martedì 22 settembre 2009

Dopo il matrimonio ( Susanne Bier , 2006 )


Giudizio: 7.5/10
...e melodramma sia

Jacob vive in India, ha scelto di occuparsi di bambini abbandonati e lo fa tra milla difficoltà ma con grande slancio; quando arriva una proposta di un magnate danese che vuole investire in beneficenza è costretto a tornare in patria per cercare di convincerlo. Non sarà solo un viaggio di "affari" , troppe coincidenze sembrano indicare che ci sia un qualche disegno dietro, il suo sarà un ritorno alle origini , alla sua vita di venti anni prima, all'incontro con la donna che ha amato (ora moglie del magnate) e alla scoperta di una paternità sconosciuta (la figlia del magnate e della sua ex). Si troverà di fronte a scelte che interessano la sua scelta umanitaria e la sua sfera affettiva, rendendole dolorose e difficili.
Film di grande impatto emotivo in cui la Bier è bravissima a mantenere un equilibrio tale da evitare la caduta di stile nel polpettone fatto di lacrime e pianti. Sa leggere molto bene e con efficacia nei conflitti presenti e remoti che affliggono i protagonisti, li scruta fin quasi a perseguitarli con la telecamera a mano, mostra i loro equilibri instabili facili al crollo emotivo, penetra ossessivamente nei loro occhi, creando inquadrature suggestive cariche di espressività, ed infine mostra il lato artisticamente più vero del Dogma seppur con partecipazione e non con asettico distacco.
La sceneggiatura supporta prepotentemente il film ed il suo contorcersi su momenti di dolore, rabbia, tristezza, amore donandoci un finale consolante sì, ma con pudore e con il conflitto interiore tra chi deve scegliere tra gli affetti ritrovati e la sua filantropia.
Gli attori sono tutti all'altezza del film soprattutto il bravissimo Mads Mikkelsen (Jacob) e un superbo Rolf Lassgard nel ruolo di Jorgen , il magnate danese , vero perno di tutta la storia, grondante cinismo e opulenza ma nel profondo permeato di buonissimi sentimenti che si manifestano una volta svelato il suo vero progetto.
E' vero, si tratta di melodramma puro, ma narrato con classe e forza di penetrazione, in cui ogni gesto parla da solo e in cui la mano della regista è ben ferma sulle redini a tenere a bada la corsa. Il Dogma è ufficialmente morto, ma i risultati del suo grande potere artistico si vedono ancora a distanza di anni in coloro che si sono formati nell'ideale di un Cinema stilisticamente essenziale e formalmente libero da inutili orpelli.
A noi, in qualità di spettatori , non resta da fare altro che rimanere con gli occhi sullo schermo con il cuore in subbuglio e con le viscere che gridano dal profondo.

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