sabato 1 marzo 2025

A Complete Unknown ( James Mangold , 2024 )

 




A Complete Unknown (2024) on IMDb
Giudizio: 8/10


James Mangold torna alla biografia musicale dopo Walk the Line, opera incentrata sulla figura di Johnny Cash, che raccontava un’altra leggenda della musica americana di tutti i tempi, con A Complete Unknown, un'opera che ricostruisce gli anni fondamentali della carriera di Bob Dylan, concentrandosi sulla sua ascesa nel panorama folk dal suo sbarco a New York nel 1961 fino  alla controversa svolta elettrica del 1965; più o meno lo stesso segmento temporale che Martin Scorsese  focalizzò nel suo documentario No Direction Home del 2005. 
Il film non è un semplice biopic cronologico, ma un ritratto intimo  di un artista che ha sempre sfuggito le definizioni, incorniciato da un'epoca di fermento culturale e rivoluzione artistica. 
Il film ha raccolto svariate nomination per i prossimi premi Oscar , con buone possibilità, secondo i bene informati, di portare a casa qualche statuetta.
Il film si apre con l'arrivo di Dylan a New York all'inizio degli anni Sessanta per incontrare il suo idolo Woody Guthrie che però  giace gravemente malato in ospedale; un ragazzo  con la chitarra e una visione ben chiara: archetipo del menestrello solitario che giunge in città con il desiderio di poter inserirsi nel vivace panorama artistico musicale del Greenwich Village. 
Timothée Chalamet, nel ruolo del giovane Dylan, incarna con sensibilità l'energia e il mistero del cantautore, alternando momenti di grande carisma a sprazzi di vulnerabilità. La performance dell’attore non si limita a un'imitazione: restituisce la complessità di un personaggio che, fin da subito, si muove tra autenticità e costruzione della propria immagine.
Il Greenwich Village è riprodotto con cura, sia nelle ambientazioni che nelle dinamiche tra artisti. Dylan si fa notare nei club fumosi e nei ritrovi bohémien, dove si guadagna l’attenzione di figure chiave come  Pete Seeger prima, personaggio centrale del panorama folk e di Joan Baez poi con la quale instaura un rapporto anche sentimentale e che durerà per tutta la vita seppure tra alti e bassi. 
Mangold evidenzia l’influenza che questi personaggi, insieme a Sylvie, alterego di Suze Rotolo,  hanno avuto sulla crescita di Dylan, mostrando al contempo il contrasto tra il loro idealismo politico e la crescente indipendenza artistica del giovane cantante. La relazione con Baez è uno dei fili narrativi più interessanti: il film non si sofferma sulla loro storia d’amore in senso tradizionale, ma piuttosto sulla tensione tra due artisti con visioni divergenti del folk e del ruolo della musica nella società.
Il cuore tematico del film risiede nella svolta elettrica di Dylan, culminata nel celebre concerto del Newport Folk Festival del 1965. Dopo aver conquistato il pubblico come un profeta del folk acustico, Dylan sorprende tutti imbracciando una chitarra elettrica e accompagnandosi a una band rock. Mangold costruisce questa sequenza con grande intensità: il boato della folla, le espressioni sgomente degli organizzatori e l’ostilità dei puristi del folk creano un’atmosfera carica di tensione. Qui il film esplora il concetto di evoluzione artistica e il peso delle aspettative del pubblico: Dylan, considerato il portavoce di una generazione, si ribella alla sua stessa immagine e sceglie di seguire la propria visione musicale.


Questo conflitto tra tradizionalisti e innovatori non è solo un episodio della storia della musica, ma una metafora dello scontro generazionale che caratterizzò gli anni ’60. 
In un periodo segnato da lotte per i diritti civili, proteste contro la guerra in Vietnam, guerra fredda che arriva ad un passo dal baratro e rivoluzioni culturali, Dylan incarna la figura dell’artista che si rifiuta di rimanere intrappolato nel passato e che mentre l'America è scossa dai fremiti di terrore per la crisi della Baia dei Porci a Cuba, canta nel locali del Village Masters of War. 
I puristi del folk, con il loro attaccamento alla canzone di protesta e alla tradizione popolare, rappresentano un mondo che fatica ad accettare il cambiamento, mentre la nuova generazione abbraccia l’energia trasformativa del rock. Questo scontro si riflette su scala globale: in quegli anni, la musica diventa il campo di battaglia di un’intera rivoluzione culturale, in cui il vecchio e il nuovo si confrontano aspramente in ogni ambito della società, e in cui progresso e tradizione sono ben lungi dall’essere due entità nette e separate, anzi spesso tendono a fondersi e sovrapporsi creando pericolosi corto circuiti.
Oltre alla trasformazione musicale, A Complete Unknown esplora la psicologia di Dylan e il suo rapporto con la fama in un contesto storico e sociale in rapido mutamento. 
Il film mostra il cantautore come un personaggio sfuggente, a tratti inafferrabile, schivo e quasi scocciato dall’affetto dei fans tanto da apparire  altezzoso , un uomo che sembra a disagio con il proprio mito, mentre l’America degli anni ’60 attraversa un periodo di profonde tensioni e cambiamenti. Il movimento per i diritti civili, le proteste contro la guerra in Vietnam e la crescente sfiducia nelle istituzioni influenzano il panorama musicale, trasformando la canzone folk in un veicolo di denuncia sociale. 
Dylan, inizialmente visto come il portavoce di una generazione ribelle, sceglie di sottrarsi a questa etichetta, rifiutando di essere intrappolato in un ruolo che non sente suo e che diventa, questo rifiuto di omologazione, uno dei punti fermi della sua carriera ( “Io non voglio diventare come loro vorrebbero che fossi” è il concetto che svariate volte in maniera più o meno esplicita Dylan afferma durante il film)
Chalamet riesce a catturare il distacco emotivo e la difesa costante di Dylan nei confronti del mondo esterno. La sua performance rende giustizia al carattere introverso del cantante, alle sue risposte sfuggenti nelle interviste, al desiderio di sottrarsi alle etichette e alle definizioni imposte dai media, in un periodo in cui la musica era un’arma di protesta e trasformazione culturale su scala globale.
Ma il film sottolinea anche come il talento e la genialità di Dylan non possano essere imbrigliati o controllati. L’artista appare come una figura liminale, sempre in bilico tra il mondo che lo circonda e una dimensione più astratta, nella quale la sua creatività diventa un flusso inarrestabile e inafferrabile. 

giovedì 27 febbraio 2025

Conclave ( Edward Berger , 2024 )

 




