venerdì 21 settembre 2018

Un affare di famiglia [aka Shoplifters] (Koreeda Hirokazu , 2018 )



Shoplifters (2018) on IMDb
Giudizio: 8/10

Con la conquista della Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes anche Koreeda Hirokazu entra finalmente nell'Olimpo dei grandi registi contemporanei: 27 anni di carriera da cineasta caratterizzati da 18 lavori trovano il loro riconoscimento a livello di grande rassegna cinematografica e di pubblico più vasto grazie a Un affare di famiglia; e come spesso accade, soprattutto per gli autori orientali, vedi Lav Diaz l'anno scorso alla Mostra Cinematografica di Venezia, il riconoscimento non arriva di certo col migliore film della vasta cinematografia dell'autore giapponese.
Un affare di famiglia, titolo molto poco convincente scelto per la distribuzione italiana, è lavoro che presenta molte delle tematiche care a Koreeda, seppur trattate e sviluppate con una spontaneità e una originalità inferiore ai suoi migliori lavori.


In una casa tradizionale giapponese fatiscente della periferia vive un curioso nucleo famigliare composto da una anziana donna , due sue nipoti, il convivente di una di esse ed un ragazzino senza genitori; sbarcare il lunario non è semplice perchè l'unico vero introito sicuro è la pensione della anziana donna, visto che gli altri componenti della piccola comunità svolgono lavori precari e ben poco retribuiti, motivo per cui la pratica del taccheggio nei negozi è diventata una metodica di sopravvivenza. Proprio al ritorno da una di queste spedizioni  l'uomo ed il ragazzino trovano per strada una bambina abbandonata e infreddolita cui offrono riparo nella loro casa.
La ragazzina porta addosso i chiari segni di maltrattamento oltre che psicologici anche fisici e quindi diventa ben presto un nuovo membro della famiglia, visto che nessuno ne ha denunciato la scomparsa e la ragazzina tutto vuole tranne che tornare dai suoi genitori.
Con una notevole maestria nel muovere la macchina da presa negli angusti spazi della casa Koreeda ci mostra sprazzi di vita di questo gruppo di persone, mettendoci un po' alla volta a conoscenza delle dinamiche che li hanno spinti a condividere lo stesso tetto, nonostante la mancanza di un vero legame famigliare: le giornate passano tra le difficoltà che una famiglia indigente incontra in una società come quella giapponese e i momenti di allegria fatti di piccoli gesti di pura e semplice umanità ed empatia, fino a quando a forza di scavare piano con una narrazione sempre misurata e in seguito ad un evento imprevisto le verità che si celano dietro le storie personali vengono drammaticamente a galla.

venerdì 18 maggio 2018

Dogman ( Matteo Garrone , 2018 )




Dogman (2018) on IMDb
Giudizio: 9/10


L’idea originale di Dogman, l’ulimo lavoro di Matteo Garrone, risale a circa quindici anni, un progetto sul quale il regista ha più volto accelerato per poi frenare e lasciarlo quasi nell’oblio; sebbene impegnato nella realizzazione della sua personale rivisitazione della fiaba di Pinocchio, Garrone ha finalmente dato forma alla sua opera , in tempo per essere portata sulla Croisette, dove il regista romano ha già raccolto due riconoscimenti importanti con Gomorra e con Reality. 
L’accoglienza a Cannes è stata entusiastica, nonostante la critica non si sia dimostrata compatta nel giudizio, ma Dogman è senza dubbio un grande film, un lavoro che ci riporta indietro nel tempo, che presenta molte più affinità con L'imbalsamatore piuttosto che con il più recente Il racconto dei racconti, ultima fatica prima di Dogman appunto.
Garrone prende spunto, come fece con L'imbalsamatore, da un fatto di cronaca avvenuto ormai circa 30 anni orsono, tra i più efferati e raccapriccianti della cronaca nera romana e non solo, ma al contempo ricco di una tragicità epica: il delitto compiuto dal Canaro della Magliana a conclusione di una storia nata e cresciuta nello squallore della periferia romana.
Va detto che il riferimento è molto libero e il film non ha alcuna intenzione di presentare una cronaca storica o una ricostruzione degli eventi, piuttosto attinge a quella tragicità da opera classica greca contenuta nel fatto di cronaca per costruire un racconto di violenza, sopraffazione, vendetta e redenzione.


