paterno nel cercare di aiutare la donna e i suoi bambini.
Per entrambi sarà una lotta estenuante contro ottusità , assenza di solidarietà e individualismo  che contraddistinguono la scelta sociale compiuta dal Regno Unito negli ultimi anni.
Che Ken Loach sia tornato, dopo qualche impaccio e qualche divagazione poco convincente, all'essenza del suo cinema impegnato di denuncia sociale e politica, lo dimostrano la regia asciutta, priva di qualsiasi orpello, il suo sguardo carico di umanità sui personaggi, non solo i due protagonisti, ma anche gli altri comprimari , nei loro vari ruoli, della tragedia sociale raccontata, la profonda pietas umana , ben più pregnante del fervore politico, con cui indaga le conseguenze della situazione, i meccanismi  medianti i quali i losers affondano cercando di mantenere viva però la loro dignità.

sabato 2 dicembre 2017

Memoir of a Murderer ( Won Shin-yeon , 2017 )




Memoir of a Murderer (2017) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Byeong-soo è stato un serial killer, dall'adolescenza si è trasformato in un angelo vendicatore con l'intento di fare pulizia della feccia umana, iniziando dal violento padre che brutalizzava lui e la sorellina. Dopo avere per anni ucciso e sepolto in un poetico bosco di giganteschi bambù malfattori, violenti ,traditori e gentaglia della peggior specie , da 17 anni conduce una vita normale in compagnia della giovane figlia. Da qualche anno la demenza si è impadronita di lui creandogli pericolosi cortocircuiti cerebrali e su pressante consiglio della figlia Byeong-soo scrive tutto sul suo notebook per non dimenticare e tiene nota di ogni gesto su un voice recorder.
Alcune giovani donne scompaiono e lasciano temere la comparsa di un nuovo serial killer e il protagonista in un banale incidente d'auto si convince di essersi trovato faccia a faccia con un killer: affinità elettive e riconoscimento al primo sguardo.


Il problema di Byeong-soo è che, in ossequio alla malattia, vive momenti di totale assenza di memoria, quindi nel momento in cui l'amata figlia inizia una relazione con l'uomo che lui ritiene essere un killer, solo frammenti confusi di ricordi si affastellano nella sua mente almeno fino a quando i momenti di lucidità lo portano a dovere intraprendere ogni cosa pur di salvaguardare la figlia dal pericolo incombente.
Dopo aver visto al FEFF18 di Udine la bodyguard Sammo Hung affetta da demenza, ora è la volta di un serial killer sui generis: il racconto di Won Shin-yeon infatti è un po' un trattato di neuropsichiatria e un po' un thriller con qualche aspetto furbastro.
Cosa c'è di meglio infatti di un personaggio che con la sua malattia può giustificare (narrativamente) tutto e il contrario di tutto? Sì perchè durante la storia raccontata il dubbio che le cose non siano come le vediamo, ma siano semplicemente il frutto di una mente malata che ha perso ogni capacità mnemonica ad un certo punta affiora prepotentemente.

martedì 28 novembre 2017

Bluebeard ( Lee Soo-youn , 2017 )




Bluebeard (2017) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Ben quattordici anni sono passati dall'esordio alla regia di Lee Soo-youn con l'inquietante The Uninvited, e nonostante il lungo lasso di tempo trascorso lo smalto della regista coreana non si è minimamente offuscato: non è infatti difficile riconoscere la stessa mano in Bluebeard, thriller noir dai contorni sfumati che riesce a miscelare con cura anche le sfumature horror e lo psyco-thriller.
La storia gira intorno ad un medico che vive in una piccola città rurale ai margini della grande Seoul da dove si è trasferito a causa di un divorzio che ancora pesa sulle sue spalle e sulla sua tranquillità psichica; durante un esame endoscopico eseguito in una clinica, Seung-hoon, il protagonista, carpisce alcune frasi pronunciate nel dormiveglia dal vecchio nonno del macellaio che ha casa e bottega nel suo stesso palazzo; le parole dell'uomo sembrano riferirsi a tecniche di smembramento umano ma sul momento, considerato l'età e la situazione del vecchio, il medico gli dà poca importanza.