Conclave (2024) on IMDb
Giudizio: 5/10

Conclave di Edward Berger, incredibilmente selezionato nella categoria miglior film per la serata degli Oscar, si propone di immergere lo spettatore nei meandri segreti del Vaticano, raccontando l'intricato processo di elezione di un nuovo Papa. 
Diretto con ambizioni di thriller politico e morale, il film parte da un'idea potenzialmente interessante: rivelare le tensioni, i giochi di potere e le lotte ideologiche all'interno della Chiesa cattolica, attraverso il punto di vista del cardinale decano Thomas Lawrence, incaricato di supervisionare, il Conclave dopo la morte improvvisa di Papa Gregorio XVII. Tuttavia, se la prima parte del film riesce a costruire un’atmosfera carica di mistero e tensione, lo sviluppo successivo tradisce le premesse iniziali con una narrazione fiacca, stereotipata e priva di mordente.
La prima metà del film è senza dubbio la più riuscita. L’ambientazione solenne e austera del Vaticano è resa con grande cura visiva: i chiostri ombrosi, le stanze affrescate, la residenza di Santa Marta e la Cappella Sistina  contribuiscono a creare un’atmosfera di sospensione, quasi fuori dal tempo. 
In questa cornice, il film gioca bene le sue carte iniziali: intrighi sotterranei, votazioni incerte, conversazioni cariche di tensione morale e politica. I candidati al soglio pontificio incarnano diverse correnti della Chiesa: il liberale Aldo Bellini, il conservatore Joshua Adeyemi, il tradizionalista Joseph Tremblay e l’ultra-tradizionalista Goffredo Tedesco. 
Questa diversità offre uno spunto di riflessione interessante sui contrasti interni alla Chiesa e sulle direzioni che essa potrebbe intraprendere nel futuro.
In questa fase iniziale, il film riesce a costruire una tensione palpabile, giocando con il dubbio e l’incertezza morale. Il protagonista, il cardinale Lawrence, appare come una figura razionale e riflessiva, il cui compito non è solo quello di gestire il Conclave, ma anche di comprendere quali siano le vere intenzioni dei candidati e chi tra loro sia il più degno di guidare la Chiesa. 



Questo substrato morale, che sfida le certezze dogmatiche dei cardinali e li costringe a confrontarsi con le proprie ambizioni personali, è il punto più interessante del film. Peccato che questa tensione si disperda rapidamente nella seconda parte.
Se la prima parte funziona nel creare aspettative e nel delineare un intrigo avvincente, il resto del film spreca progressivamente ogni elemento di interesse scivolando in un finale quasi grottesco e quanto mai irreale che ha anche la pretesa di veicolare uno stantio e dozzinale messaggio. 
La narrazione si appiattisce in un procedere prevedibile, fatto di rivelazioni telefonate e personaggi che si riducono a semplici stereotipi. I cardinali, inizialmente introdotti con sfumature psicologiche interessanti, diventano presto delle caricature: il liberale idealista, il conservatore rigido, il tradizionalista oscuro, senza mai approfondire realmente il loro conflitto interiore o le loro reali motivazioni.
La tensione che il film aveva saputo costruire viene dissipata in una serie di colpi di scena che risultano forzati e poco credibili, fino alla comparsa , autentico deus ex-machina di un cardinale di cui nessuno conosceva l’esistenza giunto a bussare alla porta del Conclave.
Le dinamiche del voto, che avrebbero potuto essere il cuore pulsante della narrazione, si rivelano meccaniche e ripetitive, senza la suspense che ci si aspetterebbe da un thriller politico ben costruito. I dialoghi, invece di approfondire la complessità del dilemma morale alla base della scelta del nuovo Papa, spesso scadono in una retorica pomposa e priva di incisività.

mercoledì 26 febbraio 2025

Queer ( Luca Guadagnino , 2024 )

 




Queer (2024) on IMDb
Giudizio: 5.5/10


Luca Guadagnino affronta con Queer una sfida complessa e a quanto pare perseguita per anni: adattare per il cinema uno dei testi più personali e difficili di William S. Burroughs. Il romanzo dal titolo omonimo, scritto nei primi anni '50 ma pubblicato solo nel 1985, rappresenta un tassello fondamentale della letteratura beat, non solo per il suo contenuto esplicitamente omosessuale, ma per la sua natura frammentaria, febbricitante, ossessiva e drammaticamente visionaria. 
Il film, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, cerca di restituire l’essenza del libro con un rigore filologico che, tuttavia, finisce per limitarne l’efficacia cinematografica; come ogni opera di Guadagnino anche Queer ha creato una profonda divisione riguardo ai giudizi espressi dalla critica: capolavoro (o quasi) per qualcuno , deludente e scialbo per altri, confermando una caratteristica del cinema di Guadagnino capace di suscitare sentimenti diametralmente opposti.
Il protagonista della storia è William Lee , un alter ego trasparente di Burroughs, che vaga per  Città del Messico dove si è rifugiato per sfuggire alla legge americana che perseguita i tossicodipendenti, una pistola sempre nella fondina , in bella vista, come si fosse in un western metropolitano; passa il tempo con altri americani rifugiati oltre confine in locali per gay in cerca di avventure estemporanee almeno finchè non compare il giovane Gene Allerton ,  anche lui americano probabilmente in fuga anch’esso, uomo con cui intrattiene un rapporto ambiguo e irrisolto. 
Tra bar decadenti, stanze d’hotel impregnate di solitudine e un Sud America esotizzato ma mai realmente afferrato, il film segue il percorso errante del protagonista, accompagnandolo nella sua deriva esistenziale, che nella parte centrale prende una direzione autenticamente allucinata e visionaria, imperniata dalla ricerca nel Sud America di una pianta che aumenterebbe le capacità telepatiche.
Guadagnino opta per una trasposizione fedele, quasi reverente, del romanzo. I monologhi interiori di Lee, carichi di desiderio e disperazione, vengono tradotti in voice-over, e le situazioni ripetitive, quasi ossessive, in cui il protagonista cerca di catturare l’attenzione di Gene sono riproposte con una pedanteria che, se da un lato rispetta la struttura del libro, dall’altro rischia di appesantire il film. 
La fedeltà al testo, pur rispettosa, soffoca la possibilità di una vera reinterpretazione cinematografica, lasciando la pellicola priva di un’identità autonoma; l’impressione più forte che rimanda Queer è quella di un film confezionato con l’unica  finalità di esaltare il testo di riferimento e di farlo assurgere a soggetto cinematografico scintillante.
Uno degli aspetti più interessanti di Queer, sebbene non sviluppato compiutamente per la scelta quasi aprioristica della fedeltà al testo, è la sua esplorazione dell’ossessione amorosa come sintomo di una più profonda alienazione esistenziale. 
William Lee non è semplicemente innamorato di Gene: è ossessionato da lui, lo insegue con un bisogno che rasenta la dipendenza. Questa dinamica riflette il senso di spaesamento e di esclusione che Burroughs stesso provava, amplificato dal senso di colpa per la tragica morte della moglie Joan Vollmer, uccisa accidentalmente da lui in un gioco al bersaglio.



Accanto alla tematica del desiderio irrealizzabile, il film affronta il tema della dipendenza, sebbene in modo meno esplicito rispetto ad altri adattamenti di Burroughs (Il pasto nudo, di David Cronenberg, ad esempio, ne fa un elemento centrale). Qui la droga è più un sottotesto che un protagonista, uno status che il protagonista vive come simbolo del suo dolore interiore ,mentre il vero centro del racconto è il bisogno compulsivo di un altro essere umano, con il quale è impossibile stabilire una relazione soddisfacente.
Se la prima parte del film si concentra sull’ossessione amorosa e sulla deriva esistenziale di Lee, è nella parte centrale che Guadagnino introduce una dimensione più marcatamente allucinatoria e psichedelica. Mentre il protagonista e Gene si spostano verso l’interno del Sud America alla ricerca di una pianta con proprietà telepatiche, la narrazione si sfalda progressivamente, trasformandosi in un viaggio lisergico tra percezioni alterate e allucinazioni disturbanti.
Guadagnino utilizza effetti visivi come distorsioni dell’immagine, sfocature e una fotografia che vira su toni acidi e surreali per immergere lo spettatore nella mente frammentata di William Lee. Sequenze che mescolano realtà e immaginazione si susseguono in un crescendo ipnotico, con scene che evocano l’instabilità psichica del protagonista attraverso montaggi sincopati e bruschi cambi di prospettiva.
In questo frangente, il film riesce a distaccarsi per un attimo in maniera più netta dal rigore letterario per abbracciare un’estetica più libera, ispirata tanto al cinema sperimentale quanto all’opera di tanti registi che hanno fatto della psichedelia il loro credo cinematografico . 
Il viaggio psichedelico di Lee, segnato da incontri con personaggi enigmatici e simbolici, funge da metafora per la sua incapacità di distinguere tra desiderio e realtà, tra memoria e proiezione fantastica.