Marcello è un uomo dimesso e dall’apparenza mite che gestisce una toilettature per cani in un contesto che sta a metà strada tra la periferia degradata ed il paesone dove tutti si conoscono; le sue passioni sono la figlia che vive con la madre da cui è separato e i cani verso i quali mostra una attenzione ed un affetto smisurato.
La sua indole mite e dimessa lo porta ad esser benvoluto da tutti e al tempo stesso ad essere incapace di sottrarsi dalla amicizia pericolosa con il bullo di quartiere, Simoncino , un ex pugile violento, drogato, che spesso lo coinvolge nei suoi loschi affari e che tutto il quartiere detesta per la sua condotta.
Nonostante ciò , e per la sua indole, Marcello considera Simoncino comunque un amico, almeno fino a quando dopo ripetute angherie subite, essendo finito in galera pur di non tradire l’amico, al ritorno a casa va a bussare alla porta del bullo chiedendo che il suo silenzio venga riconosciuto e che possa entrare in possesso della parte stabilita del bottino del furto nel quale era stato coinvolto.

sabato 12 maggio 2018

Loro ( Paolo Sorrentino , 2018 )




Loro 1 Loro 1 (2018) on IMDb

Loro 2 Loro 2 (2018) on IMDb


Giudizio: 6/10

La scelta di proporre nelle sale Loro, ultima fatica di Paolo Sorrentino, in due parti appare francamente incomprensibile:  rifiutando l’ipotesi da qualcuno ventilata di una trovata al limite del truffaldino ( 2 film sono meglio di uno al botteghino…), l’unica spiegazione plausibile può essere la idiosincrasia del pubblico per tutti quei lavori cinematografici che superino le due ore di durata; propinare una pellicola di poco meno di quattro ore probabilmente sarebbe stato un suicidio commerciale cui nessuno ad oggi , a maggior ragione nel panorama italiano, sembra disposto a sostenere.
Sta di fatto che Loro è opera unitaria che non può essere giudicata in maniera compiuta nella sua bipartitura.


I fatti raccontati da Sorrentino, con la premessa che quello a cui assistiamo vorrebbe essere un connubio tra realtà e fantasia che produce l’opera d’arte, si riferiscono al periodo che va dalla strettissima sconfitta di Berlusconi alle elezioni del 2006, dopo cinque anni di governo, fino a poco dopo la vittoria nelle elezioni del 2008, seguita alla caduta del Governo di centrosinistra grazie alla fuga di alcuni senatori della maggioranza.
Ma il connotare storicamente l’epoca dei fatti narrati è semplice riferimento temporale perché all’interno del racconto , proprio grazie al ricorso a personaggi e situazioni di fantasia ( ma neppure tanto), gli eventi sembrano affastellarsi in maniera disinvolta, di certo come non si addice ad un film biografico o storico o tanto meno politico.


Loro è ( o vorrebbe essere) per Paolo Sorrentino quasi uno spaccato di costume, il concretizzarsi di una stile di vita, un ritratto più dell’uomo e delle sue contraddizioni che del politico e dell’imprenditore.
Per tale motivo la sinossi risulta praticamente inesistente, oltre che inutile, meglio procedere per capitoli.
LORO - L’inizio sembra una estensione temporale del suo fortunatissimo La grande bellezza: Gambardella lascia il posto a LORO, la corte dei miracoli che si muove intorno, come cerchi concentrici rigidamente divisi, a LUI, che però per la prima ora non vediamo mai e non sentiamo neppure mai nominare.