Il disgelo anticipato del fiume però porta alla luce pezzi di membra umane per cui Seung-hoon , quasi suo malgrado, si ritrova a rivalutare quei brandelli di parole carpite qualche giorno prima.
La famiglia dei macellai, in effetti, ha connotati inquietanti, così come la bottega nella quale operano; per Seung-hoon inizia una inesorabile azione di coinvolgimento, nella quale crudeltà umana e omicidio, follia e abissi della psiche diventano i connotati dominanti, in quello che sembrerà in seguito un classico caso da serial killer.
Costruito come una serie di scatole cinesi all'interno delle quali sembra giacere una verità, sospinto dal disturbo ossessivo e dalla follia crudele ,Bluebeard diventa lentamente e inesorabilmente un thriller feroce, dalle forti tinte psicologiche, nel quale la regista Lee Soo-youn fa un massiccio ricorso all'uso delle prospettive incrociate, punti di vista che sembrano finalmente quelli giusti salvo poi essere ribaltati senza appello.

lunedì 27 novembre 2017

Antiporno ( Sono Sion , 2016 )




Antiporno (2016) on IMDb
Giudizio: 8/10

Non poteva di certo mancare una figura come quella di Sono Sion nel revival del porno soft core messo in piedi dalla casa di produzione Nikkatsu per celebrare i 45 anni di attività e che negli anni 80-90 fu tra la più importanti nel genere pinku che divenne una sorta di ciambella di salvataggio per larga parte del mondo cinematografico giapponese in crisi.
Insieme a Sono sono stati chiamati a raccolta altri registi nipponici , tra cui anche il maestro del J-Horror Nakata Hideo , con l'incarico di rievocare il genere roman-porno, che pur nella sua ovvia anarchia aveva delle regole ben precise: una scena di sesso simulato ogni 10 minuti.
Quel cinema Sono lo conosce bene, ne ha calpestato i marciapiedi mefitici, è vissuto di pane e pinku, ne ha appreso i trucchi e le dure regole che poi lo hanno aiutato a diventare il regista che è ora: una fucina in grado di dirigere anche 5 o 6 film all'anno, proprio come la legge del porno imponeva.


Non stupisca quindi l'adesione di Sono alla richiesta, piuttosto lascia interdetti il titolo del film: Antiporno è infatti qualcosa che sembra stare dall'altra parte dell'orizzonte rispetto al porno, una sarcastica critica all'ambiente impregnato di un maschilismo becero e da regole spietate.
Come non bastasse Sono gira un lavoro di meno di 80 minuti in cui non c'è quasi traccia di personaggi maschili, incentrando il suo interesse intorno alla figura di Keiko, una giovane artista visiva a metà strada tra la cultura pop e l'avanguardia astratta che vive nel suo open space dove le tele e gli oggetti d'arte stanno di fronte ad un inquietante gabinetto dalle pareti rosso sangue.
Keiko è soggetto combattuto, quasi dilaniato, come molti di quelli usciti dall'estro del regista : una nullità o un'artista ? insoddisfatta o realizzata? ma soprattutto ripete come in loop : " Voglio essere una puttana" .  Il suo estro erotico si spinge ai confini del fetish e del sadomaso sfiorando il connubio Eros-Thanathos, inteso come la vera realizzazione della libertà.

sabato 25 novembre 2017

Contrattempo [aka Contratiempo aka The Invisible Guest] ( Oriol Paulo , 2016 )




The Invisible Guest (2016) on IMDb
Giudizio: 8/10

Con la sua opera seconda, a quattro anni di distanza dal suo promettentissimo esordio con El Cuerpo, Oriol Paulo conferma quanto di buono aveva messo in mostra: il regista catalano è senza dubbio uno dei pochi capace di rinverdire i fasti del thriller di stampo hitchcockiano, basato sull'incrocio di varie prospettive che generano verità mai assolute, pronte ad essere confutate da altre.
Il racconto parte con la morte di una giovane fotografa in una stanza di un albergo di montagna dove si trovava con un amico, un giovane rampante imprenditore , tra i più stimati della Spagna; siccome la donna viene trovata morta e l'uomo ferito in una stanza ermeticamente chiusa, i sospetti ricadono subito su quest'ultimo, Adrian, il quale da parte sua professa la sua innocenza riferendo di essere stato aggredito da uno sconosciuto all'interno della stanza.