domenica 23 febbraio 2025

Io sono ancora qui [aka I'm Still Here , aka Ainda Estou Aqui ] ( Walter Salles , 2024 )

 




I'm Still Here (2024) on IMDb
Giudizio: 8/10

Walter Salles, regista di grande versatilità e sensibilità , oltre che animato di poderoso senso civico, capace di trasformare il dolore della storia in una narrazione personale e universale, ci regala con Io sono ancora qui un’opera intensa, tra le migliori della sua filmografia alla pari probabilmente di Central do Brazil, esempio di grande cinema neorealista moderno, che si immerge nel dramma della dittatura brasiliana degli anni '70. Il film, basato su eventi realmente accaduti e intriso di una memoria storica dolorosa, va ben oltre il semplice racconto di una scomparsa politica: diventa una meditazione sulla fragilità umana, sulla forza interiore e sulle ripercussioni sociali di un regime autoritario.
Ambientato a Rio de Janeiro nel 1971, Io sono ancora qui colloca lo spettatore in un periodo segnato dalla paura e dalla repressione messi in atto da un regime totalitario in perfetto stile America Latina anni 70-80.
La storia ruota attorno alla figura di Rubens Paiva, un ex deputato laburista la cui misteriosa sparizione diventa emblema delle violenze perpetrate dal regime militare: prelevato in casa senza alcuna spiegazione , trasferito nei famigerati centri semiclandestini di interrogatorio e di tortura, accusato di essere un fiancheggiatore di gruppi terroristi, irrintracciabile e scomparso come si addice ad un vero “desaparecido” la cui storia avrà fine solo decenni dopo , col ritorno della democrazia  in Brasile, che porterà finalmente alla conclusione dell’indagine che ne decretò la tortura e la morte  avvenuta subito dopo il suo prelevamento. 
La sua scomparsa non rappresenta soltanto una tragedia personale, ma diventa il simbolo del “desaparecido”, una delle tante vittime di una politica di silenzi e cancellazioni che ha segnato la storia politica del Brasile. Salles utilizza questo tragico evento per esplorare come il potere politico, armato di autoritarismo e terrore, riesca a penetrare in ogni ambito della vita civile, distruggendo legami, fiducia e speranze.
Al centro del film vi è l’analisi del clima politico che ha reso possibili atrocità sistematiche. L’opera denuncia la brutalità di un regime che, attraverso arresti arbitrari e sparizioni forzate, ha instillato un clima di terrore e sospetto. Walter Salles non si limita a presentare fatti storici, ma ci offre una riflessione critica su come il potere venga utilizzato per eliminare ogni forma di dissenso. 
La ricerca inesorabile della verità da parte di Eunice, moglie di Rubens, assume qui una valenza politica fondamentale: ogni documento ritrovato, ogni testimonianza raccolta diventa un atto di ribellione contro l’oblio imposto dal regime. In questo senso, la sua lotta si trasforma in un manifesto di resistenza, un invito a non dimenticare e a dare voce a chi è stato cancellato dalla storia ufficiale. 
Parallelamente al filone politico e civile , il film si poggia su quella che per tutta la prima parte appare come una storia famigliare, tra giornate in spiaggia, giochi dei ragazzini, pranzi, feste , fotografie, il ritratto insomma di una famiglia come tante negli anni 70 che furono duri non solo in Sudamerica messo sotto scacco da una serie di regimi totalitari spietati, ma per diverse ragioni anche in Europa ed in Italia in particolare.



Il film non si ferma alla dimensione politica, ma scava anche nelle ripercussioni sociali di un regime che divora il tessuto stesso della società. La famiglia Paiva viene rappresentata come un microcosmo in cui il dolore individuale si fonde con il trauma collettivo. La scomparsa di Rubens non è solo un fatto isolato, ma una ferita aperta che mina la coesione e la fiducia all’interno di un nucleo familiare e, per estensione, della comunità in cui vive. 
La paura e l’incertezza invadono ogni relazione: il tradimento, l’isolamento e l’autocensura sono elementi che emergono in modo struggente, rivelando una società imprigionata dall’angoscia e dalla sospensione del quotidiano. 
In questo contesto, Io sono ancora qui si fa portavoce delle storie di chi ha dovuto sopportare il peso della censura e dell’oppressione, rendendo palpabile la sofferenza di intere generazioni.
Nel cuore della narrazione si trova la figura di Eunice, autentica eroina  che col passare del tempo diventa la vera protagonista del film , personaggio di altissimo spessore civile e morale, interpretata con grande intensità da Fernanda Torres che pone una seria candidatura al premio Oscar come migliore attrice protagonista. 
La trasformazione della protagonista è il fulcro emotivo del film: all'inizio, Eunice appare come una donna intrappolata in un’esistenza segnata dalla perdita e dal silenzio imposto; la scomparsa del marito la lascia vulnerabile e disorientata. Tuttavia, con il procedere della storia, emerge il suo inaspettato coraggio: intraprende un percorso di autodeterminazione che la porta a confrontarsi non solo con il passato, ma anche con le ingiustizie che hanno segnato la sua vita, intraprende una infinita lotta civile volta al riconoscimento della morte del marito e di tutti gli scomparsi perseguitati dal regime. La scelta di abbracciare il dolore come strumento di verità e di giustizia rappresenta un potente messaggio di forza civile. In un ambiente in cui l’indifferenza politica cerca di cancellare le identità, la determinazione di Eunice a non lasciarsi inghiottire dall’oblio diventa un atto di ribellione e un simbolo della forza interiore umana.

lunedì 17 febbraio 2025

The Girl with the Needle ( Magnus von Horn , 2024 )

 