martedì 8 maggio 2018

The Empty Hands ( Chapman To , 2017 )




The Empty Hands (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10


Chapman To è da anni uno degli ospiti che riscuotono più gradimento al Far East Film Festival, dove raramente è mancato un film che lo vedesse protagonista; anche quest’anno l’attore e regista di Hong Kong, una delle figura cinematografiche che difende con maggior forza l’identità culturale della ex colonia britannica, ha fatto tappa alla rassegna udinese con un lavoro, The Empty Hands, che lo vede autentico factotum: regista , attore , produttore , sceneggiatore in coppia con Erica Lee e perfino action director.
Ciò che colpisce maggiormente in questo secondo lavoro da regista di To è la sua profonda diversità rispetto alle commedie brillanti in cui il regista si è prevalentemente cimentato nella sua carriera e che hanno contribuito a fare di lui uno dei personaggi più simpatici del cinema orientale.
The Empty Hands è infatti lavoro che contiene sì diverse stigmate del cinema di azione di Hong Kong, rivisitate però con una certa eleganza e con una particolare prospettiva personale.


Mari è una giovane donna di madre hongkonghese e di padre giapponese, che ha ricevuto da quest’ultimo una rigida educazione rivolta alle arti marziali nipponiche dopo che la madre li abbandonò entrambi. Alla morte del padre Mari si ritrova con il grande appartamento che il genitore usava come dojo, e dove  gli allievi scarseggiavano, avviato quindi ad un declino inesorabile.
Alla morte dell’uomo la ragazza scopre che la casa , sulla quale lei aveva già costruito progetti immobiliari per trasformarla in miniappartamenti, è stata lasciata per metà a lei e per metà a Keung, un ex allievo della scuola cacciato dal padre molti anni prima per indisciplina; alle proteste della ragazza Keung la richiama al rispetto delle decisioni del padre e dopo una fugace e agitata convivenza propone   a Mari di cimentarsi in un combattimento al termine del quale se fosse finita in piedi lui se ne sarebbe andato lasciandole la casa.

sabato 14 aprile 2018

Pity (Babis Makridis , 2018 )




Pity (2018) on IMDb
Giudizio: 8/10


Ogni mattina l’avvocato si sveglia, prorompe in un pianto e si prepara a vivere un’altra giornata scandita da gesti che cercano di alleviare la sua tristezza cosmica; la moglie è in gravissime condizioni in ospedale dopo un incidente e intorno a lui e al giovane figlio  si coagula quella forma di umana pietà da parte della vicina di casa, del proprietario della lavanderia dove porta gli abiti sporchi, di qualche conoscente che sempre con il medesimo tono gli esprime la sua vicinanza in quel triste momento.
In questo microcosmo fatto di autocommiserazione e di attenzioni pietistiche il nostro eroe tragicomico si sente a suo agio, al centro di una attenzione seppur molto formale.
Persino i figli di un uomo assassinato che si rivolgono a lui alimentano quell’aura di dolore e di pietà nella quale l’uomo si sente sempre più a suo agio: il pianto, l’espressione di dolore, la compassione offerta e richiesta diventano il suo mondo nel quale si muove con agio sempre più crescente.


