lunedì 7 settembre 2009

Vital ( Shinya Tsukamoto , 2004 )


Giudizio: 8.5/10
Il corpo che porta la vita

La vita affiora dal corpo sezionato, esplorato, violato fin nella sua più profonda intimità ed è una vita che si svolge in un altro luogo, all'aperto , in riva al mare ,fatta di danze dolorose e di tenerezza; è una vita che conduce all'essenza dell'amore quella che si impossessa di Hiroshi, studente di medicina e miracolosamente sopravvissuto ad un incidente stradale che gli ha tolto la fidanzata. E con la vita che sgorga torna anche la memoria persa , i ricordi e l'immagine di quel volto ora celato da un telo bianco mentre il corpo viene studiato e usato per la scienza. Toglierà quel velo Hiroshi avendo conferma di ciò che sospetta: quel corpo ormai delicatamente e rispettosamente usato è quello di Ryoko, la sua amata , che prima di morire , come estremo atto di altruismo, ha deciso di donare alla scienza.
E allora quel calarsi nel corpo in sala settoria porta Hiroshi a conoscere nel profondo la ragazza, a disegnarne un ritratto ideale, ad accettare la sua scomparsa; parallelamente vive con lei in uno spazio sovrannaturale che si arrichisce man mano che i ricordi tornano a galla; nulla lo allontana da ciò , neppure le morbose attenzioni di una collega di corso amante del sesso estremo.
La grandezza di Tsukamoto sta proprio in questo idealizzare ed esaltare il contatto fisico , come fine per trovare in chissà quale recesso l'animo della persona amata ; non c'è nulla di scientificamente morboso in quel sezionare muscoli, nervi e organi, il tutto ci appare come un momento di altissima poesia.
Il regista sembra aver abbandonato il cyberpunk grandioso dei suoi film precedenti, ma è ben lungi dal fare sconti: questo film è fatto di altissima poesia, ma anche di una durezza e di una incisività pari agli altri; qui dominano i colori che , come per il bianco e nero, vengono usati in modo mirabile: la vita immaginata ha i colori reali, molto caldi, tenui, la vita reale sembra filtrata con sfumature ora rosse , ora verdi, dando un senso di onirico; le parole servono a poco, parlano, quasi urlano le immagini, gli sguardi, i corpi.
Non credano i fautori del cinema "facile" di avere portato sulla loro sponda Tsukamoto, e non temano i suoi cultori di aver perso il loro paladino: questo è cinema di altissima qualità, non facile, senz'altro meno forsennato, ma che va dritto al bersaglio, creando vigorosi turbini di emozioni.

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