The Girl with the Needle (2024) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Siamo a Copenaghen nel 1919, sul finire della Grande Guerra; Karoline, una giovane operaia tessile, cerca di tirare avanti come può, dopo che il marito è partito per la guerra e non è mai più tornato; la fortuna sembra girare dalla sua parte quando il proprietario della fabbrica dove lavora si invaghisce di lei  e dal fugace rapporto ne esce incinta; ovviamente nella rigida e classista società dell’epoca , nonostante le promesse dell’uomo, il matrimonio non si farà mai grazie all’intervento della madre di lui che spegne ogni speranza nella giovane.
Senza risorse e in una società che non offre alcun sostegno alle madri nubili, si trova costretta a cercare aiuto. Disperata, si affida a Dagmar Overbye, una donna che gestisce un’attività illegale di adozioni, promettendo di trovare famiglie benestanti per i neonati non desiderati. 
La donna appare a Karoline come una insperata ancora di salvezza  salvo poi pian piano capire il tipo di attività che la donna svolge , cioè tenere le redini di una organizzazione che traffica  neonati macchiandosi anche di altri reati . Man mano che il rapporto tra le due donne si sviluppa, Karoline inizia a sospettare la verità e si trova di fronte a una scelta impossibile: restare in silenzio per salvarsi o cercare giustizia per le vittime innocenti. Il film segue il suo percorso tra il senso di colpa, la paura e il tentativo di spezzare il ciclo di violenza che si nasconde dietro le mura della città.
Presentato all’ultimo Festival di Cannes, ispirato ad eventi e personaggi reali , la pellicola è il terzo lungometraggio diretto dal regista svedese Magnus von Horn che ha collezionato numerosi riconoscimenti nei festival di tutto il mondo  e la nomination all'Oscar nella categoria del Miglior Film straniero.
L’ambientazione del film è uno degli elementi più suggestivi della pellicola. Siamo nel 1919, in una Copenaghen ancora segnata dalle ferite della Prima Guerra Mondiale. La società danese di quegli anni è scossa da forti disuguaglianze: da un lato, una borghesia che tenta di ricostruire il proprio benessere; dall’altro, una classe operaia allo stremo, fatta di donne e uomini che lottano quotidianamente per la sopravvivenza. Le condizioni di vita precarie spingono molte donne a scelte drammatiche, come la vendita dei propri figli a intermediari che promettono adozioni a famiglie più abbienti.
Il bianco e nero della fotografia non è solo un vezzo stilistico, ma un vero e proprio strumento espressivo: accentua il contrasto tra luce e ombra, tra speranza e disperazione, tra innocenza e colpa. Le strade fangose, i vicoli umidi e le stanze anguste della periferia industriale diventano il palcoscenico di una tragedia che si consuma tra silenzi e sguardi smarriti.
Al centro della narrazione troviamo due figure femminili potenti e tragiche, la cui interazione è il fulcro emotivo del film.



Karoline (interpretata da Vic Carmen Sonne) è una giovane operaia tessile che incarna la condizione delle donne proletarie dell’epoca. Quando scopre di essere incinta , a causa di una fugace relazione impossibile col padrone della fabbrica, il suo mondo già precario crolla definitivamente. Il marito è disperso in guerra e lei non ha alcun supporto economico né sociale, sebbene , come dimostra la prima scena del film, non le manchi certo la tenacia. La sua maternità, anziché essere un evento di gioia, diventa un peso insostenibile.
La figura della protagonista è straordinaria nel restituire l’angoscia di una donna intrappolata tra le convenzioni sociali e la cruda necessità della sopravvivenza. Il suo volto, spesso illuminato da luci fioche e instabili, è il ritratto della vulnerabilità: occhi pieni di terrore, gesti incerti, una voce che a tratti si spezza, un fantasma che spunta tra le brume scandinave.
Dagmar Overbye (interpretata dalla straordinaria Trine Dyrholm) è una figura diabolica e allo stesso tempo tristemente umana. Apparentemente una donna rispettabile, Dagmar gestisce un servizio di adozione clandestina, promettendo di trovare famiglie benestanti per i bambini indesiderati. Ma dietro questa facciata si nasconde un orrore indicibile che preferiamo non spoilerare sebbene il film non sia certo un thriller, semmai in alcuni momenti al climax della tensione si possa quasi configurare come un horror.
Dyrholm costruisce un personaggio complesso, che sfugge alla facile categorizzazione del “male assoluto”. 
Non si tratta di una semplice donna senza scrupoli, ma di una donna che, nel contesto disperato dell’epoca, ha trasformato il crimine in una sorta di impresa sistematica., una sorta di angelo pronto a liberare da un peso le persone che vorrebbero ma non hanno il coraggio di fare qualcosa ( in tal senso è emblematica la scena del processo in cui di fronte alle urla di odio che si sente addosso pronuncia la agghiacciante frase: “dovreste darmi una medaglia , perché io faccio quello che voi vorreste fare ma non ne avete il coraggio”). Il film lascia intravedere anche i fantasmi che la tormentano, le sue crepe emotive, il suo rapporto ambivalente con Karoline, che sembra risvegliare in lei un barlume di umanità soffocata, motivo per cui in alcuni  momenti la sua figura sembra perdere quell’aura di malefico in favore di una umanità forse grezza e tragica.
Uno degli aspetti più disturbanti del film è il modo in cui esplora la maternità non come un atto d’amore, ma come una condizione di vulnerabilità e dolore. Karoline e Dagmar rappresentano due facce della stessa tragedia: una donna che è costretta ad abbandonare il proprio figlio e un’altra che ne fa mercato. Il film pone domande inquietanti: quanto il contesto sociale influisce sulle scelte materne? Può una madre essere costretta ad abbandonare il proprio bambino per necessità e non per mancanza d’amore?

giovedì 6 febbraio 2025

The Brutalist ( Brady Corbet , 2024 )

 




The Brutalist (2024) on IMDb
Giudizio: 10/10

Brady Corbet torna alla regia con The Brutalist, trionfa a Venezia ottenendo un meritatissimo Leone d’Oro che diventa l’avvio di una messe di riconoscimenti ( compresa una decina di nomination per gli Oscar) come raramente si era visto negli ultimi anni: opera monumentale che esplora l'arte, il potere, la memoria e l'identità attraverso la vita di Laszlo Toth, un architetto ungherese sopravvissuto all'Olocausto e un cast stellare  con Adrien Brody , Guy Pearce e Felicity Jones, il film si pone come un riflessione ambiziosa sull'ambivalenza del sogno americano, sulle dinamiche di sfruttamento nell'arte , sul peso del passato, ma soprattutto come un gigantesco racconto che racchiude in sé tutte le vicende del XX secolo, strutturandosi come un opera maestosa, dal sapore antico, intrisa di quella  magnificenza propria del Cinema eroico, quello che negli anni 50 e 60 ha costruito il sogno su cellulosa di milioni di persone.
La pellicola segue la vita di Laszlo Toth ( personaggio di finzione), un brillante architetto ebreo ungherese che emigra negli Stati Uniti, raggiungendo un cugino emigrato già da anni, dopo essere sopravvissuto ai campi di sterminio  alla fine della Seconda guerra mondiale mentre la moglie rimane bloccata in Europa in attesa di raggiungerlo. 
Il film copre un arco temporale di circa trent'anni, raccontando le difficoltà di inserimento in una società americana apparentemente accogliente, ma in realtà segnata da pregiudizi, razzismo e discriminazioni. All’inizio la vita è difficile, la separazione dal cugino lo porterà a lavorare nei cantieri fino a quando incontrerà il magnate dell'industria Harrison Lee Van Buren che  sembra aprire a Laszlo una porta verso il successo e il ritorno alla sua arte, ma la loro relazione si trasforma rapidamente in un intricato gioco di potere che culmina in un drammatico confronto.
Il film alterna piani temporali diversi, utilizzando il formato VistaVision per creare una narrazione epica e senza tempo, in cui il passato di Laszlo continua a riecheggiare nel suo presente.
Il film inoltre si compone di un prologo, due atti e un epilogo che danno una struttura narrativa mirabile all’opera completa.
Parlare di The Brutalist senza eccedere in iperboli o in aggettivi superlativi non è facile, così come potrebbe non essere semplice seguire il film nei suoi 215 minuti di durata, ma questo è un'opera nella quale , va detto, non esiste un minuto che sia seppur minimamente superfluo, perché al suo interno c’è il racconto di un’epoca che diventa epopea nel suo carico di drammaticità.