Ma quando, in una scena geniale, viene chiamato in ospedale e lo vediamo immobile davanti al letto della moglie con il solito sguardo amimico ( Yannis Drakopoulos è semplicemente perfetto nel ruolo), con l’infermiera che piange siamo pronti alla escalation della sua ricerca di compassione ed invece pochi attimi dopo la moglie giace sana e guarita nel suo letto di casa; come continuare a farsi compatire, a ricevere ogni mattina la colazione della vicina di casa e le parole di conforto dal lavandaio?
Scoprire che il suo mondo fatto di piacevole tristezza sta per crollare è un duro colpo per l’avvocato: d’altronde per quale altro motivo merita di essere compatito visto che vive una bella vita agiata? La dipendenza da questa pietà prima donata e poi rimossa diventa insopportabile e in un crescendo di follia surreale l’uomo mette in piedi il piano perfetto per sentirsi compatito per sempre, nella sua abulia piacevole.
Pity, opera seconda del regista greco Babis Makridis, scritta insieme a Efthymis Filippou, lo sceneggiatore di alcune delle opere di Yorgos Lanthimos, è film sotto molti aspetti geniale che consente al regista di entrare di diritto nella cerchia di autori di quella New Wave cinematografica greca che sulla scia proprio di Lanthimos sta dimostrando una buona vitalità produttiva; dopo la sua premiere al Sundance la pellicola è transitata in svariati altri Festival tra cui Rotterdam ed Hong Kong riscuotendo buoni pareri dalla critica.

martedì 10 aprile 2018

The Third Murder ( Koreeda Hirokazu , 2017 )




The Third Murder (2017) on IMDb
Giudizio: 8/10

Dopo venticinque anni di carriera cinematografica che ha avuto momenti di altissima qualità e al diciassettesimo lavoro (compresi cinque documentari), Koreeda Hirokazu approda ad un genere mai sperimentato prima: The Third Murder è infatti una pellicola che si muove nel più classico sentiero del thriller giudiziario, orizzonte mai esplorato finora dal regista giapponese, ha visto la luce nell'ultima Mostra Cinematografica di Venezia e come svariate altre opere presenti alla rassegna ha subito l'onta di essere stata ignorata dalla giuria in favore di favolette spacciate per grande cinema.
Misumi ha già scontato più di venti anni di galera per un omicidio commesso, e finisce nuovamente in carcere accusato(si) di aver barbaramente ucciso il direttore della fabbrica presso cui lavora e di averne bruciato il cadavere spinto dall'odio per l'uomo che lo aveva licenziato e dal bisogno di denaro.
Sin da subito l'uomo si autoproclama colpevole rendendo una confessione piena con tanto di movente; la sua difesa viene assunta da Shigemori giovane avvocato, incidentalmente figlio del giudice che condannò Misumi trenta anni prima.


L'avvocato, ben corazzato dal proverbiale cinismo che sembra sorreggere la categoria, sembra quasi disinteressato a scoprire i  motivi che hanno condotto il suo cliente in carcere con una accusa che potrebbe portarlo al patibolo; per lui l'importante è trovare una strategia giudiziaria che eviti la pena capitale.
Quando però attraverso degli intensi confronti nella sala visite del carcere Misumi sembra volere modificare , aggiungendo ogni volta qualche particolare, la sua versione dei fatti, in Shigemori si innesta il tarlo di volere conoscere la verità che , man mano che ci si avvicina al processo, appare sempre più variegata e inafferrabile.
Viceversa, appurato il legame che unisce in qualche modo l'uomo alla famiglia del morto, quella verità che inizialmente vediamo gettata in faccia allo spettatore nella prima della scena del film, diventa sempre un qualcosa dai contorni labili e sfocati.
Nel finale, da vero e proprio legal thriller, la verità verrà a galla, forse...
Attraverso un percorso circolare che parte dal thriller, nelle sue varie forme, Koreeda giunge al termine ad un omaggio limpidissimo di Rashomon, improntato sul concetto filosofico di verità: le varie sembianze che essa può assumere in base allo svolgimento della storia , al suo squarciare veli e ricomporli, alla riflessione su chi è investito del ruolo di appurare la vera verità amministrando la legge.

sabato 7 aprile 2018

Brother Dejan ( Bakur Bakuradze , 2015 )




