lunedì 22 febbraio 2010

Sunflower ( Zhang Yang , 2005 )

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La titanica lotta padre-figlio


E' una splendida epopea familiare che abbraccia oltre 30 anni di storia quella raccontata da Zhang Yang in questo bellissimo film, una descrizione attenta e reale dei difficili e contrastati rapporti tra un padre, artista per vocazione integralista, e un figlio che approderà all'arte per vie più tortuose, in perenne battaglia tra di loro.
Già la nascita di Xiangyang nel 1967, in un cortile abbellito da girasoli vangoghiani, possiede le stigmate dell'arte, così come i suoi primi passi verso cartoncini e pennelli.
Nove anni dopo ritroviamo il ragazzino intento in giochi e schiamazzi da cortile, cresciuto senza la guida del padre, nel frattempo internato in un campo di rieducazione dove le sue velleità artistiche saranno soffocate con la forza e la violenza fisica. Il ragazzo non conosce il padre e il suo ritorno a casa sarà vissuto come una intrusione; d'altra parte Gengnian, il padre, getterà su di lui tutte le sue aspirazioni artistiche frustrate, imponendogli lo studio del disegno e della pittura.
La ribellione dell'ormai giovanotto, dieci anni dopo, pervaso dall'amore per una bella fanciulla e dall'estro artistico un po' scapigliato, verrà spezzata dal padre che non intende minimamente recedere dal suo ruolo di giuida e mentore, anche a costo del crescente odio che il ragazzo sviluppa verso di lui.
Ed infine alle soglie del nuovo millennio, divenuto Xiangyang artista a tempo pieno, la presenza opprimente dei genitori rimane una costante nella vita del giovane, ancora adesso incapace di scrollarsi di dosso completamente la presenza del padre e della madre.
Il finale ricco di simbolismo e carico di commozione porterà tutti i protagonisti, padre e figlio anzitutto, ad una serena accettazione dei ruoli e della realtà.

In poco meno di due ore Zhang cesella intorno a questa storia uno sfondo storico-sociale grandioso, senza mai perdere di vista gli individui e le loro storie intime e private: si passa così dalla Cina rurale e arcaica ai ritratti di Mao, dalla radio che annuncia la morte del Grande Timoniere alla gogna per la Banda dei Quattro, dalla corruzione insita in ogni sfera della società agli albori del capitalismo in salsa comunista, dalla Pechino fatta di vecchie e fatiscenti case alle ruspe che divorano e ai grattacieli che inglobano un tessuto urbano retaggio del passato.
In questo spazio scenico-temporale si muovono le vicende della famiglia che interagiscono con le realtà sociali che la circondano senza mai perdere di vista le vicende umane. Il travagliato rapporto tra padre e figlio funge da filo conduttore del film: un padre testardo , orgoglioso, che non vuole piegarsi alla corruzione, minato nel fisico ma non nello spirito che trasferisce sul figlio tutte le sue aspettative artistiche andate deluse, che combatte usando anche mezzi biechi pur di raggiungere il suo scopo, salvo poi, una volta ottenuto, ritirarsi e scomparire, ammissione di sconfitta assoluta della sua figura di padre; un figlio che sin dal ritorno del padre vede la sua figura come una sorta di aguzzino intento solo ad inferiere e a tarpare le ali, che tenta la ribellione svariate volte, sempre soffocata dal suo ancestrale rispetto per la figura paterna e che solo alla fine, divenuto lui stesso padre, capirà i gesti di estrema protezione che il genitore ha avuto sempre verso di lui.
Il film possiede una grandiosità ed un respiro amplissimi, capace di scrutare nei rapporti umani con grande semplicità e di procede con piacevole fluidità, toccando spesso e volentieri le corde della commozione, quella vera che nasce dall'immedesimazione e dall'universalità del messaggio.
Nonostante l'ambiziosità del progetto, rimane una storia molto intima, raccontata senza falsità o facili orpelli strappalacrime, e proprio per tale motivo sa colpire emozionando, mostrando con lucidità e pathos la sempiterna, titanica lotta padre-figlio

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