L’inizo del film, un prologo di pochi minuti, mette già chiaramente i paletti su cosa dobbiamo aspettarci: Laszlo si muove in una moltitudine di persone, gomitate, spallate, urla , grida, in un miscuglio di lingue fino a quando il buio inizia a lasciare spazio ad un barlume di luce sempre più potente  e alla fine la prima immagine che vede Laszlo vomitato fuori dalla nave, e che vediamo anche noi, è la Statua della Libertà capovolta: Brady Corbet  in The Brutalist destruttura il mito del sogno americano, presentandolo come una promessa illusoria per chi non appartiene all'élite dominante, lo trasformerà in un incubo, sbriciolerà quella che è stata una illusione per molti e  il protagonista, pur essendo un genio dell'architettura, si scontra con le barriere sociali ed economiche che limitano la sua ascesa in una America del dopoguerra che è dipinta come un luogo di opportunità solo per alcuni, mentre gli emigrati devono lottare contro la diffidenza e il cinismo di una società che non ha ancora superato le sue contraddizioni interne, ma che già ha eletto il profitto e il dollaro a divinità pagana cui immolarsi.
Questa disillusione si manifesta non solo nelle difficoltà economiche e professionali di Laszlo, ma anche nell'umiliazione costante di dover accettare compromessi imposti da chi detiene il potere. Il personaggio di Harrison Lee Van Buren incarna il volto oscuro, l'altra faccia, del sogno americano: un uomo di successo che sfrutta il talento altrui, trasformando l’arte in un'arma di dominio, ma al tempo stesso un personaggio che soffre della sua inferiorità culturale, specchio dell’annoso complesso che pesa sulla schiena dell’americano rispetto all’europeo. 
Laszlo si trova così a vivere una doppia condizione di esilio: non solo come emigrato in una terra straniera, ma anche come artista costretto a sacrificare la propria integrità per sopravvivere, a subire umiliazioni sottili, quando non sfacciate, a dover scendere a compromessi con persone che chiaramente non possiedono le sue conoscenze maturate nella prestigiosa Bauhaus e quindi a dovere in qualche modo rinnegare il suo concetto di arte.
Uno degli aspetti più potenti di The Brutalist è il modo in cui la storia personale di Laszlo si intreccia con gli eventi del XX secolo, trasformando il film in una cronaca intima e universale al tempo stesso. La narrazione attraversa periodi storici cruciali: l’Europa devastata dalla guerra, l’affermarsi degli Stati Uniti, non distrutti dalla guerra, come paese dominante, l’industrializzazione forzata del dopoguerra, l’emergere di una nuova élite capitalista che modella l’arte e la cultura secondo i propri interessi, le persecuzioni subite dagli ebrei, il sogno della terra promessa che diventa realtà, salvo trasformarsi anch’esso in una tragedia, l’arte che sopravvive alla devastazione della guerra.
Il film non si limita a raccontare la vita di un uomo, ma diventa un affresco storico che evidenzia le dinamiche di potere e le ingiustizie che hanno segnato il secolo scorso. Attraverso il destino di Laszlo, lo spettatore assiste al tramonto delle illusioni di un'intera generazione di intellettuali e artisti emigrati, che hanno trovato in America non solo una nuova patria, ma anche un nuovo teatro di lotta per l'affermazione della propria identità.

sabato 1 febbraio 2025

Nosferatu ( Robert Eggers , 2024 )

 




Nosferatu (2024) on IMDb
Giudizio: 6/10

Robert Eggers, noto per la sua capacità di fondere storia e mito in narrazioni cinematografiche avvincenti, quasi un capostipite del folk horror grazie al grande successo ottenuto con la sua opera prima The VVitch ,affronta con il suo Nosferatu una sfida ambiziosa: reinterpretare un classico del cinema espressionista tedesco del 1922, diretto da F.W. Murnau, e confrontarsi con le successive rivisitazioni, tra cui quella di Werner Herzog del 1979.
Il risultato è un'opera che, pur rispettando le radici del mito, offre una prospettiva più contemporanea e sicuramente personale, nonostante ciò non significhi automaticamente la perfetta riuscita dell’opera.
Ambientato in un'Europa del XIX secolo ricreata con meticolosa attenzione ai dettagli, il film segue la storia di Thomas Hutter , inviato in Transilvania per concludere una vendita immobiliare con il misterioso Conte Orlok che vorrebbe acquisire un vecchio e malridotto maniero  nella città in cui vive con la moglie che appare ben poco propensa al viaggio del marito, il quale da parte sua pensa con questa operazione immobiliare di guadagnare una bella cifra che possa portare beneficio alla sua famiglia. 
Ben presto scopriremo quale è il progetto del Conte , alias Nosferatu, con tanto di contratto estorto al malcapitato Hutter che causerà il coinvolgimento della moglie Ellen il vero bersaglio del Conte.
Un prologo molto ben costruito ci aveva già messo sulla giusta strada mostrandoci come Ellen sia perseguitata dalla presenza di Nosferatu sin dalla giovane età.
Deciso a far rispettare il contratto il Conte sbarcherà in Germania portandosi dietro, bara, terra di sepoltura e una miriade di topi portatori di peste.
A differenza della versione di Murnau del 1922, dove Ellen appare più come una vittima sacrificale, in questa rilettura il suo ruolo è più attivo e sfaccettato, si poterebbe azzardare addirittura antesignano del femminismo. 
Il vampiro non è solo un predatore assetato di sangue, ma una creatura tragica che sembra attratto da Ellen per qualcosa di più profondo della semplice sete. Questa dinamica ricorda la rappresentazione del Dracula di Coppola, dove il vampiro è una figura tormentata dal suo stesso amore impossibile ed in effetti per certi versi e fatte le dovute considerazioni il Nosferatu di Eggers può essere interpretato come una grande, infinita e tragica storia di amore.
Uno dei temi centrali del film è il rapporto tra amore e morte, tra attrazione e distruzione:la figura del vampiro incarna da sempre il binomio tra desiderio carnale e paura della fine, un archetipo che Eggers sviluppa attraverso la relazione tra il Conte Orlok ed Ellen.



La tensione tra Orlok ed Ellen si manifesta in un sottile gioco di seduzione e repulsione, nel quale la giovane donna si trova divisa tra la paura e il fascino di questa creatura immortale. Eggers sottolinea questa tensione attraverso un uso evocativo delle luci e delle ombre, oltre che con una regia che accentua il senso di minaccia costante.
Nel film di Murnau, il vampiro rappresentava la peste, una minaccia che si diffondeva come un morbo, portando morte e decadenza nelle città. Anche Eggers riprende questa simbologia, ma in una chiave più psicologica e sociale.
Orlok non è solo il portatore di un contagio fisico, ma anche di un male metafisico , e quindi ben più potente,che si insinua nelle vite dei personaggi, portando con sé paranoia, superstizione e disgregazione sociale. La sua presenza distrugge non solo i corpi, ma anche le menti, insinuando il sospetto e il caos.
Il vampiro di Eggers, interpretato da Bill Skarsgård, è una creatura solitaria e malinconica, più vicina alla rilettura gotico-espressionista  di Werner Herzog   che al mostro senza anima del 1922 e in effetti quella ombra orrorifca che si staglia sulle pareti ,sulle case e sulla città, l’ombra delle sue mani adunche come artigli mortali ricordano non poco il Klaus Kinski di Herzog
Orlok non è solo un predatore, ma una figura tragica, condannata a un’esistenza eterna senza amore e senza possibilità di redenzione. Il suo desiderio per Ellen non è solo una fame fisica, ma una ricerca disperata di connessione e calore umano. Tuttavia, ogni suo tentativo di avvicinarsi porta solo morte e distruzione, rendendolo un emarginato e segregato della società e un simbolo della condanna dell’immortalità.
Eggers accentua questa dimensione tragica attraverso la fotografia cupa e le ambientazioni gotiche, che enfatizzano l’isolamento del vampiro nel suo castello decadente.
Il film esplora anche il contrasto tra razionalità e credenza nel soprannaturale. Thomas Hutter, il protagonista, parte per la Transilvania con uno spirito pragmatico e scettico, ma si trova presto immerso in un mondo dove le leggi della scienza non sembrano più applicarsi.
I contadini locali, con le loro leggende e superstizioni, non vengono presentati come semplici ignoranti, ma come custodi di un sapere antico che il mondo moderno tende a rifiutare. Il film suggerisce che la negazione del soprannaturale da parte della società occidentale potrebbe aver lasciato scoperti i suoi abitanti di fronte a minacce che vanno oltre la comprensione umana.