Brat Deyan (2015) on IMDb
Giudizio: 7/10

Dejan Stanic è un vecchio reduce delle guerre balcaniche, generale dell'esercito serbo, ricercato da anni per i suoi crimini di guerra, eroe nazionale per le frange del nazionalismo serbo che gli offrono protezione nella sua latitanza, personaggio che ancora qualche politico riciclato nella Serbia post bellica ascolta e protegge; la sua vita è un continuo spostarsi da un nascondiglio ad un altro, da una baita di montagna ad un appartamento segreto, solo qualche incontro clandestino col figlio; intorno a lui la solitudine, la fuga, l'attesa in compagnia della sua inseparabile pistola.
Dejan fugge da chi lo vorrebbe portare davanti al tribunale dell'Aja, fugge dal suo passato, probabilmente fugge anche da se stesso incapace di sopportare questo isolamento che si protrae da ormai un decennio.
Più che la galera che lo attende l'uomo teme il suo isolamento che ne ha fatto un fantasma, nessuno sa ufficialmente se sia vivo , come sostengono le autorità che gli danno la caccia, o se sia morto, come invece sostiene la famiglia nel disperato tentativo di allontanare da lui la galera.


Ma Dejan mantiene nel suo intimo l'autorità dura e spietata che il ruolo ricoperto gli imponeva: la realtà però ne ha fatto un morto vivente, soverchiato da un passato che solo in qualche piccolo frammento riaffiora, uno spettro che vaga nel suo inferno cercando solo il modo di non espiare davanti alla comunità i suoi peccati.
Il lavoro di Bakur Bakuradze è tutto incentrato intorno alla figura di Dejan Stanic, nei suoi movimenti lenti, nei suoi silenzi, nel suo sguardo arcigno, nei suoi sporadici sussulti di durezza militare; è un film silenzioso nel quale è il volto dell'uomo (magnificamente interpretato da Marko Nikolic) a parlare, il suo muoversi strisciando sui muri, il suo sopravvivere in maniera anonima e nascosta.
Facile leggere nella figura di Dejan quella di Ratko Mladic, il generale serbo in capo all'esercito serbo-bosniaco autore di alcuni tra i crimini più odiosi e raccapriccianti compiuti nei lunghi anni delle guerre balcaniche, arrestato nel 2011 e condannato dal Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia ed in effetti lo stesso regista ha confermato che l'ispirazione gli ha data proprio la vicenda personale dell'autore del massacro di Srebrenica.

mercoledì 4 aprile 2018

Radiance [aka Hikari] ( Naomi Kawase , 2017 )




Radiance (2017) on IMDb
Giudizio: 8/10


Come tradizione ormai fortemente consolidata, Naomi Kawase sceglie ancora il Festival di Cannes per presentare il suo ultimo lavoro, ricevendo il Premio Ecumenico della Giuria; la regista giapponese ormai da anni è una “creatura” del Festival francese anche perché quasi sempre i suoi film si avvalgono  del robusto contributo produttivo transalpino.
Radiance (titolo originale Hiraki) è un lavoro nel quale la Kawase cerca di assemblare il suo stile e le sue tematiche cariche di spiritualità con una forma narrativa più lineare che sia più comprensibile al pubblico, anche quello che non segue assiduamente il suo cinema; già negli ultimi lavori aveva oscillato tra opere più intime e personali come Still the Water e pellicole decisamente più lineari come Le ricette della signora Toku (titolo originale An ), ricevendo reazioni contrastanti soprattutto da chi è affascinato dalla sua integrità stilistica.
Radiance comunque è lavoro che pur cercando di compenetrare queste due esigenze presenta in maniera nettissima i tratti distintivi della regista.