L'antefatto però è la parte quasi finale del racconto, per cui, utilizzando la stessa tecnica del precedente lavoro di flashback ad incastro, scopriamo che i due, sposati entrambi, non erano semplici amici ma amanti e che una loro scappatella di qualche tempo prima si era conclusa con un episodio drammatico che li aveva portati ad allontanarsi.
Qualcuno però li pedina da vicino, instaurando un intricato gioco di gatto e topo e soprattutto, dopo che Adrian viene accusato per l'omicidio della sua amante Laura, l'avvocatessa cui l'uomo si rivolge ha solo due ore di tempo, prima che una fantomatica testimonianza in procura metta una pietra tombale sul caso.
Di fatto tutto il flashback scaturisce dal racconto che Adrian rende alla avvocatessa, mai troppo convinta delle varie versioni dell'uomo: una corsa contro il tempo per salvare se stesso e per convincere il legale della sua versione dei fatti.

giovedì 23 novembre 2017

Silent Mist / 沉雾 ( Zhang Miaoyan / 章淼焱 , 2017 )



Giudizio: 7.5/10

Se è vero che la cinematografia cinese, soprattutto negli ultimi due anni, ha privilegiato le grandi produzioni, i blockbuster, le coproduzioni faraoniche che hanno permesso al mercato cinese di raggiungere ormai i livelli di quello americano e indiano, è altrettanto vero che , seppur stritolati dai lavori mainstream e ad alto budget, i cineasti indipendenti hanno trovato comunque il modo di mantenere una qualità elevata delle proprie opere, anche grazie al decisivo apporto di produzioni europee (francesi in primis) o al patrocinio di Festival , quale quello di Busan , ad esempio, che offre un importante appoggio a questo Silent Mist, quarto lavoro di Zhang Miaoyan.
Presentato proprio al Festival che si svolge nella città coreana, il lavoro di Zhang è una affascinante e al contempo dura disamina della società cinese  contemporanea, uscita profondamente trasformata dal passaggio tra collettivismo e sfrenato individualismo.
Zhang decide di raccontare un brandello di storia della Cina rurale di provincia, attraverso un racconto che si tinge di thriller, all'interno del quale però sono insite tenacemente tematiche sociali e politiche.


Lo sguardo del cineasta cinese è alquanto originale grazie ad una serie di scelte tecniche e narrative molto personali che conferiscono all'opera una impronta senz'altro autoriale tutt'altro che fine a se stessa.
Già la lunga scena iniziale introduttiva è un piccolo saggio di cinema: dapprima un piano sequenza da una barca che percorre il fiume su cui si adagia la cittadina, poi un altro lunghissimo piano sequenza in cui la macchina da presa segue da presso dapprima un uomo con uno strano mantello, poi una giovane donna, quindi due studentesse  lungo i porticati che fiancheggiano il fiume tra banchi che espongono svariate specialità culinarie.
Una introduzione che anche grazie alla fioca luce che illumina la scena e alla leggera nebbia che sale dal fiume ci porta nel centro della storia, ispirata a fatti realmente accaduti e incentrata su una serie di aggressioni a sfondo sessuale subita da alcune giovani donne.
Nottetempo lo stupratore seriale compie il suo gesto esecrabile in una città che sembra avvolta da una nebbia che non è solo quella del fiume , ma soprattutto quella che circonda la popolazione che con la sua acida omertà e acrimonia offre riparo alle gesta dello stupratore.

mercoledì 22 novembre 2017

Men Don't Cry ( Alen Drljevic , 2017 )