mercoledì 29 gennaio 2025

Grand Tour ( Miguel Gomes , 2024 )

 




Grand Tour (2024) on IMDb
Giudizio: 9/10

Miguel Gomes si conferma come uno dei registi più originali del panorama contemporaneo con Grand Tour, un'opera che mescola epoche storiche, linguaggi cinematografici e riflessioni sul tempo e sulla memoria. 
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2024 ricevendo il Premio per la migliore regia, il film si impone come una delle esperienze visive più ambiziose e affascinanti degli ultimi anni riportandoci in qualche modo alla memoria quello che rimane il film più ambizioso e più riuscito di Gomes , il colossale Arabian Nights.
La storia di Grand Tour è ambientata nel 1918 e segue le vicende di Edward, un funzionario dell'Impero britannico in servizio a Rangoon, in Birmania. Alla vigilia del suo matrimonio con Molly, l’uomo è colto da un improvviso senso di oppressione e fugge in un viaggio che lo porta attraverso diverse città dell’Asia: Singapore, Bangkok, Saigon, Manila, Osaka e Shanghai, sempre fuggendo non appena gli arrivi notizia che la sua promessa sposa è sulle sue tracce. Ma Molly non si rassegna alla fuga e decide di inseguirlo, trasformando la trama in un racconto di inseguimento amoroso che si sviluppa in modo frammentato e non lineare, con salti temporali e un continuo oscillare tra immagini d’epoca di finzione e immagini del presente in stile documentaristico; il film non si limita alla narrazione storica: la regia di Gomes sovrappone alla storia del 1918 immagini e suoni del presente, creando un continuo cortocircuito temporale. I protagonisti si muovono in ambienti che oscillano tra ricostruzioni storiche e paesaggi moderni, mentre la voce narrante si confonde con interviste e registrazioni contemporanee. Questa scelta stilistica conferisce al film un carattere quasi documentaristico, in cui il passato non è mai una dimensione fissa, ma qualcosa che si rifrange e si sovrappone al presente.
La fuga di Edward non è solo fisica ma anche esistenziale: il suo viaggio diventa una metafora del desiderio di evasione da un destino prestabilito, dal peso delle responsabilità e dalle convenzioni sociali. Il protagonista incarna l’ansia dell’uomo moderno, il bisogno di sottrarsi alla definizione imposta dall’autorità e dalle strutture del potere coloniale. In questo senso, il film esplora anche il tema dell’identità: chi è veramente Edward, se continua a scappare da sé stesso?
Molly, al contrario, rappresenta una forza opposta: la sua ricerca instancabile e testarda è un atto di determinazione, ma anche di autoaffermazione. Inseguendo Edward, in realtà, sta inseguendo la propria libertà, il proprio diritto a decidere cosa sia importante per lei. Gomes costruisce così due archetipi complementari: l’uomo che fugge e la donna che insegue, ribaltando in parte le dinamiche classiche della narrativa romantica.



Uno degli aspetti più interessanti di Grand Tour è il modo in cui Gomes riflette sull’Asia coloniale e sulle sue trasformazioni nel tempo: attraverso il viaggio di Edward e Molly, il film esplora città che un tempo erano avamposti dell’imperialismo occidentale e che oggi sono metropoli globalizzate. Ma il passaggio dal passato al presente non avviene attraverso un montaggio tradizionale: Gomes inserisce sequenze moderne senza preavviso, lasciando che le immagini storiche e contemporanee si mescolino in un flusso visivo unico.
Questa scelta non è solo estetica, ma anche politica e culturale. Gomes suggerisce che l'Occidente ha sempre avuto difficoltà a comprendere l'Oriente al di fuori delle sue categorie imposte, perpetuando un’idea esotizzata e stereotipata di questi luoghi. 
Edward, nel suo continuo fuggire, incarna non solo il disagio individuale ma anche l'incapacità dell'europeo coloniale di inserirsi veramente nel contesto asiatico senza imporre il proprio sguardo. Il film sottolinea come i segni dell’imperialismo siano ancora visibili, non solo nell'architettura o nelle strutture economiche, ma anche nella mentalità con cui l’Occidente continua a relazionarsi con questi spazi. Grand Tour diventa così una riflessione profonda sul modo in cui la storia del colonialismo continua a modellare la percezione dell'altro, rendendo il viaggio non solo geografico, ma anche interiore e culturale.
Questa strategia narrativa non solo mette in discussione la linearità del tempo, ma anche il modo in cui percepiamo la storia. Se l’Occidente ha sempre raccontato il colonialismo come un periodo chiuso e concluso, il film suggerisce che le sue tracce sono ancora ben visibili nella cultura, nell’architettura e nelle relazioni sociali dell’Asia di oggi.
Dal punto di vista stilistico, Grand Tour è un esperimento affascinante e brillantemente riuscito. Gomes utilizza pellicola 16mm, alternando sequenze in bianco e nero e a colori, e combinando materiali d’archivio con riprese moderne. Questa scelta estetica dona al film un’atmosfera onirica e disorientante, accentuata dal continuo gioco tra reale e ricostruito.
Il valore del tempo assume un ruolo centrale in questa struttura frammentata: il film dissolve i confini tra epoche, facendo emergere il passato non come un’entità fissa, ma come un flusso che si riverbera nel presente. La narrazione si sviluppa in modo ellittico, evitando una progressione lineare e abbracciando una logica della sovrapposizione, dove il tempo diventa un mosaico di frammenti che si riflettono e si influenzano reciprocamente.

lunedì 27 gennaio 2025

The Delinquents ( Rodrigo Moreno , 2023 )

 