La storia ruota intorno ad una giovane , Misako, che per lavoro scrive i testi delle versioni per  non vedenti dei film; durante una delle sessioni in cui un ristretto gruppo di non vedenti è chiamata a giudicare il suo lavoro per un nuovo film, fa la conoscenza con Nakamori, un fotografo un tempo famoso e ormai prossimo a perdere totalmente la vista; quest’ultimo accusa la ragazza di interpretare troppo le immagini e di non limitarsi a una semplice descrizione.
Sebbene irritata dal comportamento dell’uomo Misako prova verso di lui una attrazione essenzialmente spirituale, stimolata dalla tragedia incombente che lo sta colpendo: gli ultimi sprazzi di un senso che sta svanendo e con esso la luce.
La ragazza, che per una sorta di deformazione professionale, è abituata a descrivere tutto ciò che la circonda, può diventare per Nakamori il surrogato della vista che ormai svanisce, ma soprattutto il connubio tra i due diventa una ricerca di quella luce che non è soltanto quella del sole ( non a caso il riferimento al tramonto è reiterato nel film) ma soprattutto quella interiore capace di poter stimolare i sensi residui e rigenerare lo spirito.
Misako, alter ego di Nakamori, deve superare il dolore per la perdita del padre, scomparso nel nulla quando era ragazzina e la progressiva perdita della luce della mente della madre, avviata alla demenza: del padre le  rimane solo una foto scattata con un tramonto alle spalle e davanti ad un tramonto, insieme a Nakomori ormai totalmente privo di vista, le due anime trovano una congiunzione sorretta da una grande tenerezza.

lunedì 26 marzo 2018

Bad Genius ( Nattawut Poonpiriya , 2017 )




Bad Genius (2017) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Al Far East Film Festival di Udine del 2013 l'opera prima del regista thailandese Nattawut Poonpiriya fu una delle sorprese più belle e convincenti grazie ad un lavoro originale e per tanti versi rivoluzionario: Countdown , storia di amicizia e spacciatori evangelici portò alla ribalta l'indiscusso talento di un autore che fino ad allora si era occupato di TV commerciale e di video musicali.
Cinque anni dopo, l'opera seconda, che per una legge non scritta del Cinema , ma sicuramente veritiera, è sempre il più difficile banco di prova dopo un esordio promettente, conferma , seppur attraverso una produzione ben più ambiziosa e ad ampio respiro che l'ha proiettata ad essere il più grande successo del 2017 in Thailandia, che Poonpiriya è regista solido e capace.
Il suo Bad Genius infatti si struttura come un thriller sebbene con tinte meno dark rispetto al lavoro precedente e prende a prestito un evento realmente accaduto per raccontare una storia dal ritmo serrato che nasconde tra le pieghe riflessioni sociali e morali.


Lynn è una giovane brillantissima studentessa, prodigiosa soprattutto in matematica, il cui padre, insegnante, decide di iscrivere ad una scuola prestigiosa grazie ad una borsa di studio offerta alla ragazza in ragione dei suoi risultati ottenuti nella carriera scolastica.
Lynn è in effetti un genio della matematica e le sue doti emergono sin da subito; la prima compagna di scuola con cui fa amicizia è Grace, di certo non al suo livello come brillantezza di ingegno, cui però offre una decisiva mano per superare gli esami.
La fama della ragazza dilaga presto e di fronte alle richieste di aiuto Lynn non solo decide di creare un gruppo di studenti cui offrire aiuto, ma si rende conto che ciò le potrebbe fruttare anche un bel po' di denaro, anche perchè in Thailandia il sogno di emigrare per studio in qualche prestigiosa e costosissima università americana è uno dei più ricorrenti tra i giovani.
L'imbroglio insomma prende il via: niente pezzi di carta volanti o scritte sulle mani o foglietti infilati chissà dove; Lynn escogita un curioso metodo che vede come protagonisti niente meno che Mozart e Beethoven; infatti le risposte alle domande saranno trasmesse usando le mani come se fossero sulla tastiera di un pianoforte intente a suonare qualche brano classico.

venerdì 23 marzo 2018

Manhunt / 追捕 ( John Woo / 吳宇森 , 2017 )