Men Don't Cry (2017) on IMDb
Giudizio: 8/10

In un isolato albergo deserto da fuori stagione tra i monti della Serbia a vent’anni ormai dalla fine delle guerre balcaniche un gruppo di reduci appartenenti alla varie fazioni che si combatterono si ritrovano per un programma riabilitativo tenuto da una organizzazione umanitaria. 
Il tutor del gruppo è uno psicologo sloveno cui è affidato il compito di tentare di guarire le ferite interiori che gli uomini si portano dentro.
Il gruppo è eterogeneo non solo per provenienza etnica , ma anche per età e provenienza sociale: ci sono ex combattenti croati e serbi, musulmani bosniaci che hanno conosciuto la tortura, mutilati  e invalidi che portano sul corpo, oltre che dentro di sé, i disastri della guerra.
Attraverso esercizi ludici apparentemente infantili, sedute di autocoscienza e vere e proprie confessioni di episodi atroci che vengono riprodotte come in una tragica recita, lo psicologo inizia il suo faticosissimo lavoro, perché, dopo vent’anni le tensioni tra gli appartenenti alle varie fazioni sono lungi dall’essere sopite: cetnici, ustascia, muslim sono i termini dispregiativi con cui serbi, croati e bosniaci vengono appellati e nelle sale dell’albergo questi termini ancora vengono urlati con rabbia e violenza.


Momenti di rimembranze drammatiche e scatti di violenza si alternano nel difficile lavoro dello psicologo , e anche quando grazie all’alcool che il gruppo si procura la tensione sembra svanire , il gioco da ubriachi, come bambini irruenti si trasforma in una parodia della guerra in cui invece dei proiettili e delle bombe volano tovaglioli, cuscini e suppellettili vari lanciati tra insulti gridati con la voce impastata dall’alcool.
I racconti delle esperienze personali della guerra sono atroci e lungi dal portare a una riconciliazione spesso alimentano la rabbia e il rancore.

venerdì 17 novembre 2017

And Then There Was Light [aka Hikari] ( Omori Tatsushi , 2017 )



Giudizio: 7/10

Un lungo prologo apre il racconto di Hikari, ultimo lavoro di Omori Tatsushi, presentato alla Festa del Cinema di Roma: in una piccola isola dell'arcipelago giapponese vivono quelli che sono i tre giovani protagonisti del film, Noboyuki, il più giovane Tasuku che tartassato da un padre violento vede nel primo una sorta di modello e di ancora di salvezza e Mika una giovane piuttosto spigliata di cui Noboyuki è innamorato.
Un ambiente naturale che sembra permeare di una strana e a tratti conturbante spiritualità l'isola ,viene spazzato via una notte dalla violenza di uno tsunami che i tre, salvandosi , vedono arrivare dalla cima di una collina dell'isola.
Venticinque anni dopo i tre hanno intrapreso vie diverse: Noboyuki è sposato , ha un buon lavoro, una donna ( che lo tradisce) e una figlia; Mika è diventata una attrice e Tasuku vive invece nell'indigenza lavorando saltuariamente. Le loro vie si sono insomma separate da un pezzo almeno fino a quando Tasuku, rintraccia i due ricattandoli affinchè lui mantenga sepolto un segreto che li riguarda.


Questo riemergere del passato lontano ha su tutti e tre i personaggi un effetto devastante: il passato, attraverso il legame in alcuni aspetti persino ossessivo, un episodio violento del quali i tre sono stati protagonisti o spettatori diventa un abbraccio mortale di interdipendenza nel quale dovranno muoversi.
Se la Festa del Cinema di Roma non è drammaticamente naufragata sotto il peso di film piatti, convenzionali e moralmente perbenisti e consolatori, il merito va di certo ai due esponenti della cinematografia giapponese ( gli unici provenienti dall'Estremo Oriente) che se non altro hanno buttato sullo schermo della rassegna storie tutt'altro che buoniste, giocando entrambi ( l'altro ricordiamo è il bellissimo Birds Without Names di Shiraishi Kazuya ) su tematiche abbastanza simili: la forza del passato che tende sempre a tornare , i legami interpersonali, la drammatica interdipendenza che questi creano quando si instaurano su persone fragili.