The Delinquents (2023) on IMDb
Giudizio : 7.5/10


Nel panorama del cinema contemporaneo, pochi registi riescono ad evocare con tale raffinatezza e precisione il desiderio di evadere dalla routine quotidiana quanto Rodrigo Moreno con The Delinquents in cui il cineasta argentino compone una riflessione profonda sulla libertà, sulla fuga e sul prezzo che ciascuno di noi è disposto a pagare per reinventarsi. 
Attraverso un racconto che si muove tra il thriller e la commedia esistenziale, Moreno esplora il contrasto tra una vita ordinaria e la tentazione dell'ignoto, giocando con la temporalità e il realismo magico per suggerire un'alternativa al sistema che ingabbia l'individuo nella routine lavorativa.
Il film segue Morán , un impiegato di banca che, soffocato dalla monotonia della sua esistenza, decide di rubare una somma di denaro sufficiente a garantirgli una vita libera e senza preoccupazioni, una somma che non è altro che il totale che lui guadagnerebbe da lì fino alla pensione moltiplicato per due: affida infatti poi il bottino al collega Román , proponendogli un accordo: custodire i soldi mentre lui sconta la pena in carcere. Se Román accetta, al termine della condanna entrambi potranno godere della ricchezza e fuggire insieme verso una nuova vita.
A partire da questa premessa, il film si sviluppa seguendo il doppio percorso dei protagonisti: da un lato Morán, prigioniero in una cella, ma libero di immaginare il futuro, e dall'altro Román, intrappolato in una realtà lavorativa che improvvisamente si fa più opprimente, anche perché qualcuno comincia a  sospettare di lui fra i colleghi e soprattutto  una sorta di funzionaria indagatrice inviata per risolvere il caso che il duirettore vorrebbe tenere nascosto per non perdere la fiducia degli investitori. 
Mentre Morán affronta la prigione con una sorta di serenità calcolata, sapendo che ogni giorno trascorso dietro le sbarre lo avvicina alla libertà, Román si trova a dover convivere con la tensione crescente della sua decisione. I sospetti dei colleghi e il peso del segreto cominciano a logorarlo, mentre l’incontro con Norma, una donna che vive ai margini del sistema, in un ambiente bucolico , un po’ freakettone, dove regna la pace e la bellezza delle piccole cose  lo spinge a riconsiderare le sue priorità. 
Tra fughe in campagna e momenti di sospensione, romanticismo dalle tinte adolescenziali, il film si prende il tempo per mostrare come il desiderio di evasione di Román si trasformi da semplice idea in un bisogno sempre più impellente. La dicotomia tra il carcere e la libertà diventa così un nodo cruciale del film, spostando il significato della prigionia su un piano metaforico: chi è davvero il prigioniero? Chi si ribella al sistema e ne paga le conseguenze o chi resta all'interno delle sue regole senza mai metterle in discussione? Naturalmente il finale avrà un mezzo colpo di scena che rende più movimentato il film e anche quasi più grottesco.
Uno degli aspetti più affascinanti della pellicola è il modo in cui Moreno mette in scena il desiderio di fuga, dipingendo un'alternativa possibile alla schiavitù del lavoro salariato e alla routine alienante. L'argentino segue la scia di cineasti come Michelangelo Antonioni o Jim Jarmusch, costruendo un cinema fatto di silenzi e attese, dove il tempo sembra dilatarsi e la narrazione si concede spazi contemplativi.



Román, che inizialmente accetta l'accordo con Morán quasi per inerzia, si trova gradualmente attratto dall'idea di cambiare vita. L'incontro con Norma , una donna che vive in una dimensione più libera e selvaggia, accentua il contrasto tra il mondo regolato da doveri e quello dominato dal desiderio e dall'istinto. Tuttavia, la domanda che il film pone rimane ambigua: la fuga è davvero una liberazione o è solo una nuova forma di illusione?
Il concetto di libertà, così come viene rappresentato in The Delinquents, non è mai assoluto, ma sempre legato a una perdita. Morán sacrifica anni della sua vita in carcere, convinto che il tempo sia un prezzo giusto per ottenere la libertà economica, Román invece, da parte sua , si trova a dover scegliere tra una vita sicura, seppur monotona, e il rischio di un cambiamento radicale.
Moreno suggerisce che non esiste una via d'uscita priva di costi. L'utopia della libertà assoluta si scontra con la realtà delle scelte e delle rinunce. Questo tema si riflette anche nel ritmo del film, che si prende il suo tempo per esplorare i dettagli della quotidianità e per immergere lo spettatore in un'esperienza sensoriale più che narrativa.
Visivamente, The Delinquents si distingue per un'estetica che richiama il cinema minimalista e un uso della macchina da presa che privilegia inquadrature fisse e lunghe sequenze contemplative. I paesaggi argentini, che spaziano dagli uffici asfissianti della banca agli spazi aperti e quasi onirici della campagna, diventano un elemento narrativo essenziale, contribuendo a creare un contrasto visivo che amplifica il conflitto interiore dei protagonisti. 

sabato 25 gennaio 2025

The Movie Emperor / 红毯先生 ( Ning Hao / 宁浩 , 2024 )


 



The Movie Emperor (2023) on IMDb
Giudizio: 7.5/10

Nel panorama del cinema cinese contemporaneo, Ning Hao si distingue come uno dei registi più acuti nel ritrarre, con ironia e disincanto, le contraddizioni della società. Con The Movie Emperor , presentato in anteprima al Toronto International Film Festival, il cineasta torna alla commedia satirica, dopo una non breve parentesi che ha prodotto lavori di qualità minore , per smontare con intelligenza il mondo dello star system, offrendoci un ritratto corrosivo dell’industria cinematografica e della sua ossessione per la fama e il prestigio artistico.
Protagonista del film è Danny Lau Wai-chi , un attore hongkonghese famosissimo , ma per il quale sembra essere arrivato l’inizio della fase discendente della sua carriera; per tale motivo, ossessionato dalla sua immagine e deciso a reinventarsi, cerca di riguadagnare il favore della critica; infatti dopo anni trascorsi a interpretare ruoli commerciali, Lau intraprende una svolta radicale: accetta di lavorare con  l’ambizioso regista Lin Hao per girare un film d’autore destinato ai festival, una svolta in senso qualitativo per risalire nei favori della critica e del pubblico. Per rendere il tutto più credibile, e per agire come i grandi attori trasformisti sanno fare, Lau si immerge nel personaggio di un contadino, trasferendosi in un villaggio rurale per “studiare” la parte. Ma la sua ricerca di autenticità si trasforma in una tragicomica serie di equivoci e malintesi che smascherano, con una satira affilata, le ipocrisie del mondo del cinema e dell’immagine pubblica.
Ning Hao utilizza The Movie Emperor per ridicolizzare le contraddizioni di un’industria in cui l’apparenza conta più della sostanza e c’è da dire che , come aveva fatto nei suoi lavori più azzeccati, quando decide di usare lo stiletto, sa essere pungente  (ed intelligente) come pochi. Il protagonista, interpretato magistralmente da Andy Lau, incarna la vanità di un certo tipo di attore che, anziché concentrarsi sull’arte, è ossessionato dal controllo della propria immagine: viaggia con una specie di camera iperbarica al seguito nella quale dorme, anche in famiglia gli attriti con moglie e figli ragazzini sono all’ordine del giorno come conseguenza del suo ego smisurato, nonostante il suo tentativo di immergersi in un mondo (quello contadino) che non conosce dimostra la sua totale incompatibilità. La sua immersione nel mondo rurale è tutto fuorché autentica: ogni sua azione è filtrata attraverso il desiderio di apparire genuino agli occhi del pubblico e della critica. Le sue gaffe con la gente del villaggio e il contrasto tra il suo mondo artificiale e la realtà della vita contadina generano situazioni esilaranti, ma al contempo mettono in luce il distacco tra le celebrità e la vita reale.