Manhunt (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10

Dal 2008 , anno del suo ritorno cinematografico ad Hong Kong dopo la lunga parentesi hollywoodiana durata dieci anni, John Woo ha sempre accuratamente evitato di cimentarsi in quel genere action di cui è stato indiscusso maestro e costante punto di riferimento per molti autori; dopo avere affrontato la storia epica della Cina con La battaglia dei Tre Regni , il wuxia con Reign of Assassins e la storia recente con The Crossing finalmente ritorna a dirigere un action movie seppur sostanzialmente diverso da quelli che avevano dato lustro al genere hongkonghese.
Manhunt, infatti è sì un grande ritorno al cinema d'azione, ma sin dalla sua fonte ispirativa, un romanzo di Juko Nishimura e dalla scelta di girare tutto il film ad Osaka in Giappone, si intuisce subito che sarebbe tempo perso cercare le tracce di A Better Tomorrow o Bullet in the Head , semmai qualche sprazzo di The Killer si intravede in maniera però abbastanza lontana.
Il protagonista della storia, Du Qiu, è un brillante avvocato cinese che presta con successo la sua opera per una grande industria farmaceutica giapponese; dopo un party lussuoso tenuto dall'azienda in cui il proprietario annuncia di passare la mano della guida del gruppo al figlio e Du Qiu decide di lasciare l'incarico, quest'ultimo si ritrova nei guai perchè la mattina si sveglia nella su casa con un cadavere accanto al letto: la morta è una avvenente fanciulla dell'entourage del presidente della azienda e tutto lascia pensare che l'assassino possa essere l'avvocato, il quale riesce a darsi alla fuga braccato.


Entra a questo punto in gioco un poliziotto giapponese, Yamura, che da subito appare poco convinto della storia ufficiale con la quale è stato incastrato Du Qiu; all'inizio si aggregherà alla caccia all'uomo, ma quando è chiaro che c'è qualcuno che vuole l'avvocato morto diventerà il suo unico alleato, non senza essersi scambiati un bel po' di cazzotti prima.
Il nodo del giallo ruota intorno ad un processo in cui Du Qiu mostrò tutto il suo valore che verteva su un presunto caso di spionaggio industriale e parallelamente ad esso si intrecciano svariate storie ben poco pulite e che coinvolgono un po' tutti, compresa una straordinaria coppia di fanciulle killer.
Anche stavolta quindi il fuggitivo ha bisogno del poliziotto (e viceversa ) per portare a galla la verità.
Tutti i personaggi di Manhunt si portano dietro il loro macigno personale che si è creato dal loro passato: qualcuno cerca giustizia, qualcun'altro vendetta, altri ancora una redenzione impossibile e la storia si carica quindi di queste tematiche sempre molto care a John Woo.

mercoledì 21 marzo 2018

Blind Way / 盲道 ( Li Yang / 李杨 , 2017 )




Blind Way (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10


A dieci anni di distanza dal suo ultimo lavoro, Li Yang finalmente porta a termine la sua tribolata trilogia iniziata nel  2003 con Blind Shaft e proseguita nel 2007 con Blind Mountain, entrambi lavori di notevole spessore che avevano legittimamente creato grande attesa intorno al terzo capitolo che tra difficoltà varie, compreso il problematico rapporto del regista con la censura del , vede finalmente la luce nel 2017.
Dopo aver affrontato il tema dei lavoratori clandestini nelle miniere abusive di carbone e quello della schiavitù femminile nei primi due capitoli Yi Liang in Blind Way  rivolge lo sguardo alla tematica dei ragazzi mendicanti nelle grandi città schiavizzati da organizzazioni criminali dedite allo sfruttamento.
Il protagonista della storia è Zhao Liang , un tempo famoso cantante ed ora mendicante che si finge cieco per sbarcare il lunario, vendendo rosari buddisti e crocifissi  nelle strade della metropoli; nei lunghi corridoi della metropolitana Zhao incontra una ragazzina cieca (veramente) che elemosina con la quale dapprima cerca di entrare in società per poi sentire uno slancio di affetto e di protezione.