The Villainess ( Jeong Byeong-gil , 2017 )




The Villainess (2017) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Accolto a Cannes, dove è stato proiettato in anteprima fuori concorso, con gran favore dal pubblico, The Villainess è il prototipo del film coreano di grande impatto, di sicuro successo commerciale che attira anche i gusti del pubblico occidentale perchè riesce a rinvigorire ulteriormente il filone dell'action movie che da qualche anno vede la Corea come probabilmente il paese leader del genere.
Il racconto parte indietro negli anni e si focalizza su Sook-hee una giovane sino-coreana che rimasta ben presto orfana viene presa sotto la sua protezione da un malavitoso che la addestra a diventare una killer spietata. 
Quando al termine di una convulsa e spettacolare scena iniziale, nella quale ci sembra di essere nel pieno di un videogame sparatutto, la ragazza viene catturata dalla polizia, una agenzia segreta governativa si occuperà di costruire per lei una nuova identità, non senza averla prima  ulteriormente addestrata in maniera intensiva per renderla una killer infallibile.


Terminato il periodo di addestramento durato anni, nei quali la donna dà anche alla luce una figlia (della quale diciamolo subito non si capisce con assoluta certezza la paternità, al di là delle versioni ufficiali) Sook-hee viene reinserita nella società come una cellula dormiente, pronta all'azione nel momento del bisogno. Alle sue calcagne, come ogni killer professionista che si conviene, viene posizionato un giovane agente  che deve tenerla d'occhio, ma come spesso succede in questi casi, i due si ritrovano attratti, complicando le cose.
Quando dal passato della donna riemergono come fantasmi personaggi ormai dimenticati e sepolti, Sook-hee si troverà schiacciata inevitabilmente tra il suo ruolo di killer , la vendetta, la speranza di un futuro che scacci via ogni ombra  e un passato che si rivelerà diverso da come lei lo credeva.
Per poter valutare correttamente The Villainess bisogna assolutamente scindere quelli che sono i due filoni dei quali si compone: da una parte il thriller, intriso di vendetta e di violenza e dall'altro l'action movie che in diversi frangenti diventa preponderante nella pellicola.

giovedì 16 novembre 2017

Le donne e il desiderio [aka United States of Love] ( Tomasz Wasilewski , 2016 )




United States of Love (2016) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

La Polonia dei primi anni 90, il primo paese oltre cortina a godere dei frutti della esperienza di Solidarnosc prima e della caduta del Muro di Berlino poi, è lo sfondo non soltanto iconografico del lavoro del giovane regista Tomasz Wasilewsky, premiato a Berlino nel 2016 con l'Orso d'argento per la migliore sceneggiatura.
La contestualizzazione del periodo storico ha grande importanza nel film, sebbene esso, di fatto, sia un racconto multisfaccettato con al centro quattro donne che in misura differente si incrociano tra loro nonostante il legame narrativo non esista.
Le quattro donne sono Agata, che stanca di una vita di coppia grigia si infatua di un giovane prete della parrocchia vicina, scatenando in lei un turbamento erotico potente, Iza una direttrice di una scuola , donna autoritaria e nevrotica, che intrattiene una relazione clandestina con un medico la cui moglie è appena morta e la cui figlia frequenta la scuola dove lavora la donna, Renata una insegnante che lavora nella medesima scuola di Iza, ormai vicina alla pensione e che subisce il fascino della giovane vicina di casa Merzena, sorella di Iza ex reginetta di bellezza in cerca di rilancio.


Appare chiaro dalla breve sinossi come stavolta il titolo italiano sia ben più significativo e aderente rispetto a quello internazionale: Le donne e il desiderio è infatti anzitutto un dramma delle pulsioni che animano le protagoniste della storia, ma attraverso esso Wasilewsky, che ha spesso ripetuto che il film ha una tocco autobiografico se non altro nell'ispirazione dei personaggi, vuole ripercorrere quel periodo storico fondamentale nella storia della Polonia.
Se da un lato la libertà acquisita permetteva di indossare gli agognati jeans americani, fumare le sigarette occidentali, ascoltare la musica alla moda, seguire le mode dell'occidente, dall'altro i polacchi vivevano un momento di grandi incertezze sul futuro, liberi sì dal giogo ma ora, soli davanti alla società.

lunedì 13 novembre 2017

The Body [aka El Cuerpo] ( Oriol Paulo , 2012 )