Il film riflette anche sulle dinamiche di potere dell’industria cinematografica. Lau, un tempo star incontrastata, si ritrova ora in una posizione di insicurezza, dove il bisogno di essere accettato dai nuovi cineasti e dalle nuove generazioni lo porta a compiere scelte che lo espongono al ridicolo. In questa discesa nel paradosso, Ning Hao inserisce una riflessione più ampia, tra i serio ed il faceto ma non superficiale e banale,  su come il cinema d’autore sia spesso strumentalizzato dagli stessi attori e produttori che lo vedono solo come un trampolino per il prestigio personale, piuttosto che come una reale espressione artistica e lo vediamo addirittura schernire se stesso  con sarcasmo facendo riferimento indiretto al mezzo scandalo sui maltrattamenti agli animali di cui fu accusato durante le riprese di Crazy Alien.
Una delle qualità più sorprendenti di The Movie Emperor è la capacità di Andy Lau di prendersi in giro. Lau, vera leggenda del cinema di Hong Kong, ha costruito la sua carriera su ruoli iconici in film d’azione e blockbuster di grande successo, è un assoluta star dello spettacolo in genere visto che ha anche una grande carriera da cantante  Vederlo nei panni di un attore in declino che lotta per rimanere in posizione  rilevante è un bell’esempio di cinema che guarda al cinema con tocco ironico  che arricchisce ulteriormente il film e che soprattutto ci mostra un Andy Lau come mai lo abbiamo visto. La sua interpretazione è sfumata e ironica: Lau non si limita a enfatizzare la comicità della situazione, ma porta sullo schermo un personaggio umano, vulnerabile nella sua ossessione per la fama e, allo stesso tempo, patetico nel suo tentativo di riconquistare il rispetto del pubblico e della critica.
Ning Hao utilizza uno stile visivo che richiama il suo tipico approccio dinamico e colorato, con una regia che alterna momenti di pura farsa a sequenze più riflessive. La fotografia esalta il contrasto tra il mondo rurale e quello patinato dell’industria cinematografica, accentuando la dissonanza tra il protagonista e l’ambiente che cerca di “colonizzare” con il suo metodo attoriale posticcio.

giovedì 23 gennaio 2025

Black Dog / 狗阵 ( Guan Hu / 管虎 , 2024 )

 




Black Dog (2024) on IMDb
Giudizio: 8.5 /10

Nel panorama del cinema cinese contemporaneo, il nome di Guan Hu si distingue per la capacità di raccontare con sguardo critico e poetico le trasformazioni del paese, rimanendo aderente ai canoni propri della Sesta Generazione di cineasti cinesi. Ad un inizio sfolgorante di carriera cinematografica dietro la macchina da presa , culminato con gli eccellenti Cow e Design of Death, ha fatto seguito un secondo periodo più recente in cui il regista si è cimentato in opere più mainstream ad indirizzo nazionalistico. Black Dog, presentato al Festival di Cannes 2024 dove vince il premio nella rassegna collaterale  Un Certain Regard , si inserisce perfettamente in questa traiettoria come punto di ritorno circolare alla essenza del cinema d’autore proprio della corrente di cui Guan è parte integrante,  offrendo un ritratto intimo e malinconico della Cina post-industriale, a ridosso di uno degli eventi che hanno significato molto per la società cinese e cioè le Olimpiadi di Pechino del 2008 che hanno segnato il definitivo affermarsi del paese nel consesso delle nazioni che contano.  
Il film si muove tra realismo e metafora, utilizzando il legame tra un uomo e un cane per riflettere sulle tensioni sociali ed esistenziali che pervadono una nazione in continua evoluzione.
Il film è incentrato sulla figura di Lang , un ex detenuto che ritorna nella sua città natale dopo dieci anni e  dopo aver scontato una pena per omicidio colposo del quale probabilmente non è neppure pienamente colpevole. La città, Chixa, ai margini del deserto del Gobi ,un tempo fiorente polo industriale, è ora destinata alla demolizione per lasciare spazio a nuovi progetti urbanistici in vista delle Olimpiadi di Pechino 2008.
Come vediamo nella potente scena iniziale la città è popolata da branchi di cani randagi  che costituiscono un problema sia per l’imminente inizio delle Olimpiadi e soprattutto perché larghe zone della città , dove i cani vivono in strada ,sono state individuate per essere demolite per fare spazio a nuovi edifici ed industrie. 
Lang , un tempo abile motociclista nonché membro di una band rock , era considerato un personaggio famoso nella città, ma al suo ritorno pochi si ricordano di lui: il padre alcolizzato vive nel vecchio zoo abbandonato , molti sono partiti e hanno abbandonato la città natale e quei pochi che lo ricordano vivacchiano nella desolazione , c’è anche chi ancora prova rancore per lui considerato la causa di morte di un giovane dieci anni prima e c’è infine anche un fugace incontro con un’altra anima desolata e in cerca di un futuro che è la ballerina del circo che per un attimo ha fatto credere alla svolta sentimentale.
Per guadagnare qualche soldo Lang si arruola in una sorta di milizia civile organizzata dalle autorità locali che da la caccia ai cani randagi per bonificare le zone dove dovrebbero sorgere i nuovi insediamenti.
È in questo contesto che si imbatte in un levriero nero, un cane considerato erroneamente portatore di rabbia, con cui instaura un legame silenzioso e profondo, dando avvio a un viaggio di riconciliazione con se stesso e con il mondo.
Guan Hu appartiene alla cosiddetta "Sesta Generazione" di registi cinesi, un movimento sorto negli anni ‘90 che ha messo da parte le narrazioni epiche e propagandistiche per concentrarsi sulle disillusioni della modernità. Rispetto ai predecessori della Quinta Generazione (come Zhang Yimou e Chen Kaige, che hanno privilegiato estetiche sontuose e racconti storici), la Sesta Generazione si focalizza sulle storture del capitalismo, sulle vite ai margini e su un realismo spesso crudo. Black Dog si colloca pienamente in questa tradizione, raccontando la vita di chi è rimasto indietro in una Cina sempre più lanciata verso il progresso, prossima a giungere al traguardo della sua folle corsa che l'ha portata però a perdere per strada larghissime parti della popolazione.



Il cane randagio che accompagna Lang non è solo un semplice animale, ma un simbolo potente: il levriero nero rappresenta l’emarginazione e la sopravvivenza in un mondo che non ha più spazio per i deboli. Lang stesso è un reietto della società, tornato in una casa che non esiste più, costretto a fare un lavoro degradante in una città che sta scomparendo. Il loro rapporto silenzioso è una delle metafore più toccanti del film: la possibilità di trovare tra i "perdenti" comprensione e redenzione in un contesto apparentemente ostile.
Uno degli aspetti più affascinanti di Black Dog è il modo in cui Guan Hu filma il paesaggio urbano. La città in cui si muove Lang è uno spazio fantasma, un non-luogo sospeso tra un passato operaio e un futuro di speculazione edilizia, già emblema del fallimento dello statalismo e al contempo anche fotografia di un presente che ha portato anche esso rovine e abbandono. Questo scenario desolato richiama le "città-fantasma" cinesi, simbolo di un progresso sfrenato che spesso lascia indietro intere comunità. Le sequenze in cui Lang attraversa questi spazi evocano un senso di smarrimento esistenziale, in perfetta sintonia con la poetica della Sesta Generazione; i panorami e le atmosfere sembrano quelle di una città di frontiera , di quelle che annunciano però la fine di qualcosa e non l’inizio di una avventura, una città del Far West relitto di una società che è cambiata probabilmente troppo in fretta.
Visivamente, il film in effetti ricorda un western urbano: grandi spazi vuoti, silenzi carichi di tensione e un protagonista solitario che sembra appartenere a un altro tempo. La fotografia di Gao Weizhe sfrutta una tavolozza di colori desaturati, con toni terrosi , cieli opachi , terra e polvere che accentuano la sensazione di abbandono. 
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