La ragazzina, Jing Jing, dapprima si mostra molto diffidente , ma quando intuisce che l’uomo potrebbe diventare la sua via di fuga dalla orrenda realtà diventa più docile accettando di rifugiarsi presso la sua casa.
Jing Jing è il prodotto di un infame traffico di ragazzini che i genitori hanno venduto a delinquenti che li sfruttano: la famiglia di contadini è un incubo per la ragazzina e i suoi nuovi padroni non sono da meno; quest’ultimi da parte loro non intendono certo rinunciare ad un importante fonte di profitto, così Zhao Liang si ritrova , suo malgrado, in una situazione pericolosa che però decide di affrontare spinto dal crescente affetto che prova per la ragazzina.
C’è qualcosa di drammatico nel passato dell’uomo e che spiega la sua caduta in disgrazia che lo sembra spingere verso una ricerca di redenzione che passa nella liberazione di Jing Jing dalla odiosa forma di schiavitù in cui si trova impigliata; il legame tra i due diventa ogni giorno più saldo, come può esserlo quello che si instaura tra due emarginati mossi dalla reciproca pietas.

domenica 18 marzo 2018

Steel Rain ( Yang Wooseok , 2017 )




Steel Rain (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10

Per il suo debutto cinematografico il regista coreano Yang Wooseok affrontò in The Attorney il tema dei diritti civili calpestati nell'epoca in cui i vari regimi autoritari che si susseguirono nel suo paese si distinsero in quanto a ferocia e costante violazione delle più elementari regole della convivenza civile.
Con Steel Rain , prodotto e distribuito da Netflix, suo secondo lavoro , lo sguardo del regista si posa su quello che probabilmente al momento è il tema più caro alla gran parte dell'opinione pubblica coreana: il rapporto con la Repubblica Popolare del Nord e il costante rischio di episodi bellici che possano sfociare in una guerra nucleare; sa da un lato c'è un legittimo e forte anelito ad una riunificazione, dall'altro il timore di una escalation militare in uno scacchiere bellico che già più di 50 anni orsono vide contrapporsi le superpotenze in una guerra che lasciò una scia di morte e la separazione tra le due Coree rimane una forte preoccupazione nella Corea del Sud fino a trasformarsi in una autentica ossessione.


Su queste tematiche opportunamente miscelate e affrontate utilizzando vari canoni cinematografici, Yang racconta la storia di due uomini divisi dal limite invalicabile che separa la Corea del Nord da quella del Sud ma uniti nello sforzo di evitare lo scoppio di una guerra nucleare che provocherebbe l'annientamento della penisola coreana.
Curiosamente i due uomini hanno lo stesso nome, Chulwoo e svolgono un lavoro per molti versi simile: quello del nord è un valido agente della sicurezza, quello del sud un funzionario importante della sicurezza del ministero degli affari esteri.
Proprio nel momento in cui in Sud Corea si svolgono le lezioni presidenziali, al nord si scatena una guerra intestina nel potere: generali golpisti che vogliono scatenare una guerra nucleare, altri che vogliono togliersi di torno il Leader Supremo, altri ancora che inseguono ambizioni personali; il Chulwoo del nord assoldato da una di queste fazioni, quella che appare essere quella lealista, si trova ad essere testimone dell'inizio del colpo di stato con un assalto dei golpisti ad una cerimonia in cui è presente il Presidente della Corea del Nord ( non è mai nominato ma il riferimento a Kim è fin troppo chiaro) che rimane gravemente ferito; sarà suo compito fuggire dalla Corea del Nord in fiamme, pronta a dichiarare guerra, e rifugiarsi al sud portandosi dietro il Leader ferito, in attesa di ricevere ordini.
A Seoul c'è il Chulwoo del sud che quasi per caso si troverà ad affrontare il nordcoreano e l'ingombrante ospite ferito.
Tra i due sarà dapprima l'unione di intenti tesa ad evitare la guerra e quindi una forma di simpatia reciproca a farne i protagonisti di un intrigo politico-militare la soluzione del quale decreterà le sorti dei due paesi.
Condividi