The Body (2012) on IMDb
Giudizio: 8/10

Il corpo cui si riferisce il titolo, autentico protagonista almeno della prima metà del film, è quello di Mayka, affascinante, se pur non più giovanissima, e importante imprenditrice del settore chimico farmaceutico che di ritorno da un viaggio di affari in America muore improvvisamente in casa sua di infarto.
Dopo poche ore essere stato trasportato nel centro di medicina forense per essere sottoposto ad autopsia, il cadavere sparisce: il fatto viene scoperto perchè il guardiano dell'obitorio in fuga in preda al terrore viene investito da un auto sulla strada attigua al bosco in cui si trova l'edificio.
A condurre le indagini è incaricato Jaime, ispettore di polizia di provata esperienza seppur dalla personalità alquanto disturbata in seguito al trauma della moglie morte in un incidente stradale avvenuto dieci anni prima mentre i due con la figlioletta di 7 anni tornavano a casa di notte.
All'obitorio, che diventerà il proscenio di quasi tutto il racconto, viene convocato Alex ,il giovane marito della vittima il quale sin da subito attrae i sospetti della polizia, anche grazie al suo comportamento tutt'altro che coerente.


Dietro la morte della donna , lentamente ma inesorabilmente , prendono forme una serie di situazioni che fanno di Alex il principale sospettato.
Ma quando piccoli episodi, trappole sparse qui e lì e messaggi oscuri sembrano ventilare l'ipotesi che Mayka in effetti possa essere ancora viva, Alex si rende conto che l'unica sua possibilità di salvezza è quella di dimostrare che la donna è ancora viva e che anzi è lei ad avere orchestrato la messinscena.
Costruendo un racconto intriso di tensione crescente, utilizzando non solo gli spazi claustrofobici e  tutt'altro che rassicuranti dell'obitorio, ma anche un pregevole gioco di luci fioche e tremule e ombre e di suoni, Oriol Paulo, alla sua opera prima, costruisce un thriller dal sapore antico ad impronta hitchcockiana, nel quale i tasselli sparsi (occhio ad ogni minimo particolare, anche il più insignificante) sembrano schegge impazzite che solo nel finale, grazie anche al classico colpo di scena, finiranno magicamente al loro posto.

martedì 7 novembre 2017

Borg McEnroe ( Janus Metz , 2017 )




Borg vs McEnroe (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

La rivalità tra Bjorn Borg e John McEnroe, pur non raggiungendo i livelli leggendari di altri dualismi sportivi, è comunque rimasta nell'immaginario collettivo degli appassionati di sport pur essendo ormai trascorsi quasi quaranta anni; in effetti la contrapposizione tra due tra i più grandi personaggi dello sport di tutti i tempi è durata di fatto solo tre anni duranti i quali i due incrociarono le racchette per 14 volte, in un tennis, va ricordato, che non aveva i ritmi di ora e la messe di tornei cui assistiamo ai giorni nostri.
La vera essenza del mito che permea questa rivalità non sta quindi tanto nella sua durata nel tempo, bensì nella contrapposizione tra due campioni che erano sul campo uno l'esatto contrario dell'altro: in sostanza era l'eterna lotta tra Genio e Spaventosa Metodicità; lo sregolato insolente e a tratti odioso maleducato John contro il perfetto, immutabile macchina da vittorie, emblema della freddezza Bjorn.


Il regista danese Janus Metz, qui alla sua opera prima dopo una onesta carriera di documentarista, regista di serie tv e di corti, pone al centro del suo racconto le due figure leggendarie del tennis in un momento ben preciso: il torneo di Wimbledon del 1980 che scrisse nella storia il nome di Borg , primo, ed unico per vari decenni, vincitore del torneo per cinque volte consecutive.
Partendo dai giorni in cui si svolse quel torneo che è rimasto nella memoria di tutti e che culminò nella finale tra i due , un match che andava oltre la semplice rivalità sportiva ammantandosi quasi di trascendentale, il regista ci racconta le personalità dei due atleti , grazie a rapidi e ben incastonati flashback, sin dall'infanzia per proseguire con i primi passi nel mondo del tennis.
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